Nassiriya: contronarrazione di un'occupazione

Thu, 13/02/2014 - 11:09
di
Valentina Quaresima

A pochi giorni dalle celebrazioni dell’attentato di Nassiriya cerchiamo di tornare a quei fatti per ragionare sul modo in cui la classe dominante si è servita e continua a servirsi di una narrazione mitologizzante della storia per legittimare se stessa e per conservare il proprio potere. La riflessione ruota intorno ad un tema, a nostro avviso, cruciale: il rapporto tra mito e politica.

12 novembre 2003. Sono passati dieci anni dall’attacco che provocò la morte di 28 persone (i 9 lavoratori iracheni che erano impiegati nella struttura non li mette mai nel conto nessuno), oltre a diversi feriti, nella base italiana Maestrale di stanza a Nassiriya (sud Iraq), ma il copione resta sempre, invariabilmente lo stesso. La macchina da guerra dell’informazione mainstream è partita dando voce alla cultura dominante, eroicista e guerrafondaia, dei politici, dei giornalisti e degli intellettuali di regime; la retorica patriottica delle istituzioni si è espressa in tutta la sua ipocrita “bonomia”, quest’anno anche con la tanto agognata consegna delle “Medaglie della Riconoscenza” ai familiari delle vittime e la “Giornata del ricordo dei caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace” si è consumata nella sua vieta e nauseante ritualità.
Verrebbe da dire, niente di nuovo sotto il sole se non sapessimo che è proprio di questa simbologia eroica che il potere si nutre e si ingrassa. L’uso che la classe (politica) dominante fa di manifestazioni pubbliche di questo tipo è un tema da prendere molto sul serio. Del resto, è sul terreno del simbolico che il potere si rafforza, lasciando all’informazione il compito fondamentale di trasformare gli scheletri di miti e leggende in narrazioni dominanti; in storie che non si incaricano solo di raccontare la realtà, ma di crearla plasmandola a immagine e somiglianza dei potenti. In questo senso, come dice Wu Ming, il nostro compito è proprio quello di «sgonfiare le favole dei potenti» raccontando altre storie.
Per fare un paio di esempi: quando Giorgio Napolitano dichiara che la morte dei 17 soldati e dei due civili a Nassiriya resta «un’inaccettabile e vile barbarie» che ha colpito uomini che sono «il simbolo di un impegno forte a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e per la cooperazione pacifica tra i popoli», non sta semplicemente raccontando una menzogna, ma sta esprimendo una visione del mondo ben precisa, imperialista e coloniale. Quando il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, che nel 1998 dichiarava «faremo di tutto affinché la guerra sia evitata», oggi dice, a proposito dei morti di Nassiriya, che «il loro esempio, quello dei tanti italiani impegnati nel mondo per portare pace, democrazia e speranza alle popolazioni, ci rende fieri e orgogliosi», non ci sta solo dimostrando che una poltrona tira più di un carro di buoi, ma ci sta dicendo che il rifiuto della guerra è qualcosa di abdicabile, a cui si può rinunciare in nome del potere.

Detto ciò, restano aperte due questioni fondamentali su cui stampa e media mainstream non hanno speso una riga né detto una parola: cosa ci facevamo a Nassiriya? Cosa ne è stato dell’Iraq e degli iracheni in quasi 11 anni di occupazione alleata?
Rispetto alla prima domanda. Innanzitutto, quanto accaduto a Nassiriya avrebbe potuto essere, se non evitato, almeno limitato nel suo bilancio di sangue. Alcune delle vittime non morirono, infatti, per l’effetto diretto del camion bomba scagliato da un attentatore suicida all’interno della base, ma per l’esplosione del deposito di armi che era collocato in una posizione insicura. Ovviamente, i papaveri in divisa, imputati per aver sottovalutato gli allarmi sulla sicurezza nella base, sono stati giudicati improcessabili ai sensi di una leggina inserita nel decreto sul rifinanziamento alle missioni votato, nel 2009, da Pd e Pdl congiuntamente. In secondo luogo, all’indomani dell’attentato, Claudio Gatti (allora inviato a New York per il Sole24ore) scrisse – citando fonti CIA – che quanto avvenuto era stato un segnale diretto a colpire gli interessi petroliferi italiani in Iraq. Ovviamente, ENI ha sempre smentito ogni legame tra partecipazione italiana alla guerra e profitti, ma nel 2004, il ministro degli Affari Esteri di allora Franco Frattini, nella prima Relazione sulla partecipazione italiana alle operazioni internazionali, scriveva: «possiamo attenderci benefici economici dalla stabilizzazione di regioni sensibili per i nostri approvvigionamenti» di fatto ammettendo l’esistenza di quella liaison. Inoltre, un dossier del Ministero delle Attività Produttive risalente a 6 mesi prima dell’inizio della guerra, indicava in Nassiriya il luogo migliore per una presenza italiana in Iraq. Guarda caso, in ben 15 delle 19 pagine del documento governativo, si parlava di “oro nero” e di un affare da 300 miliardi di dollari. Insomma, è evidente oggi più di allora che la seconda guerra del Golfo con la democratizzazione tanto sbandierata (che poi non è qualcosa di esportabile) non c’entrava proprio nulla e che il petrolio è stato, se non l’unica, almeno una delle poste in gioco più significative che ha mosso tutte le potenze in campo.

E qui si arriva alla seconda domanda: cosa ne è stato degli iracheni e delle irachene? Come accade in ogni conflitto, a pagare il prezzo più grande è stata la popolazione civile, tra l’altro già martoriata da anni di repressione politica, guerre, sanzioni e instabilità. Da quando, il 18 agosto 2010, l’ultima brigata da combattimento nordamericana ha lasciato l’Iraq, sul campo sono rimasti circa 50000 militari con compiti di addestramento delle truppe locali; 2400 civili (impegnati presso l’Ambasciata USA di Baghdad e altre quattro sedi diplomatiche sparse per il paese) e almeno 7000 contractors privati (200000 se non si calcolano solo quelli statunitensi) a dimostrazione della consistenza degli interessi occidentali nell’area. L’Iraq, dunque, a discapito della narrazione dominante, resta un paese occupato.
Secondo l’Iraqi Body Count, tra il 20 marzo 2003 e il 14 marzo 2013, sarebbero morti all’incirca 120000 civili. In un rapporto diffuso l’11 marzo 2013, Amnesty International ha affermato che, 10 anni dopo l’invasione diretta dagli Usa, l’Iraq resta intrappolato in un terribile ciclo di abusi: attacchi quotidiani contro la popolazione civile; tortura nei confronti dei detenuti; processi irregolari. Già nel marzo 2008, il Comitato Internazionale della Croce Rossa descriveva la situazione umanitaria in Iraq come “una delle più critiche al mondo”. Nell’aprile dello stesso anno, John Holmes, Sottosegretario Generale per gli affari Umanitari dell’ONU, dichiarava che 4 milioni di persone non avevano cibo sufficiente, solo il 40% della popolazione aveva accesso sicuro all’acqua potabile e un terzo della popolazione non godeva di servizi sanitari fondamentali, medicine salvavita e vaccinazione di base. Per non parlare della devastazione e dei saccheggi perpetrati ai danni del patrimonio culturale del paese. Oltre al Museo e alla Biblioteca Nazionali di Baghdad, sono state distrutte decine di siti archeologici e di luoghi di cultura soprattutto a causa del comportamento delle forze d’occupazione che hanno creato basi e postazioni difensive in prossimità di siti di inestimabile importanza storica, come Babilonia e Ur. Aveva ragione Heinrich Heine quando diceva che «dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli uomini». E così è stato.

Concludiamo citando quanto scriveva Riverbend, una delle autrici del blog Baghdad Burning: Girl from Iraq, nel 2005: «Questa guerra cominciò come guerra alle armi di distruzione di massa. Quando queste non furono trovate, e la prova della loro esistenza si rivelò nella migliore delle ipotesi inconsistente, essa si trasformò d’improvviso in una guerra al terrorismo. Da quando non si riuscirono a rintracciare legami con Al-Qaeda o con Osama Bin Laden… è diventata una ‘liberazione’. Chiamatela come volete: per me si tratta di un’occupazione». Sottoscriviamo.