Mahmud Abbas, una rottura ingannevole con Donald Trump: interrogativi sulla strategia palestinese

Fri, 26/01/2018 - 17:13
di
Michel Warschawski*

La decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme e di riconoscere la città capitale di Israele, ha ulteriormente evidenziato il totale fallimento degli accordi di Oslo. Perfino il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese ha dovuto prenderne atto, inasprendo sensibilmente le sue dichiarazioni, sebbene non paia intenzionato a mettere in discussione la strategia che persegue da oltre dieci anni, come dimostra la scelta di modificare le decisioni adottate dal Consiglio Centrale dell’OLP.

Il 14 e 15 gennaio a Ramallah si è riunito il Consiglio Centrale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, un organismo intermedio tra il Consiglio Nazionale Palestinese, una specie di Parlamento che rappresenta i/le palestinesi del mondo intero, e il Comitato Esecutivo che, come indica il suo nome, dovrebbe essere il potere esecutivo dell’OLP, ma che di fatto è stato in larga misura esautorato dal governo dell’Autorità Nazionale Palestinese, presieduta (come il Comitato Esecutivo) da Abu Mazen.

Il fatto che il Consiglio si sia tenuto a Ramallah ha indebolito molto il potere rappresentativo della principale opposizione ad Abu Mazen rappresentata dai palestinesi rifugiati. C’è da segnalare anche il rifiuto da parte di Hamas e della Yihad Islamica di partecipare come osservatori al Consiglio Centrale, nonostante l’invito di Abu Mazen. Bisogna ricordare inoltre che Hamas vinse le elezioni municipali del 2005 e quelle politiche del 2006 anche nei territori amministrati dall’Autorità Nazionale, ma preferì lasciare a Fatah la costituzione del governo e la gestione del dialogo con Israele.

L’ora della resa dei conti

Se nessuno mette in dubbio la leadership dell’ultimo sodale di Yasser Arafat, le critiche rivolte alla sua politica sia da parte dell’opposizione che da parte di settori interni a Fatah, sono severe e numerose. Durante le settimane che hanno preceduto l’incontro di Ramallah, una buona parte dei settori palestinesi militanti non ha certo risparmiato giudizi negativi su quello che hanno definito “l’insuccesso strategico” di Abu Mazen, che di fatto ha sempre basato tutta la sua politica sui negoziati con Israele sotto l’egida di Washington.

L'estrema destra al potere in Israele e la vittoria di Donald Trump hanno definitivamente seppellito gli accordi di Oslo. Ad oltre vent'anni dalla loro stipula si può ben dire che sono falliti. Una parte importante dell'OLP, incluso Fatah, traendo una lezione da questo insuccesso, attacca più o meno apertamente il presidente Abbas. Ci si sarebbe quindi potuti aspettare un Consiglio Centrale movimentato.

Una volta tanto, però, Abu Mazen è riuscito a giocare d'anticipo e a neutralizzare le critiche. In un discorso fiume il presidente ha delineato un bilancio del fallimento del processo di Oslo e ne ha annunciato la sua fine. Certo non è stata una notizia straordinaria per le delegate ed i delegati del Consiglio, ma detto da chi ha passato due anni nell'anticamera della Casa Bianca aspettando che il governo americano facesse pressioni su Tel Aviv, rappresenta un fatto nuovo ed è l'ammissione di un insuccesso strategico. Ascoltando Abu Mazen si aveva la sensazione che l'anziano presidente stesse facendo il suo testamento politico e si stesse giustificando dinnanzi al suo popolo e alla storia: «Non ho mai svenduto i diritti legittimi del nostro popolo» ha dichiarato, aggiungendo di aver persino rifiutato molti soldi che gli americani e alcuni stati arabi gli avevano offerto in cambio di un ammorbidimento delle rivendicazioni palestinesi.

"Lo schiaffo del secolo"

Abu Mazen, conosciuto per il suo linguaggio asettico e diplomatico, ha sorpreso tutti con la durezza delle sue dichiarazioni. In primo luogo nei confronti degli stati arabi, che ha accusato di interferenze negli affari interni della Palestina. Quindi contro gli ambasciatori statunitensi: Nikki Haley all'ONU e David Friedman a Tel Aviv. Quest'ultimo è stato descritto come « un colono che si oppone perfino alla parola occupazione. È una specie di maledizione dell'amministrazione USA e non accetterò mai di incontrarmi con lui, in nessun posto, né a Gerusalemme, né ad Amman, né a Washington». In quanto ad Haley, che minaccia di colpire chiunque attacchi Israele, «sapremo reagire come si deve ». Ma evidentemente è stato Donald Trump il bersaglio delle sue parole più dure: « Abbiamo detto a Trump che non accetteremo il suo piano. Il deal del secolo si è trasformato nello schiaffo del secolo, e sapremo restituire lo schiaffo. Voglio essere molto chiaro: non accetteremo più il ruolo di intermediario che gli Stati Uniti hanno avuto nei negoziati (…) Trump minaccia di tagliare i finanziamenti all'AP perché saremmo stati noi a far fallire i negoziati? Che vada al diavolo! (letteralmente in arabo: che la tua casa vada in rovina!) Quando mai abbiamo iniziato una negoziazione?»

E visto che era giunta la resa dei conti, Abu Mazen ha attaccato anche gli inglesi, responsabili della Dichiarazione di Balfour che portò alla creazione dello stato di Israele e all'espulsione di una parte rilevante della popolazione araba autoctona.

La cooperazione con Israele sulla sicurezza

A che cosa è dovuta questa nuova radicalità del presidente? Di sicuro, alla sua tarda età e alla volontà di entrare nella storia come colui che, a prescindere dalla sua riconosciuta e spesso criticata moderazione, non ha accettato di essere vassallo di Donald Trump. Ma certamente centra anche il fatto che l'annuncio del presidente americano su Gerusalemme come capitale dello stato di Israele e le misure adottate nelle ultime settimane per trasferirne lì l'ambasciata, hanno avuto l'effetto di una dichiarazione di guerra. Gerusalemme rappresenta quanto di più prezioso per i palestinesi e nemmeno i più moderati possono accettare che i palestinesi siano spogliati della loro capitale.

L'amministrazione Trump non ha voluto cogliere questo dato di fatto. Per Mahmud Abbas la dichiarazione del presidente americano non rappresenta solo la violazione del diritto internazionale e la perdita di consenso nella comunità internazionale: è soprattutto la prova schiacciante che il processo di negoziati sotto gli auspici di Washington è finito.
Siamo davvero difronte ad un punto di volta storico nelle relazioni israelo palestinesi, come affermano alcuni commentaristi? Majed M., un delegato di Fatah nel Consiglio Centrale, è categorico: «Non c'è un piano B. Anche se Oslo viene definitivamente seppellito, prima o poi si dovrà tornare ad un tavolo di negoziati con Israele. Dopo Trump e dopo Netanyahu.» Nel frattempo cosa farà Abbas? «Richiederà l'intervento del Tribunale Penale Internazionale dell'Aja e rafforzerà i legami con gli altri membri della comunità internazionale ».

La delegazione del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina (FPLP) nel Consiglio Centrale è più categorica. Uno dei suoi membri ha spiegato: «Se Abu Mazen fosse coerente, abbandonerebbe la cooperazione con Israele in materia di sicurezza, come aveva deciso il Consiglio Centrale precedente». Secondo il giornale Al-Hayat pubblicato a Londra, il rappresentante del FPLP nel Comitato Esecutivo dell'OLP Omar Schehade avrebbe affermato, nella riunione del Comitato che precedette quella del Consiglio, che Abbas aveva rifiutato deliberatamente di applicare la decisione del Consiglio Centrale precedente, che sanciva la fine della cooperazione militare con Israele.

Ricostruire l'unità nazionale

Se Oslo è morta, come sostiene anche Abu Mazen, non è forse giunto il momento di “riconsegnare le chiavi” e obbligare Israele a gestire da solo, giorno per giorno, i palestinesi? A prendere in carico le infrastrutture, l'educazione, la salute? Queste sono le domande che pongono al presidente non solo i rappresentanti dei partiti di sinistra, ma anche buona parte dei militanti di Fatah. L'autodissoluzione dell’Autorità Palestinese obbligherebbe prima o poi la comunità internazionale a intervenire urgentemente. Il risultato sarebbe l'internazionalizzazione del conflitto ed eventualmente la convocazione di una conferenza internazionale che interromperebbe il faccia a faccia del tutto impari, tra Israele ed il popolo palestinese.
Una simile ipotesi rappresenta l'incubo peggiore per le autorità israeliane. Ma non è uno scenario immediato: «Troppi burocrati e uomini d'affari palestinesi hanno interesse a proseguire la collaborazione con Israele » afferma Majed M., militante di Fatah. Ancora perggio per gli israeliani sarebbe la fine della collaborazione in termini di sicurezza, che rappresenta per Israele il principale successo degli accordi di Oslo. L'esistenza di una polizia palestinese che collabora fianco a fianco con l'esercito israeliano ha permesso allo Stato ebraico di ridurre significativamente le proprie truppe in Cisgiordania e le informazioni fornite giornalmente dai servizi di informazione palestinese al Shin Beit sono di inestimabile valore.

Ebbene, nel suo discorso fiume nel plenum del Consiglio Centrale, Abu Mazen non ha messo in discussione la collaborazione militare. Il che equivale a dire che non ha messo in discussione il nocciolo della questione. Denunciare davanti al Tribunale Penale Internazionale è certamente positivo ma, come fa notare Nassar L., un quadro di lunga data del FPLP di Betlemme, «solo ponendo fine alla collaborazione con Israele si potrà mettere in piedi una resistenza popolare e unita contro l'occupazione. Il fatto che Abu Mazen non abbia toccato tale aspetto, rende relativa l'importanza del suo discorso ».

Lasciando l'ultima parola a Naim J., un vecchio militante comunista di Gerusalemme: «Abu Mazen lo riconosce, il processo di Oslo è morto. Quello che ora è urgente fare, è sviluppare una strategia alternativa a quella che ha dominato il campo politico palestinese per oltre vent'anni. Non è certamente una questione semplice e abbiamo bisogno di un vero e ampio dibattito nazionale, essendo la ricostruzione dell'unità nazionale, la precondizione necessaria e irrinunciabile. Nel breve termine, è la sfida principale ».

*Fonte articolo: http://www.vientosur.info/spip.php?article13419.
Traduzione a cura di Marco Pettenella