Venezuela, molti problemi di oggi si sono accumulati sotto Chavez

Tue, 11/04/2017 - 10:32
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Intervista a Edgardo Lander di Natalia Uval*

Edgardo Lander non è solo un universitario, professore titolare all’Università centrale del Venezuela e ricercatore associato al Transnational Institute. E’ legato da anni ai movimenti sociali e alla sinistra del suo Paese. Da questa posizione afferma che il sostegno incondizionato della sinistra della regione al chavismo ha rafforzato le tendenze negative del processo. Sostiene che la sinistra a livello internazionale non ha dato prova di una “capacità di apprendimento” fino ad arrivare a appoggiare un “governo mafioso” come quello del Nicaragua. Per lui, quando il “modello venezuelano crollerà” è possibile che la sinistra guarderà semplicemente “altrove”.

Tre anni fa hai descritto la situazione in Venezuela come “l’implosione del modello basato sulla rendita petrolifera”. Questa analisi rimane valida?

Purtroppo i problemi che possiamo considerare legati all’esaurimento del modello basato sulla rendita petrolifera si sono accentuati. Il fatto che il Venezuela possiede da circa un secolo un’industria petrolifera e che il centralismo statale si fonda sulla ripartizione delle entrate ha dato forma non solo a un modello di Stato e di partito, ma anche a una cultura politica e a un immaginario collettivo di un Venezuela come Paese ricco e abbondante. E quindi ha creato l’idea che l’azione politica consiste nell’organizzarsi per formulare rivendicazioni rispetto allo Stato. E’ una logica permanente.
Il processo bolivariano, a dispetto dei molteplici discorsi che pretendevano di andare in senso contrario, ha in realtà accentuato questa logica. Da un punto di vista economico questo modello coloniale di inserimento all’interno dell’organizzazione-divisione internazionale del lavoro si è rafforzato. La caduta del prezzo del petrolio ha semplicemente messo a nudo ciò che era evidente, quando si dipende da una materia prima i cui prezzi fluttuano necessariamente.

In seguito all’avvento al potere di Nicolas Maduro (in carica dall’8 marzo 2013) le critiche sullo stato della democrazia in Venezuela si sono ampliate. Come si spiega? Quale paragone si può fare con il governo di Hugo Chavez?

E’ necessario, per cominciare, guardare a ciò che si è prodotto durante la transizione da Chavez a Maduro. Sono dell’avviso che la maggior parte dei problemi che ci troviamo attualmente di fronte si sono accumulati sotto Chavez. Le analisi prodotte da una parte della sinistra venezuelana, che si rivendica l’epoca di Chavez come un’epoca di gloria dove tutto funzionava bene e che poi, in seguito, tutto a un tratto fosse sorto l’incompetente o il traditore Maduro, sono spiegazioni troppo manichee. Non consentono di individuare le logiche strutturali che hanno portato alla crisi attuale.
Il processo venezuelano, per dirlo in modo schematico, si è sempre appoggiato su due pilastri fondamentali: da un lato la capacità straordinaria di Chavez di comunicazione e di leadership, che ha fatto nascere una forza sociale; dall’altro i prezzi del petrolio che hanno raggiunto dopo qualche anno i 100 dollari al barile. In modo quasi simultaneo, nel 2013, questi due pilastri sono crollati. Il re è rimasto nudo.
E’ ormai chiaro che tutto ciò era molto fragile, a causa di un elemento, un fattore, da cui non potevamo rimanere dipendenti. Ci sono inoltre differenze importanti tra la direzione di Chavez e quella di Maduro. Chavez era un leader che poteva offrire un orientamento e un senso; la sua leadership in seno al governo bolivariano in quanto tale era straordinaria. Quello che egli diceva diventava decisione. Questo genera assenza di dibattito e provoca numerosi errori ma anche un’azione unitaria, con uno scopo.
Maduro non ha questa capacità, non l’ha mai avuta. Oggi ogni membro del governo tira la coperta dalla sua parte. D’altronde il governo Maduro si caratterizza con un rafforzamento della militarizzazione. Questo è dovuto probabilmente al fatto che non proviene dal mondo militare e che vuole assicurarsi il sostegno delle forze armate integrandone parecchi membri, e dando loro privilegi supplementari. Si sono create imprese militari. Si sono piazzati in posti chiave della gestione pubblica dove i livelli di corruzione sono particolarmente alti: l’assegnazione delle valute, i porti, la distribuzione alimentare. Il fatto che questi settori sono nelle mani dei militari rende più difficile la trasparenza di queste attività, che la società sappia ciò che succede.

Che cosa è successo con i processi di partecipazione sociale promossi dai governi bolivariani?

Il Venezuela attuale affronta una disarticolazione del tessuto sociale. E questo dopo un’esperienza molto ricca in termini di organizzazione sociale, organizzazione di base, di movimenti legati alla salute, alle telecomunicazioni, all’occupazione di terreni urbani, all’alfabetizzazione che hanno coinvolto milioni di persone e hanno dato luogo a una cultura di fiducia, di solidarietà, di capacità a influire sul proprio futuro. Si sarebbe potuto pensare che in una congiuntura di crisi, una capacità collettiva di risposta sarebbe esistita. Invece non è stato così.
Mi esprimo a grandi linee, ci sono evidentemente dei posti che dispongono di una maggiore capacità di autonomia e di autogoverno. Generalmente, però, si può dire che le risposte che si incontrano oggi si danno piuttosto in termini di competizione, d’individualismo. Tuttavia credo che una certa riserva ci sia ancora e che potrà riemergere.

Perché questa ondata di partecipazione e di organizzazione non si è potuta mantenere?

Dall’inizio il processo è stato attraversato da una contraddizione molto forte: quella di considerare da un lato l’organizzazione di base come un processo di autogestione e di autonomia, di costruzione di un tessuto sociale dal basso verso l’alto; e dall’altro il fatto che la maggior parte delle organizzazioni è stata il prodotto di politiche pubbliche, promosse dall’alto, dallo Stato. Questa contraddizione si è manifestata in modo diverso in ogni esperienza.
Laddove esisteva un’esperienza organizzativa anteriore, dove c’erano dirigenti comunali, la capacità di far fronte allo Stato esisteva; non per rigettarlo ma per negoziare. In più, a partire dal 2005, il processo bolivariano conosce una transizione, passando da una grande apertura, da un processo che cercava un modello di società differente dal regime “sovietico” e dal capitalismo neoliberale, alla decisione che il modello era socialista, un socialismo interpretato come statalismo. L’influenza politico-ideologica cubana è stata centrale in questa conversione. Da quel momento queste organizzazioni cominciano ad essere concepite in termini di strumenti diretti dall’alto; inizia così il consolidamento di una cultura di tipo staliniano in relazione all’organizzzione popolare. E’ questo che ha dato una grande precarietà al processo.

Qual è la situazione democratica in termini delle libertà formali?

E’ manifestamente peggiore sotto il governo Maduro. Questo governo ha perso molta legittimità e il grado di rigetto da parte della popolazione nei suoi confronti è ancora in crescita. L’opposizione ha fatto progressi significativi. Il governo disponeva di un’egemonia in tutte le istituzioni del potere fino a quando ha perso nettamente le elezioni parlamentari di dicembre 2015. Da allora ha risposto in maniera sempre più autoritaria. Ignorando i risultati elettorali, ha innanzitutto misconosciuto l’Assemblea, passata all’opposizione (112 seggi su 167), con argomenti tirati per i capelli (contestazione dell’elezione di tre deputati dello Stato d’Amazzonia, che sarebbero state fraudolente). Dal punto di vista del governo l’Assemblea non esiste, è considerata illegittima. A tal punto che, qualche mese fa, quando bisognava rinnovare i membri del Consiglio nazionale elettorale (CNE), è stata la Corte suprema a nominare i membri (chiaramente tutti chavisti), ignorando l’Assemblea.
All’inizio del 2017 Maduro doveva presentare un bilancio della gestione dell’anno precedente. Siccome non riconosceva l’Assemblea, il bilancio è stato presentato alla Corte. Lo stesso è stato fatto con il bilancio preventivo. Esisteva un referendum revocatorio che rispondeva a tutte le esigenze. Doveva tenersi a novembre 2016. Ora, il CNE ha deliberato di rimandarlo, ciò che significa decretarne la morte: ormai non c’è più referendum revocatorio in vista.
Secondo la Costituzione ci sarebbero dovute essere elezioni dei governi degli Stati (23 Stati e 2 territori) nel dicembre 2016. Sono state semplicemente rimandate. Assistiamo ad una situazione di concentramento completo del potere nelle mani dell’esecutivo, non c’è Assemblea legislativa, Maduro governa da più di un anno per decreti emergenziali auto rinnovati, mentre dovrebbero essere ratificati dall’Assemblea.
Siamo lontanissimi da ciò che potremmo definire una pratica democratica. In questo contesto la risposta avanzata dall’opposizione e dai media è sempre più violenta. La reazione del governo, incapace ormai di fare altro, consiste nella repressione delle manifestazioni e negli arresti su base politica. Tutti gli strumenti del potere vengono usati per rimanere al potere.

Quali sono le conseguenze di questa situazione a lungo termine?

Tre elementi sono per me particolarmente preoccupanti a medio e lungo termine. Innanzitutto la distruzione del tessuto produttivo della società. Ci vorrà molto tempo per ristorarlo. Di recente un decreto presidenziale ha aperto 112.000 kmq di territorio alle imprese minerarie transazionali che operano su grande scala. Su quel territorio della foresta amazzonica vivono dieci popoli indigeni e vi si trovano le principali fonti d’acqua potabile.
C’è poi la questione di sapere come questa crisi profonda disintegra il tessuto sociale. Una società che vive una situazione peggiore che prima del governo Chavez. E’ molto brutto da dire, ma è la realtà del Paese.
Infine il peggioramento delle condizioni di vita in termini di salute e di alimentazione. Il governo ha smesso di pubblicare le statistiche ufficiali. Motivo per cui siamo costretti a basarci sui dati delle organizzazioni professionali (camere di commercio ecc.) e di certe università. Questi ultimi indicano una perdita sistematica del peso (corporeo) della popolazione venezuelana; certe stime parlano di sei chili a persona. Questo ha, naturalmente, delle conseguenze in termini di malnutrizione infantile e avrà degli effetti a lungo termine.
Per finire, tutto questo ha delle conseguenze straordinarie rispetto all’idea d’una qualsiasi possibilità di cambiamento (sociale). La nozione di socialismo, di alternative possibili, viene rigettata in Venezuela. L’idea che il settore pubblico è inefficace e corrotto ha preso piede. E’ una sconfitta.

Qual è la tua opinione sulle reazioni dei partiti di sinistra a livello mondiale e in particolare in America latina rispetto al Venezuela?

Penso che uno dei problemi che pesano storicamente sulla sinistra risiede nella nostra difficoltà incredibile in quanto sinistra di imparare dalle esperienze. Per imparare dall’esperienza, è assolutamente necessario riflettere in maniera critica su ciò che succede e sul perché. Noi conosciamo naturalmente la storia di complicità dei partiti comunisti del mondo con gli orrori dello stalinismo (e non per mancanza di informazioni!). Non hanno imparato niente in seguito ai crimini di Stalin, c’è stata complicità. Una complicità che si basa sul criterio seguente: siccome è antimperialista e si suppone che faccia uno scontro con l’impero (degli Stati uniti), faremo gli gnorri a proposito dell’assassinio di tante persone, non ne parleremo. Credo che questo modo di intendere la solidarietà, come una solidarietà incondizionata - perché siamo di fronte a un discorso della sinistra “ufficiale” di un regime oppure motivato da posizionamenti antimperialisti o ancora per motivi geopolitici che esprimono contrasti con i poteri dominanti del sistema mondializzato - porta a non esaminare, con uno sguardo critico, i processi in corso. Questo genera una solidarietà cieca, acritica. La conseguenza è che non solo non si critica l’altro, ma addirittura si celebrano attivamente aspetti che poi si rivelano fortemente negativi.
Ciò che chiamiamo iper-leadership di Chavez esisteva dall’inizio. Lo stesso vale per il modello produttivo estrattivista (minerali, petrolio, prodotti agricoli esportati, ecc.). Perché allora non aprire un dibattito su queste questioni, in modo critico, e dare delle risposte?
Questo non implica che la sinistra europea venga a dire ai venezuelani come devono fare la rivoluzione, ma neanche che bisogna rassegnarsi a questa celebrazione acritica che giustifica tutto. Con, quindi, questa visione: i prigionieri politici non esistono; il degrado dell’economia è il risultato della guerra economica e dell’azione della destra internazionale. E’ vero che questi elementi esistono, ma non bastano a spiegare la profondità della crisi che viviamo. La sinistra latinoamericana ha una responsabilità storica di fronte, per esempio, sulla situazione attuale di Cuba.
Per anni si è pensato che, dal momento che Cuba era sottoposta a un embargo, non si poteva criticare quello che succedeva sull’isola. Quest’assenza di critica implicava l’assenza di riflessione critica sul tipo di processo che la società cubana attraversava e di possibilità di dialogo con la società cubana sulle soluzioni possibili. Per una grande parte della popolazione cubana il fatto di trovarsi in una sorta di impasse era evidente sul piano individuale. Il governo cubano impediva di esprimere questo e la sinistra latinoamericana ha fatto finta di niente, non ha portato niente a parte una solidarietà incondizionata.
L’esempio più estremo consiste nel pretendere che il governo del Nicaragua sia rivoluzionario, che è un alleato, mentre si tratta di un governo mafioso, totalmente corrotto. Dal punto di vista dei diritti delle donne, è uno dei regimi più oppressivi d’America latina. Questo governo realizza un’alleanza completa con i settori corrotti della borghesia, i vertici della Chiesa cattolica, che erano prima uno dei grandi nemici della rivoluzione nicaraguense.
Che succede in questi casi? Le tendenze negative che si sarebbe potuto rendere visibili si rafforzano, inoltre non si impara niente. Se, invece di intendere la lotta anticapitalistica per la trasformazione non come una lotta che passa per queste vie e in cui bisogna essere solidali a tutti costi con coloro che le conducono, ma come una lotta di tutte e di tutti, allora ne risulterebbe che: “ciò che tu fai male in quel contesto riguarda anche noi”. Abbiamo la responsabilità di segnalarlo e di imparare da questa esperienza per non ripetere la stessa cosa. Invece non abbiamo acquisito questa capacità di imparare, poiché subito, quando finirà di crollare il modello venezuelano, si volgerà lo sguardo altrove. E’ una forma di solidarietà, di internazionalismo e di responsabilità politico-intellettuale disastrosa.

Perché la sinistra assume questo atteggiamento?

E’, in parte, che non siamo ancora riusciti a cancellare dalla testa della sinistra certe concezioni troppo unidimensionali della portata in gioco. Se la portata in gioco è il contenuto di classe e l’antimperialismo, guardiamo le cose in un certo modo. Se invece consideriamo che oggi la trasformazione non comprende solo queste dimensioni ma anche una prospettiva femminista critica, altri rapporti con la natura, l’idea che la questione democratica non significa la cancellazione della democrazia borghese ma il suo approfondimento.
Se pensiamo che la trasformazione è multidimensionale, perché allora questo sostegno acritico ai governi di sinistra che mettono in secondo piano i diritti dei popoli indigeni, il disastro ecologico o ancora la riproduzione del patriarcato? La sinistra giunge finalmente a un giudizio fondato su una storia molto monolitica di ciò che va sotto il termine di trasformazione anticapitalistica. Non rende conto del mondo attuale. A che cosa serve liberarci dall’imperialismo yankee se è per stabilire un rapporto identico con la Cina (che punta per esempio ad essere presente nel settore petrolifero venezuelano)? Si tratta di un problema politico, teorico e ideologico, forse anche generazionale, di gente per cui si trattava dell’ultima sfida per la costruzione di una società alternativa. Essi rifiutano di accettare che è stato un fallimento.

*Intervista pubblicata il 23 marzo 2017 sul sito uruguayano La Diaria
Traduzione dal francese di Nadia De Mond tratta dal sito A l'encontre: http://alencontre.org/ameriques/amelat/venezuela/venezuela-la-majorite-d...