Note sull'imperialismo contemporaneo

Thu, 06/11/2014 - 11:16
di
Michel Husson

La globalizzazione mette in discussione i meccanismi classici dell’imperialismo? Questa è la domanda che fa da filo conduttore al presente articolo, diviso in due parti. La prima presenta una breve rassegna delle teorie classiche dell’imperialismo; la seconda cerca di mettere a fuoco gli aspetti della globalizzazione che rendono necessaria l’attualizzazione teorica e concettuale della logica imperialistica. Si tratta di riflessioni provvisorie che mirano ad abbozzare i punti cardine di tale attualizzazione.
Michel Husson, estate 2014

Le teorie classiche dell’imperialismo
Il termine “imperialismo̕” non compare per la prima volta in Marx, ma nel volume di Hobson del 1902 (vedi bibliografia, anche per le citazioni seguenti). Tale concetto sarà in seguito ripreso dai marxisti all’inizio del XX secolo. Tuttavia, esso non definisce sin da subito una teoria dello sfruttamento dei paesi del Terzo mondo: rinvia piuttosto ad un’analisi delle contraddizioni in seno ai paesi capitalisti e ad una teoria dell’economia globale i cui elementi costitutivi si trovano già in Marx.

Nel Manifesto del Partito comunista, Marx sottolineava come «sfruttando il mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo» e, nel Capitale, affermerà molto chiaramente che «la base del modo di produzione capitalista è costituita essa stessa dal mercato mondiale». Nelle analisi contenute nel Capitale, la funzione del commercio internazionale risiede principalmente nella controtendenza che esso fornisce alla caduta del saggio di profitto: «i capitali investiti nel commercio estero sono tali da produrre un saggio di profitto più elevato perché innanzitutto si entra in concorrenza con paesi le cui attitudini alla produzione commerciale sono inferiori». Marx precisa che avviene un trasferimento di valore: «il paese favorito riceve più lavoro di quanto ne abbia dato in cambio, sebbene questo scarto, questo surplus, come nello scambio tra capitale e lavoro, sia subìto in particolare da una classe».

Per Lenin, Bukharin e Rosa Luxemburg non si tratta di analizzare quello che noi oggi chiameremmo relazione Nord-Sud: la questione teorica in discussione verte sui meccanismi interni di funzionamento del capitalismo. Dopo la «Grande depressione», durata dal 1873 al 1895, il capitalismo si rinnova con una crescita più dinamica, allo stesso tempo conoscendo trasformazioni sostanziali. Una serie di teorici, tra cui Bernstein e quelli che Lenin chiamerà i “marxisti legali”, propongono un’interpretazione degli schemi di riproduzione dimostrando la possibilità di uno sviluppo indefinito del capitalismo sulla sola base del mercato interno. La questione che si pone è di capire bene il modo di funzionamento del capitalismo in uno stadio particolare della sua storia. È in rapporto a questa problematica che il concetto di imperialismo viene introdotto e che i paesi coloniali o semi-coloniali giocano un ruolo specifico nell’analisi teorica.

Alle previsioni ottimistiche di Bernstein sulla dinamica del capitalismo, Rosa Luxemburg oppone una differente lettura degli schemi di riproduzione capitalista. L’argomentazione può essere sintetizzata in modo piuttosto semplice. Con l’accumulazione di capitale, la composizione organica tende ad aumentare, quand’anche il capitalismo cerchi di contenere l’aumento dei salari. In queste condizioni, se si mantiene l’ipotesi attribuita a Marx secondo cui «capitalisti e operai sono i soli consumatori», la riproduzione di capitale diventa impossibile. Rosa Luxemburg rifiuta le tesi di Tugan-Baranovsky che aveva cercato di dimostrare che l’espansione capitalista era possibile sulla base di un auto-sviluppo senza fine del settore dei mezzi di produzione. Recupera, invece, un’intuizione fondamentale di Marx secondo cui «la produzione di capitale costante non ha mai luogo per sé stessa, ma solo per la sua maggior richiesta nelle sfere di produzione i cui prodotti entrano nel consumo individuale». Per Luxemburg, la riproduzione del capitale necessita dunque «come prima condizione di un insieme di acquirenti che si situino al di fuori della società capitalista».

Questa idea, come si è visto, è già presente in Marx che nel Manifesto segnalava che «spinta dal bisogno di sbocchi sempre più ampi per i propri prodotti, la borghesia invade tutto il globo». Questa concezione, che implica che la realizzazione di plusvalore necessiti dell’apertura permanente dei mercati esteri, rende ben conto della fase di espansione imperialista, dove i paesi subalterni giocano un ruolo sempre crescente nell’offrire tali sbocchi. Ma la sua base teorica non può essere sistematizzata: che in certe condizioni storiche particolari, l’espansione imperialista sia un elemento importante, persino decisivo, dell’accumulazione di capitale è un conto. Ma fare di questa osservazione una legge assoluta, come fa Rosa Luxemburg per la quale «il plusvalore non può essere realizzato né dai salariati, né dai capitalisti ma solamente da strati sociali o da società con un modo di produzione precapitalista», è un limite che non si può non oltrepassare.

«Se ci si trovasse a dover definire l’imperialismo nel modo più breve possibile, bisognerebbe dire che si tratta dello stadio monopolista del capitalismo». Vediamo dunque che Lenin prende come punto di partenza il modello di funzionamento dei paesi capitalisti più sviluppati. Il suo proposito è duplice: da una parte, rendere conto delle trasformazioni che sono intervenute in questo funzionamento, dall’altra spiegare come le rivalità inter-imperialiste hanno condotto alla Prima guerra mondiale.

L’imperialismo, stadio supremo del capitalismo, scritto nel 1916, riprende le analisi classiche sul capitalismo finanziario di Hobson e Hilferding, ma amplia la definizione ai «cinque caratteri fondamentali che seguono»: 1) concentrazione della produzione e del capitale giunto a un grado di sviluppo così elevato da creare i monopoli il cui ruolo è decisivo nella vita economica; 2) fusione del capitale bancario e del capitale industriale, e creazione, sulla base di questo “capitale finanziario”, di una oligarchia finanziaria; 3) esportazione dei capitali, a differenza dell’esportazione delle merci, assume un’importanza tutta particolare; 4) fondazione di associazioni internazionali monopoliste di capitalisti che si spartiscono il mondo e 5) fine della spartizione territoriale del globo tra le maggiori potenze capitaliste del mondo».

Bukharin propone una presentazione dell’economia mondiale più sistematica di quella di Lenin, insistendo sulla contraddizione tra l’internazionalizzazione di forze produttive e l’appropriazione del plusvalore che continua a svilupparsi su scala nazionale. Egli produce una critica della teoria dell’ultra-imperialismo di Kautsky secondo cui la concentrazione di capitale potrebbe avere uno sbocco nel funzionamento armonioso dell’economia mondiale. Per questa ragione, la sua teorizzazione poggia in fin dei conti su un modello oggi obsoleto: ogni capitalismo nazionale risolverebbe le proprie difficoltà attraverso la formazione di una sorta di capitalismo di Stato, e le contraddizioni del capitalismo sarebbero riportate ad un piano mondiale, non manifestandosi se non come rivalità inter-imperialiste.

Trotski ha abbozzato «una legge di sviluppo ineguale e combinato» che torna ad affermare che, se il capitalismo tende a estendersi al mondo intero, non lo fa in modo lineare e armonioso. Questo approccio permette di evitare due semplificazioni improprie. La prima consisterebbe nel presentare il capitalismo, malgrado la brutalità dei suoi metodi, come un agente del progresso storico dando nel complesso conto di un bilancio globalmente positivo. Ma la formulazione della legge prende ugualmente le distanze da una tesi, che si potrebbe definire terzo-mondista, secondo la quale il capitalismo sarebbe radicalmente incapace di sostenere un qualsiasi sviluppo all’interno dei paesi dominati.
Queste acquisizioni teoriche accumulate nel tempo dai classici del marxismo sono destinate ad essere dilapidate dalla controrivoluzione stalinista. Per ragioni di convenienza politica della burocrazia sovietica, la teoria marxista si troverà ad essere ridotta a una visione schematica che cerca di affermare il ruolo progressista delle borghesie nazionali a fronte di un imperialismo interessato soltanto al mantenimento delle strutture locali qualificate come feudali, allo scopo di giustificare la politica della Terza-Internazionale.

Le teorie della dipendenza
Per amore di semplificazione, si possono raggruppare sotto questa definizione i numerosissimi contributi che appaiono dopo la seconda guerra mondiale e che si riallacciano alle teorie classiche sull’imperialismo. La novità importante consiste nel fatto di ragionare dal punto di vista dei paesi dominati e insistere sulle deformazioni insite nello sviluppo capitalistico mondiale
Malgrado il proliferare di approcci molto diversi, si può riflettere sul fatto che esiste un nodo comune che potrebbe riassumersi con questa definizione della dipendenza, data da Dos Santos : « Per dipendenza intendiamo una situazione nella quale l’economia di alcuni paesi è condizionata dallo sviluppo e dall’espansione di un’altra economia alla quale la situazione originaria viene ad essere subordinata. La relazione di interdipendenza tra due o più economie, tra queste ultime e il commercio mondiale, assume la forma della dipendenza quando alcuni paesi (quelli dominanti) conoscono l’espansione e l’autosufficienza, mentre gli altri(i paesi dominati) non possono sperare di raggiungere un’analoga espansione se non come sottoprodotti della stessa.(...) Verifichiamo appunto che le relazioni messe in atto da questo mercato mondiale sono ineguali e combinate».
L’eco delle formulazioni di Trotski è qualcosa di più di una coincidenza e segna il ritorno alle teorizzazioni sull’economia mondiale considerata nella sua globalità. Ma questo ritorno risente di una spinta verso il «terzo-mondismo » che tende a sopravvalutare alcuni tratti della struttura dell’economia mondiale.
Le tesi di André Gunder Frank sono un ottimo esempio di questa tendenza a superare i limiti. Il punto di partenza è la constatazione corretta della polarizzazione dell’economia mondiale: lo sviluppo del capitalismo non è omogeneo, esiste quello che Frank e Samir Amin chiamano il Centro e la Periferia. La volontà di liberarsi dallo schematismo staliniano porta Frank a spingere fino all’estremo limite la sua logica alternativa per quel che concerne l’America Latina. Poiché si tratta di rifiutare delle tesi sommariamente « dualiste » che oppongono un settore « feudale » e un settore capitalista, Frank ha la tendenza ad insistere sul predominio del capitalismo, affermando che l’America latina è capitalista, fin dai primi anni della conquista.
Questa tendenza a saltare da uno schema estremizzato all’altro si ritrova in forma ancora più accentuata nell’approccio che è stato dominante negli anni sessanta e che si potrebbe riassumere in questo modo: il capitalismo saccheggia il Terzo mondo, riporta integralmente in patria i suoi profitti, è perciò incapace di assicurare lo sviluppo industriale dei paesi dominati.
Non esiste dunque alcuna differenza tra la rivoluzione antimperialista e la rivoluzione socialista.
Va da sé che questa conclusione risulti coerente con la teoria della rivoluzione permanente.
Quello che, in retrospettiva, convince meno è il carattere unilaterale dell’analisi economica, fondata in particolare sulla nozione di scambio ineguale.

L’immagine del saccheggio era molto diffusa e ha trovato il suo modello teorico nel libro di Arghiri Emmanuel. Questo modello ha per lui il merito della semplicità: i paesi della periferia sono caratterizzati da salari e livelli di produttività più bassi. Esiste tuttavia un mercato mondiale sul quale si forma, attraverso la perequazione dei tassi di profitto, un prezzo unico. Questa unicità del prezzo, rapportata alle differenze di produttività, porta a dei trasferimenti di valore o, in altre parole, a uno sfruttamento della periferia da parte del centro.
L’errore di fondo di questo modello consiste nel confondere paesi e capitali, e tende a sfociare immancabilmente nella visione paradossale di una solidarietà di interessi tra la classe operaia e la borghesia dei paesi imperialisti, che, per così dire, sarebbero complici dello sfruttamento dei paesi dipendenti.
Non c’è da meravigliarsi dunque del fatto che si sia potuto allora parlare di « nazioni proletarie », il che porta nonostante tutto a un equivoco straordinario, in quanto il radicalismo della teoria dello scambio ineguale tenderebbe a ricongiungersi con l’idea del nazionalismo anti-imperialista.
Questa rapida panoramica non rende conto della ricchezza e dell’abbondante articolazione del dibattito. La critica principale che si può in ogni caso rivolgere alle versioni radicali delle teorie della dipendenza è quella di aver ostacolato la comprensione dei processi di industrializzazione che si sviluppavano proprio negli anni sessanta.

In molti paesi capitalisti dipendenti, come il Messico, l’Argentina o il Brasile in America latina, la Corea o l’India in Asia, l’Algeria o la Costa d’Avorio in Africa, i processi di industrializzazione hanno avuto luogo dopo la Seconda Guerra Mondiale e fino all’inizio degli anni Settanta.
I tassi di crescita raggiunti mediamente nei paesi del Sud sono equivalenti, perfino superiori, in questo periodo, a quelli dei paesi imperialisti.
Le versioni più estreme o quelle più divulgative delle teorie della dipendenza non hanno permesso all’epoca di comprendere correttamente la realtà di uno sviluppo locale fondato sulla crescita delle industrie di sostituzione che rimpiazzavano progressivamente i beni di importazione.
Questa visione troppo unilaterale aveva a che fare col ruolo eccessivo attribuito alla sfera della circolazione e trasformava in un luogo comune l’immagine di paesi la cui ricchezza veniva continuamente risucchiata dall’esterno, con una tendenza a esagerare in modo simmetrico l’importanza di questa traslazione verso i paesi capitalisti.

Il grande cambiamento del mondo
La mondializzazione ha prodotto, come « effetto boomerang », un vero e proprio cambiamento dell’economia mondiale. Si può misurarlo in molti modi ma il criterio più significativo è senza dubbio il grado di industrializzazione. Tra il 2000 e il 2013, la produzione manifatturiera mondiale (escluso il settore dell'energia) è progredita del 37 %, ma la quasi totalità di questo aumento è stato realizzato dai paesi cosiddetti emergenti nei quali essa è più che raddoppiata (+112 %) mentre essa ristagnava nei paesi avanzati (+1,5 %). La metà della produzione manifatturiera è oggi realizzata dai paesi emergenti (grafico 1). Questa constatazione, che mette in crisi le tesi sullo “sviluppo del sottosviluppo” e sull’impossibilità del processo di industrializzazione al Sud, ha un corollario importante: la mondializzazione porta alla formazione di una classe operaia mondiale, che si sviluppa essenzialmente nei paesi emergenti. (vedi grafico 1 - nella versione pdf)

Il fenomeno si è dispiegato in tutta la sua ampiezza a partire dall’inizio del XXI° sec. e ha prodotto la categoria imprecisa di paesi « emergenti ».In una definizione ampia essa designa l’insieme dei paesi « non avanzati » (come nel caso della scomposizione della produzione industriale). Ma questa suddivisione nasconde il fatto che esistono dei paesi che non sono nè « avanzati » nè « emergenti ».Essa è tuttavia utile per prendere atto di questo grande cambiamento.
La questione che si pone allora è di sapere se questa crescita del potere dei paesi emergenti rimetta in discussione gli approcci “classici” o «dipendentisti» alla questione dell’’imperialismo. Non bisogna in questo caso aver paura di risultare iconoclasti (almeno in un primo tempo) e di sottolineare quello che può esserci di inedito in questa nuova configurazione.

Una nuova configurazione dell’economia mondiale
Per I classici, i paesi dipendenti erano i ricettacoli dei capitali esportati dai paesi imperialisti.
Si è visto che Lenin faceva dell’esportazione dei capitali uno dei criteri di definizione dell’imperialismo. Ma è sufficiente ricordare che gli Stati Uniti sono oggi innegabilmente importatori di capitali per dimostrare che le cose sono cambiate.
Pierre Dockès riassume così la configurazione attuale: «i capitali non si spostano più principalmente dal Nord al Sud, e neppure semplicemente dal Sud al Nord, come viene detto spesso, essi si spostano dai paesi di emersione recente verso i paesi maturi e verso quelli ancora in via di sviluppo (un flusso assai più modesto)».
Dockès arriva a parlare di un imperialismo “ rovesciato” o « di emergenza » che « si esercita, da un lato verso i vecchi paesi sviluppati, attraverso l’esportazione di prodotti industriali e di capitali, dall’altro sui paesi in via di sviluppo (Africa, Asia sotto-sviluppata) per effetto delle risorse nel campo delle materie prime, dei prodotti energetici e anche per le risorse territoriali .

Senza dubbio l’indizio più chiaro di questi mutamenti è quello appena ricordato, vale a dire l’industrializzazione della periferia. Un’industrializzazione che non viene più relegata all’industria di montaggio (tessile o elettronica) e che segnala una “ripresa delle filiere” verso prodotti di alta tecnologia, perfino verso i beni di produzione.
Quelle che venivano chiamate le “Tigri”, e in particolare la Corea del Sud., avevano aperto il cammino, attualmente seguito in modo ancora più massiccio dalla Cina.
L’economia mondiale è oggi strutturata attraverso una complessa rete di capitali che definiscono ciò che viene chiamato “catene globali del valore”».
Questo termine indica la ripartizione dei diversi segmenti dell’attività produttiva su una molteplicità di paesi, dallo stadio dell’ideazione a quello della produzione e della consegna al consumatore finale. Questo significa che si è passati da una internazionalizzazione a una mondializzazione del capitale che porta all’organizzazione della produzione a cavallo di più paesi.

L’immagine dell’economia mondiale non deve più essere solo quella di un faccia a faccia asimmetrico tra paesi imperialisti e paesi dipendenti, ma quella dell’integrazione di segmenti di economie nazionali, sotto l’egida di marchi multinazionali che tessono una vera e propria tela che racchiude l’economia mondiale.
Uno studio recente ha stabilito la cartografia precisa delle interconnessioni tra multinazionali (grafico 2). Esso mostra che la maggior parte (80 %) del valore creato dai 43 000 marchi considerati è controllato da 737 « entità » : banche, compagnie di assicurazione o grandi gruppi industriali
Esaminando più da vicino l’intreccio complesso delle forme di partecipazione e di autocontrollo, ci si rende conto che 147 multinazionali possiedono il 40 % del valore economico e finanziario di tutte le multinazionali del mondo. (vedi grafico 2 nella versione pdf)

Questa nuova configurazione si traduce in un impressionante dinamismo del capitalismo nei paesi emergenti, le cui modalità di azione brutali, perfino schiavistiche, evocano le forme violente assunte dalla rivoluzione industriale in Inghilterra nel XIX secolo.
Possiamo affermare che le fonti della dinamica del capitale si trovano oggi nei paesi emergenti che realizzano importanti profitti di produttività, nel momento in cui questi tendono a calare nei vecchi paesi capitalisti.
Questa dinamica non è più solo il riflesso della congiuntura in atto nei paesi del centro.
Certo, non c’è più il fenomeno della “deconnessione” perché i paesi emergenti dipendono dalle loro esportazioni verso il Nord. Essi accedono progressivamente a una autonomia fondata sui loro scambi Sud-Sud e sulla crescita del loro mercato interno.
La prima implicazione di questo nuovo panorama è il fatto che occorre abbandonare la rappresentazione dell’economia mondiale come la semplice giustapposizione di economie nazionali e rimpiazzarla con un il concetto di economia mondiale intergrata
Le aziende multinazionali sono gli agenti di questa integrazione, la cui geografia coincide sempre meno con quella degli Stati. Questo intreccio crescente rende obsoleti gli strumenti classici di analisi e modifica le rappresentazioni dell’economia mondiale.
Ad esempio il15 % dei salariati francesi, ovvero due milioni di persone, lavorano in aziende che sono sotto il controllo straniero, mentre tre milioni e mezzo di salariati in tutto il mondo sono impiegati da filiali di aziende francesi.
In un recente corsivo, Robert Reich mostra che la concezione di impresa nazionale è sempre meno pertinente. Ricorda che solo un salariato su cinque dell’IBM lavora negli Stati Uniti e che molte multinazionali statunitensi hanno stabilito relazioni di co-investimento con aziende cinesi, e conclude nel seguente modo: « Smettiamo di chiederci se le grandi multinazionali sono «americane».E’ un gioco che non ci porta da nessuna parte. Concentriamoci piuttosto su ciò che vogliamo che le multinazionali, qualunque sia la loro nazionalità, vengano a fare in America, e sul modo in cui possiamo spingerle a farlo».
Questo pasticcio mondializzato offre ai grandi gruppi una via di uscita procurando loro un mercato molto più vasto di quello interno dei loro porti di attracco (senza parlare dei vantaggi rispetto all’evasione fiscale) nel caso francese è possibile misurare questo effetto confrontando lo sviluppo dell’investimento realizzato in Francia con quello realizzato all’estero. Quest’ultimo, relativamente debole nella fase iniziale, si è innalzato considerevolmente durante il periodo della « nuova economia » fino al crack borsistico del 2000, che lo fa abbassare, prima che il movimento verso l’alto riparta nel 2005. L’investimento domestico delle società finanziarie rappresenta da parte sua una proporzione pressappoco stabile del PIL. La cesura tra mercato interno e mercato mondiale può essere misurata anche attraverso il divario che esiste fra la rendita dei grandi gruppi internazionalizzati e quello delle altre imprese. Tra il 2000 e il 2006, i profitti delle principali imprese quotate in Borsa sono raddoppiati passando da 46 à 96 miliardi di euro mentre il profitto dell’insieme delle imprese francesi non aumenta che del 20 %.Questo divario si spiega con il fatto che la maggior parte dei profitti dei grandi gruppi è stato realizzato all’estero.
In altre parole, si assiste a una separazione della dinamica dei capitali in base al loro grado di diffusione sul mercato mondiale. Ciò significa anche che la debole crescita del mercato interno di un paese è sostenibile per le imprese del paese stesso nel momento in cui esse dispongono di sbocchi alternativi sul mercato mondiale

Stati e capitali
A partire dal momento in cui la geografia degli Stati e quella dei capitali risultano sempre più diversificate, bisogna pensare in modo diverso alle relazioni che essi intrattengono. Certamente, i legami privilegiati tra una certa multinazionale e il suo Stato di base non sono evidentemente scomparsi e quindi il “suo” Stato cercherà di difendere gli interessi delle sue industrie nazionali.
La presa di distanza deriva piuttosto dal fatto che le grandi imprese hanno il mercato mondiale come orizzonte e che una delle fonti della loro rendita consiste nella possibilità di organizzare la produzione su scala mondiale minimizzando i costi.

D’altra parte non hanno nessun tipo di costrizione che le obblighi a ricorrere all’impiego di manodopera domestica e i loro sbocchi sono in gran parte scollegati dalla congiuntura nazionale dei loro paesi di origine.Il migliore indizio di questa asimmetria si trova senza dubbio nell’ascesa del discorso sull’attrattività: non si tratta più per gli stati, e questo vale soprattutto in Europa, di difendere le loro « eccellenze nazionali » ma di fare di tutto per attirare gli investimenti stranieri sul loro territorio.
La mondializzazione conduce quindi a un intreccio di relazioni di potere che si organizzano secondo quella che si potrebbe definire una doppia regolazione contraddittoria. Da un lato gli Stati devono combinare gli interessi divergenti dei capitali rivolti al mercato mondiale organizzando di conseguenza la loro produzione e dall'altro quelli del tessuto di imprese che producono per il mercato interno.
La distinzione tra settore « esposto » e settore « protetto » riveste un’importanza crescente nell’analisi dei capitalismi nazionali: Da un altro punto di vista questi stessi Stati cercano nello stesso tempo di garantire una regolazione nazionale coerente e le condizioni per un inserimento ottimale nell’economia sempre più mondializzata.
In queste condizioni, i rapporti tra gli stati capitalisti si articolano attorno a due obiettivi contraddittori: ogni stato cerca di assicurare in modo classico la sua posizione nella scala delle egemonie, ma è costretto anche a garantire le condizioni del funzionamento del capitalismo mondializzato. Le istituzioni internazionali, come ad esempio l’OMC(Organizzazione mondiale del commercio), funzionano allora come una sorta di “sindacato degli stati capitalisti » mettendo in opera una totale libertà di circolazione dei capitali.
Ma se si considerano i negoziati in corso sul trattato transatlantico (TTIP), la posta in gioco per gli Stati Uniti è chiaramente quella di far leva sui “partners” europei per riaffermare la propria egemonia di fronte alla crescita cinese.
Non esiste dunque oggi né un «ultraimperialismo», né un «governo mondiale», per cui il capitalismo contemporaneo è di fatto un sistema che sfugge per sua natura a ogni regolazione credibile e che funziona in maniera caotica, sballottato tra una concorrenza esasperata e la necessità di ricostruire un quadro di funzionamento comune.
Evidentemente questo non impedisce di continuare peraltro con le pratiche tipiche dell’imperialismo. Un esempio molto attuale è fornito dal progetto di accordo di partenariato economico (APE) siglato il 10 luglio scorso in Ghana, tra l’Unione europea e 16 paesi dell’Africa occidentale. Esso mira a sopprimere il 75% dei diritti di dogana sulle importazioni provenienti dall’UE e a restringere la loro autonomia in materia di politica commerciale al di là delle esigenze dell’ OMC.
Questo incrociarsi di rapporti di potere rende probabilmente impossibile un ragionamento in termini di successione di potenze dominanti, come se l’egemonia della Cina dovesse meccanicamente prendere il posto di quella degli Stati Uniti.
Senza entrare nel merito di una analisi geostrategica che va al di là del tema di questo articolo, si potrebbe avanzare l’ipotesi che queste relazioni di potere siano oggi strutturate su due assi: un asse «verticale» classico che oppone le grandi potenze, e un asse « orizzontale » corrispondente alla concorrenza tra capitali. E’ per questo che l’economia mondiale non può più essere analizzata unicamente secondo il rapporto gerarchico che oppone i paesi imperialisti e quelli dominati.
Portando il ragionamento fino alle sue estreme conseguenze, si potrebbe arrivare a parlare di un imperialismo rovesciato, come fa Pierre Dockès che ha ragione, in ogni caso, di insistere sulla concorrenza crescente che si esercita non solo per la conquista dei mercati ma anche per il controllo delle risorse.

Una configurazione instabile
Se dobbiamo misurare il grande cambiamento dell’economia mondiale, dobbiamo anche cercare di scoprirne i limiti e le contraddizioni, e non limitarsi a prolungare le tendenze interpretative dell’ultimo decennio. Le riflessioni che seguono sono dunque vere e proprie ipotesi di lavoro piuttosto che “previsioni”. Ma forse è utile, dopotutto, partire da quelle fatte dall’OCSE che ha appena pubblicato uno studio sulle prospettive dell’economia mondiale nell’orizzonte futuribile del 2060. Esso prevede che « la crescita, seppur più sostenuta nei paesi emergenti piuttosto che in quelli dell’OCSE, subirà anche lì un rallentamento, malgrado tutto, a causa dell’esaurimento progressivo del processo di recupero e di una situazione demografica meno favorevole».
L’OCSE scompone, secondo il metodo classico, la crescita in 3 elementi: il capitale, il lavoro (accresciuto dal « capitale umano ») e la produttività globale dei vari fattori.
Questa audace contabilità vale per quello che vale. Ma essa sottolinea comunque un fenomeno centrale che è il rallentamento considerevole della produttività così definita nei paesi emergenti:questa passerebbe da più del 5 % nel corso dell’ultimo decennio al 3,2 % nel corso di quello successivo(2010-2020) e al 2,1 % sull’orizzonte del 2060 (vedi tavola 1 nella versione pdf)).

La constatazione per cui i guadagni di produttività che sono, ancora una volta, la base materiale, si fanno oggi nei paesi emergenti, potrebbe dunque essere contraddetta in tempi forse più brevi rispetto alle previsioni dell’OCSE. E’ tanto più vero per il fatto che queste ultime si basano sull’ipotesi di guadagni di produttività che sarebbero fondati per tre quarti sulle tecnologie informatiche, ipotesi che il rapporto stesso qualifica come ottimistiche «tenendo conto della storia recente ».
Il caso della Cina ci spinge a porre il problema nei termini seguenti: la ripresa delle filiere, o, in altre parole, la capacità di produrre merci ad alta tecnologia, dipende dal co-investimento internazionale oppure indica un’autonomia crescente dell’apparato produttivo cinese?
L’analisi delle catene del valore mostrano che esistono importanti trasferimenti di valore aggiunto. La situazione si complica con la tendenza alla sovraccumulazione del capitale che produce un abbassamento della redditività dei capitali a cui si aggiunge una dipendenza crescente in materia di energia, di terre rare cioè di risorse preziose per i prodotti a tecnologia avanzata. I dirigenti cinesi sono coscienti dei limiti del modello e hanno pianificato un ricentramento sul mercato interno

Ma quest’ultimo si scontra con due ostacoli principali: da una parte l’apparato produttivo non è immediatamente adattabile alla domanda interna e soprattutto un tale ricentramento necessiterebbe di una modifica importante nella ripartizione dei redditi.
Questi interrogativi sono ancora più legittimi per quel che riguarda gli altri BRICS. Così, nel caso del Brasile, Pierre Salama può parlare di «riprimarizzazione» e di deindustrializzazione. In generale, i paesi emergenti sono entrati in una fase di instabilità cronica dei loro bilanci esterni. E soprattutto l’economia mondiale non può essere analizzata sul piano di una divisione approssimativa tra paesi « avanzati » e «emergenti » che dimentica altre categorie di paesi come per esempio i paesi rentiers. Una parte importante della popolazione mondiale vive in paesi, o segmenti di paesi, tenuti ai margini della dinamica della mondializzazione capitalistica. Le linee di frattura attraversano le formazioni sociali e contribuiscono a destrutturare la società.

Ipotesi di lavoro in forma di conclusioni
La legge dello «sviluppo ineguale e combinato» è sempre di attualità a condizione di comprendere bene che essa non si regge più su economie nazionali relativamente omogenee: ancora una volta la mappa dei capitali non si sovrappone più a quella degli Stati e il capitale finanziario internazionale ha acquisito un’autonomia che non ha precedenti nella storia.
La questione teorica più difficile, e che senza dubbio non può essere chiarita del tutto nel momento attuale, è di sapere fino a che punto i paesi cosiddetti emergenti abbiano acquisito una vera e propria padronanza dei processi di produzione o in che misura essi restino ancora una sorta di subappaltatori sottomessi alla volatilità dei capitali internazionali.
La risposta è indubbiamente differente a seconda dei paesi e dei settori e occorre, da questo punto di vista,richiamare in causa l’omogeneità della categoria di paesi «emergenti» Dalla risposta fornita a questa domanda, dipenderà il grado di rimessa in discussione necessaria rispetto alle concezioni classiche dell’imperialismo.
Un secondo interrogativo nasce in riferimento al carattere durevole di questa nuova configurazione Da un lato, l’esaurirsi della crescita al Nord finirà probabilmente per frenare la crescita anche al Sud e, dall’altro lato, le tensioni sociali al Sud peseranno nel senso di una crescita più autocentrata e dunque rallentata.
Molti di questi quesiti saranno risolti su un piano non strettamente economico, ma sociale e ecologico. L’organizzazione attuale dell’economia mondiale porta infatti a una fuga in avanti permanente nella regressione sociale.
Sono queste d’altronde le implicazioni delle previsioni dell’OCSE citate precedentemente, che prefigurano una escalation universale delle diseguaglianze, e dunque il messaggio può essere così sintetizzato : « Se volete una crescita più forte, secondo l'OCSE, dovete accettare una maggiore diseguaglianza. E viceversa. anche per raggiungere un mediocre livello di crescita del 3% per l’economia mondiale, occorre rendere "più flessibile" il lavoro, e l’economia ancora più globalizzata».
Andando oltre le considerazioni precedenti, c’è infine la sfida del cambiamento climatico che richiederebbe una cooperazione internazionale e una svolta radicale verso un altro modello di sviluppo.
Ma queste due condizioni sono in contraddizione con la logica profonda del capitalismo che è un sistema fondato sulla concorrenza tra capitali e sulla ricerca del profitto.

Bibliografia

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