[Podemos/1] Una breccia è aperta. Ora possiamo allargarla

Tue, 27/05/2014 - 17:19
di
Josep Maria Antentas (da anticapitalistas.org)

Pubblichiamo in questi giorni una serie di articoli e interviste sull'esperienza di Podemos in Spagna, esperienza innovativa, nata nel vivo del movimento degli Indignados, le cui caratteristiche e prospettive pensiamo siamo molto utile approfondire anche nel nostro paese e in tutta Europa.

Sono passati quasi sei anni dall’inizio “ufficiale” della crisi con il fallimento di Lehman Brothers del settembre 2008. Quattro dall’annuncio del primo grande “pacchetto” di tagli alla spesa pubblica del maggio 2010 con il governo Zapatero. Tre dall’inizio del 15M [Indignados]. Due dalla grande manifestazione indipendentista in Catalogna del 11S del 2012.
In questi anni la crisi economica e sociale è sfociata in una crisi politica e di regime, il malessere contro il sistema politico e le istituzioni ha raggiunto livelli inauditi dal tempo della Transizione [il passaggio dal franchismo all’attuale monarchia costituzionale, ndt]. Le elezioni del 25M hanno segnato la prima traslazione elettorale a livello nazionale di un ciclo di lotte sociali, discontinuo ma reale ed intenso, durato tre anni. Con una partecipazione simile a quella del 2009 (44,9% di voti allora e 44,84% oggi) è molto chiaro che il bipartitismo nello Stato Spagnolo si sta sgretolando a tappe forzate. Nel 2009 il Partido Popular (PP) ottenne 6.670.377 voti (42,12%) e 24 seggi ed il Partido Socialista Obrero Espanol (PSOE) 6.141.784 (38,78%) e 32 seggi. Questo per dire che i due partiti insieme presero 12.812.161 di voti (80’9%) e 47 eurodeputati. Oggi la situazione è molto differente: 4.070.643 (26,06%) e 16 seggi per il PP e 3.593.300 (23%) e 14 deputati per il PSOE. Insieme arrivano oggi a 7.663.943 voti (49,06%) e 30 seggi, il 60% dei risultati raggiunti nel 2009. È finita l’epoca del turn over al potere per i due partiti. Quando uno dei due governava perdeva consenso mentre l’altro all’opposizione lo recuperava. Ora entrambi, sia il PP che il PSOE, al governo o all’opposizione perdono consensi.

Globalmente, la crisi del bipartitismo si sta riversando in maniera più forte sulle sinistre. Un fatto notevole in una Europa che vede l’avanzata in ogni Stato delle forze reazionarie. Probabilmente i risultati della sinistra alla sinistra socialdemocratica nello Stato Spagnolo sono, insieme a quelli di Syriza in Grecia, le uniche due buone notizie su scala continentale. Partiti come UPyD [Unione Progresso e Democrazia - nasce dalla fuoriuscita a destra di alcune esponenti politici dal PSOE, ndt] nonostante crescano nelle percentuali (6,49% e 4 deputati oggi, a fronte del 2,85% del 2009), non riescono a polarizzare a destra l’elettorato. A sinistra la situazione cambia drasticamente:

La somma dei voti delle due principali liste a sinistra del PSOE, Podemos (1.244.605, 7,96%, 5 seggi) e IU (Izquierda Unida - Sinistra Unita, 1.561.246, 9’99%, 6 deputati) arriva a 2.786.151 (17,95%) e 11 deputati, non molto lontano dal PSOE (3.593.300, 23% e 14 deputati). Se alle due liste di sinistra aggiungiamo i voti di Primavera Europea (alleanza di forze ecologiste e di sinistra) che arriva all’1,91 (299.804 voti) arriviamo al 19,87 di voti a sinistra del PSOE. Potremmo oltremodo aggiungere i voti dei partiti regionali di Bildu (sinistra indipendentista basca) ed il BNG (sinistra indipendentista galiziana) che sommati arrivano al 2,07. In seggi come la Comunidad de Madrid [provincia di Madrid, ndt], Podemos (248.888 - 11,27%) e IU (231.889, 10,5%) insieme prendono più voti del PSOE (417.993, 18,93%). Dobbiamo dire però che il PSOE è ancora distante dal suo “fratello” greco PASOK, ancora non si è disgregato. È obbligato a mobilitarsi per recuperare e potrà trovare le forze lì dove solo apparentemente sembra non averne più. Ma a livello elettorale sembra esser giunto ad un punto di non ritorno.
Senza più cedibilità politica, incapace di offrire niente di diverso dalla destra, il PSOE sta perdendo l’unico argomento forte che gli rimane: essere l’unica forza che può rappresentare l'alternativa al PP. Non eravamo mai stati così vicini dal disarticolarlo. Questi treni passano solo una volta.

Non ci sono dubbi: la brusca apparizione di Podemos è la vera grande novità in tutto lo Stato Spagnolo. Un'irruzione spettacolare per i suoi risultati e per ciò che significa. La funzione principale della nuova formazione nel breve periodo è chiara: destabilizzare il sistema politico ed aprire una breccia nel bipartitismo davanti l’incapacità della sinistra tradizionale che sembra autodistruggersi. Il risultato di Podemos è una splendida notizia per chi non si sentiva rappresentato da nessuna delle forze esistenti, per chi si sente disorientato e senza punti di riferimento, per chi era convinto che fosse imprescindibile la presenza di un nuovo attore per animare la scena politica. Una scossa nel terreno di gioco, che parte dalle linee laterali verso il centro-campo per passare subito all’attacco. La sua irruzione scompagina i partiti e già ridisegna l'intera mappa politica della sinistra. Podemos ha fin da ora una grande responsabilità. Essendo la forza più nuova, più fragile e meno strutturata ha un gran peso sulle spalle: non deludere le speranze che l’elettorato gli ha affidato (non succede troppe volte che un partito entusiasmi molto più in là della propria minoranza di attivisti!), e continuare a portare avanti la scommessa che ha iniziato con successo. Il risultato di Podemos è anche, e cosi deve essere percepito, una grande sorpresa per quei militanti, simpatizzanti e votanti di IU che chiedevano al loro partito di portare avanti una politica più dinamica, meno istituzionale e più in sintonia con le aspirazioni popolari del 15M. Podemos sarà il pungolo che obbligherà IU a cambiare. Una buona notizia per i simpatizzanti di questa formazione politica che hanno ricevuto da Podemos un aiuto inaspettato. Infine la novità di Podemos è una buona notizia anche per gli attivisti catalani e per tutti gli altri attivisti dei territori senza Stato che oggi sono dominati dalla Corona di Spagna come i Paesi Baschi, la Galizia e le Asturie. Infatti l’apparizione di una forza politica presente in tutto lo Stato spagnolo che fin dall’inizio per bocca del suo capolista ha avuto una posizione molto chiara sul “diritto a decidere” sulla Consulta del 9N [il referendum per l’indipendenza della Catalogna che ci sarà il prossimo novembre nonostante la contrarietà del governo centrale, ndt], è un'importante novità di immenso valore strategico.

Il bipartitismo PP-PSOE, il “PPOE”, soffre una crisi crescente che non solo si riflette sulla perdita di voti ma soprattutto sulla perdita di credibilità di queste formazioni ormai incapaci di generare desideri e prospettive a chi ancora continua a votarli. Però non bisogna pensare che il bipartitismo ed il regime politico [durante il 15M il regime politico era inteso piu o meno come la casta da noi ma legato al sistema monarchico, ndt] non hanno più margini di manovra. Neanche bisogna pensare che la via d’uscita di questa crisi sarà automaticamente democratica e sociale. Il regime può ricomporsi tramite un binomio di rilegittimazione ed involuzione autoritaria e neo-accentratrice, oppure il vuoto politico può “riempirsi” con una alternativa demagogica e reazionaria come cambiamento “in extremis” in caso di fallimento definitivo del “PPOE”. Anche se questa non è sicuramente la tendenza dominante che contraddistingue il 25M, quello che è successo negli altri Paesi, come gli allarmanti risultati in Francia, dimostrano che il pericolo è sempre in agguato.

Non è una fase di business as usual, di grigia routine per la sinistra. Non è il momento per forze come IU di seguire con l’inerzia istituzionale e con la mentalità del compromesso con il PSOE che l'hanno caratterizzata in molti casi. Non è il momento neanche per gli attivisti sociali di continuare solo con l’attivismo sociale e sindacale. Si, è la base fondamentale per ogni cambiamento, ma oggi non basta più: bisogna porre la questione dell’alternativa politica. Non è il momento neanche per la sinistra anticapitalista ed alternativa di accontentarsi solo di essere minoranza battagliera senza vocazione maggioritaria e disposta solo a “costruirsi” la propria organizzazione.
Non bisogna essere spettatori passivi nel bel mezzo della crisi di regime. Bisogna stare appieno dentro le contraddizioni superando i complessi di inferiorità. Chiaramente senza perdere di vista gli obiettivi, senza confondere la vocazione maggioritaria con la dissoluzione programmatica, senza incappare in errori sconsiderati. È il momento di lavorare per articolare una maggioranza politico-sociale, anti-austerità e favorevole all’apertura di processi costituenti democratici che rompano l’ordine costituito nel 1978 [anno di entrata in vigore della Costituzione spagnola, ndt]. È l’ora di agire con la doppia prospettiva, di unità e radicalità da una parte e volontà di essere maggioranza dall’altra, per rimettere in discussione tutto! Per scrivere la parola fine una volta per tutte al nostro interminabile “nightmare” fatto di piani di austerità senza fine, di colpi di mano autoritari e di negazione continua di diritti democratici di base.

Non conviene tuttavia generare false illusioni. Costruire una maggioranza politica di rottura sarà un processo complesso e difficile, pieno di trabocchetti, di sentieri tronchi e di strade sbarrate. Avremo bisogno di un ampio processo di alleanze e discussioni tra diverse forze politiche e sociali sia a livello nazionale che con le realtà catalane, basche e galiziane, di cui oggi è possibile appena intravedere i contorni e le forme. Per iniziare a farlo bisogna ingrandire le brecce che oggi si sono aperte. Lavorando con lenta impazienza, con il realismo del sognatore e con una immaginazione razionale. Le crisi del PSOE e del PP, insieme all’irruzione di Podemos, è il primo shock che anticipa quello che potrà accadere. Il 25M è solo “l’inizio dell’inizio” a livello elettorale.

In Catalogna, dove la mobilitazione al voto in chiave nazionalista ed indipendentista è stata molto importante come dimostra l’alta partecipazione al voto (47,63% contro il 36,94% del 2009), si conferma una ampia maggioranza di partiti favorevoli al referendum sull’indipendenza del 9 novembre prossimo. Non ci sono dubbi su questo. I risultati dimostrano, ancora una volta, che il PSC [il partito socialista di catalogna, alleato a livello nazionale con il PSOE, ndt] è in forte crisi di credibilità sia a livello sociale che elettorale (358.539 voti, 14,28%, contro i 708.888 ed il 36% del 2009). Un PSC esausto, la cui somma di voti non raggiunge il buon risultato di ICV-EUiA (coalizione della Sinistra catalana ed i verdi catalani - 258.554, 10,30%) sommato a quello di Podemos (117.096, 4,66%). Il 25M riflette oltremodo lo scontro tra due forze, che i sondaggi già stanno pronosticando dalle ultime elezioni del parlamento autonomo catalano, tra una ERC (sinistra repubblicana catalana) che si sta affermando come prima forza della Catalogna (594.149 voti e 23,67%) ed un decadente CiU (partito conservatore nazionalista catalano, espressione storica del governo autonomo con 548.718 voti ed il 21,86%). Al margine delle elezioni troviamo senza dubbio la celebrazione del referendum indipendentista (purtroppo invalidato dalla Giunta Elettorale Centrale, fedele rappresentante del sempre più “cosmetico” carattere della nostra democrazia parlamentare) che ha riportato in cima all’agenda politica la grande questione strategica nel bel mezzo del dibattito indipendentista: estendere il diritto a decidere a tutte le sfere della società. Guardando al futuro, la proposta formulata nel Processo Costituente Catalano da Arcadi Oliveres y Teresa Forcades (una suora ed un economista protagonisti della campagna per il referendum indipendentista) per le prossime elezioni, cioè un blocco elettorale ampio contro l’austerità e favorevole ad una Repubblica Catalana, sembra essere, in chiave strategica, un grande passo in avanti. Tale iniziativa potrebbe far nascere un nuovo attore politico in Catalogna con la capacità di condizionare ed accelerare la dinamica di logoramento del CiU, il principale partito della destra catalana. In questo processo le cui parole d’ordine sono “decidere prima di tutto”, non possiamo accontentarci di essere semplici spettatori.

I prossimi mesi saranno decisivi. Si avvicina una nuova accelerazione politica misurabile con l’avvicinamento del momento della verità con il referendum del 9 di novembre. Lontano dall’essere un problema solamente catalano, il movimento indipendentista chiama alla mobilitazione tutte le forze politiche e sociali democratiche favorevoli ad un cambiamento sociale in chiave egualitaria in tutto lo Stato Spagnolo. La mancanza di voci convincenti e autorevoli in ambito statale favorevoli al “diritto a decidere” (favorevoli al referendum) è stata fino ad oggi clamorosa. La scomodità che la questione genera nella sinistra dello Stato Spagnolo è tanto comprensibile quanto cieca strategicamente: se Rajoy verrà sconfitto in Catalogna sarà colpito a morte e con lui il Regime di cui è garante. Come lavorare affinché il movimento indipendentista catalano non sia utile alla destra spagnola per rafforzare la sua base sociale anziché aiutare ad aprire una breccia definitiva verso la Transizione? È questa la questione principale. Per raggiungere tali obiettivi è necessaria una doppia strategia: per primo ci vuole la volontà della sinistra catalana e del movimento sovranista di trovare alleati fuori dalla Catalogna e non isolarsi solo nell’accumulazione di forze in chiave esclusivamente catalana; in secondo luogo, la solidarietà politica della sinistra spagnola in tutto lo Stato con il “diritto di decidere” in Catalogna. Così, Podemos può giocare un ruolo chiave.
Anche se squilibrata, la partita rimane aperta ed il finale è tutto da scrivere. In futuro, quando ci guarderemo alle spalle, potremmo vedere due realtà totalmente diverse; una dove soffrimmo una sconfitta storica senza paliativi che ha portato ad un impoverimento massivo de la maggioranza della popolazione ed una involuzione antidemocratica del sistema politico, un’altra dove saremmo riusciti a far deragliare la “seconda restaurazione borbonica”. Quale dei due futuri alternativi prevarrà? Senza dubbio oggi ci giochiamo il domani.

Traduzione di Marco Filippetti