Libertà, un destino comune per Gaza, Yarmouk, Golan

Thu, 24/07/2014 - 20:58
di
Joseph Daher

La solidarietà verso la resistenza e il popolo palestinese non solo non esclude, ma rende più forte e necessaria la solidarietà per la liberazione delle popolazioni del medioriente oppresse dai loro stessi regimi.
Una riflessione di un attivists della sinistra rivoluzionaria siriana, autore del blog Syria Freedom Forever

L’aggressione militare di Israele ai danni della Striscia di Gaza, iniziata 10 giorni fa e che ha causato la morte di più di 200 palestinesi, tra i quali l’80 percento di civili, dei quali il 20 percento costituito da bambini, ci ricorda la natura reazionaria e aggressiva dello stato sionista: un’entità colpevole di occupazione, colonizzazione e apartheid.
Il regime israeliano ha lanciato la propria aggressione militare contro la Striscia di Gaza, la quale continua a vivere sotto un assedio illegale e disumano che l’ha trasformata in una prigione a cielo aperto, con il pretesto della vendetta per l’assassinio di tre giovani coloni israeliani perpetrato dall’iniziativa autonoma di due giovani palestinesi, finendo per punire la collettività palestinese e in particolare Hamas che, nonostante le accuse del regime israeliano, ha negato ogni coinvolgimento nell’assassinio. La propaganda israeliana, che intende presentarsi come vittima, non funziona, e non può nascondere il fatto che lo Stato Israeliano ha perseguito e intensificato la propria politica di colonizzazione, apartheid, espulsione e occupazione ai danni della popolazione palestinese, e che dall’inizio dell’anno, prima dell’aggressione israeliana contro Gaza, un totale di 22 palestinesi sono stati uccisi dalle forze di sicurezza israeliane, mentre 1226 palestinesi sono stati feriti e altri 629 sono stati trasferiti con la forza.

In Cisgiordania, in seguito all’annuncio della morte dei tre coloni, Israele ha lanciato operazioni militari nei territori, uccidendo più di 10 palestinesi nell’arco di poche settimane e ferendone diversi altri, mentre più di 500 palestinesi sono stati arrestati, e di questi più di 80 sono stati trattenuti con il pretesto di una “detenzione amministrativa”, una forma di detenzione senza capi d’accusa o processo. Il numero di bambini detenuti nelle prigioni israeliane ha raggiunto il numero di 250. Le forze di occupazione israeliane hanno altresì imposto severe limitazioni alla mobilità in Cisgiordania, mentre setacciavano oltre 1000 abitazioni e università, alcune delle quali sono state saccheggiate.
Nei territori palestinesi del 1948 (Israele) fu avviata una massiccia campagna mediatica di stampo razzista, la quale si è radicata nel razzismo istituzionale promosso dallo stato di Israele da ormai diversi decenni, e largamente intensificatosi nelle settimane seguite all’annuncio della morte dei tre giovani coloni, con l’istigazione all’uccisione di arabi e palestinesi. Si sono svolte delle manifestazioni, in diverse città israeliane, per richiedere l’uccisione dei palestinesi, mentre molti fra questi hanno subìto linciaggi pubblici da parte di giovani israeliani. Queste scene ci hanno ricordato dei linciaggi di gruppo contro i neri negli stati statunitensi del sud, effettuati ogni qualvolta si verificava l’uccisione di un bianco. È anche questa atmosfera da pogrom ad aver causato l’assassinio del ragazzo palestinese, Mohammed Abu Khdeir, che viveva in un quartiere orientale di Gerusalemme, annesso e occupato da Israele, sequestrato e bruciato vivo da un gruppo di giovani israeliani. Il ragazzo “è stato bruciato sia dall’interno che dall’esterno, perché ha probabilmente dovuto ingerire del combustibile”, riferisce il Ministro per Gerusalemme palestinese, Adnan al-Husseini. I media israeliani hanno cercato di riferire quanto accaduto attraverso versioni propagandistiche, dichiarando che il ragazzo era stato assassinato a causa del proprio “orientamento sessuale” o perché vittima di una faida fra clan. Solo dopo giorni la polizia ha ammesso che l’assassinio del giovane palestinese è stato dovuto a moventi politici, senza però rivelare altre informazioni, in virtù delle censure sulle indagini.
La polizia israeliana ha inoltre, dopo averlo picchiato, arrestato il cugino del martire Mohammed Abu Khdeir, Tareq Abu Khdeir, cittadino statunitense di 15 anni.
In seguito a ciò, si sono tenute molte manifestazioni palestinesi nel 1948, all’interno di Israele, per denunciare e protestare contro le politiche israeliane. A partire dall’omicidio di Mohammad Abu Khdeir, si sono organizzati molti raduni da parte di organizzazioni antirazziste a Gerusalemme, Tel Aviv e Haifa. Oggi le manifestazioni sostengono la Striscia di Gaza.

Noi ribadiamo il nostro sostegno totale e la nostra solidarietà con il popolo palestinese e con la resistenza palestinese contro le aggressioni e le politiche israeliane, ma questi eventi dovrebbero anche ricordarci due aspetti strategici di grande importanza, se parliamo della liberazione palestinese.
Prima di tutto, la natura dello Stato di Israele, come già detto in precedenza, e le sue politiche devono portarci alla (ri)conferma che l’unica reale risoluzione della questione palestinese e di quella ebraica è 1) la distruzione dello stato coloniale e razzista di Israele che ha portato solo sofferenza al popolo palestinese e non ha mai portato sicurezza in Israele o agli ebrei altrove, come invece vorrebbe la sua propaganda (anzi!) e 2) l’istituzione di uno stato democratico, sociale e secolare nella Palestina storica del 1948 per tutti (palestinesi e israeliani) senza forme di discriminazione e nel quale ogni palestinese, che si tratti di rifugiati interni o rifugiati in paesi stranieri, ha diritto a rientrare nella propria terra e nella casa d’origine dalla quale è stato espulso con la forza nel 1948, 1967 e negli anni successivi.

In secondo luogo, è necessario ricordare quanto la liberazione della Palestina vada a braccetto con lo spodestamento di tutti i regimi autoritari nella regione, complici della sofferenza del popolo palestinese. Tutta la classe dirigente nella regione, senza eccezioni, beneficia più o meno direttamente della presenza dello stato sionista. I vari regimi nella regione avranno pure differenze politiche che inducono a competizioni e tensioni, ma essi tutti sono d’accordo nell’ammettere la necessità di sconfiggere le classi popolari della regione, con le loro volontà di libertà ed emancipazione. Tutti questi regimi hanno, inoltre, fatto opposizione al movimento di liberazione palestinese e/o hanno tentato di sopprimerlo in vari modi, come la dura repressione, l’espulsione o l’assassinio, e/o hanno tentato di cooptarlo attraverso finanziamenti per costringerlo alla sottomissione ai propri interessi politici che sono in opposizione a quelli delle classi popolari palestinesi.
Questo è il motivo per cui l’opposizione a ogni rivoluzione popolare nella regione non solo sta tradendo le cause dei popoli di Siria, Egitto, Tunisia, Bahrein e altri, ma sta altresì tradendo la causa palestinese e del suo popolo. Non si può sostenere la causa palestinese e, allo stesso tempo, assumere un atteggiamento centrista nei confronti del criminale regime di Assad, responsabile della morte di centinaia di palestinesi in Siria negli ultimi tre anni, dell’assedio e del bombardamento del campo rifugiati di Yarmouk e di altri campi palestinesi in Siria. Non si può dimenticare la storia di repressione di ogni movimento di liberazione palestinese del regime di Assad, così come il diniego di intervento in Giordania nel settembre 1970 a fermare lo spargimento di sangue palestinese per mano del regno hascemita o l’opposizione alla creazione di qualunque forma di resistenza, sia siriana che palestinese, per la liberazione del Golan e della Palestina.
Non c’è differenza tra un morto palestinese a Gaza o a Yarmouk: sono gli stessi, entrambi lottano per la liberazione e l’emancipazione.
Questa logica vale per tutti i regimi autoritari, inclusi l’Arabia Saudita, il Qatar, l’Egitto, l’Iran, ecc. … La strada per la liberazione della Palestina passa attraverso tutte queste capitali.

Una logica simile può applicarsi a gruppi politici come Hezbollah. che affermano di sostenere la liberazione della Palestina, ma che negli ultimi anni hanno collaborato con lo stato libanese e le forze di sicurezza per impedire mobilizzazioni popolari o militari contro Israele nel Libano meridionale, ma soprattutto a quanti fiancheggiano il regime di Assad nelle lotte militari contro i rivoluzionari siriani. Vediamo come sono gli interessi politici, legati a quelli dell’Iran, a difendere l’autoritario e corrotto regime che ha ucciso siriani, palestinesi e libanesi, ha in passato attaccato movimenti di resistenza e ha impedito ogni forma di resistenza a Israele dalla Siria; questi interessi si sono rivelati più importanti della liberazione della Palestina.
Ciò vale anche per i gruppi palestinesi, ai quali ribadiamo il nostro sostegno incondizionato nel loro fondamentale diritto di resistenza contro Israele e contro i reazionari e autoritari regimi arabi e condanniamo gli attacchi contro tutti loro da parte di Israele e di altri attori, i quali da par loro hanno avuto sostegno per le loro rivoluzioni popolari. Il nostro sostegno ai gruppi palestinesi nella loro resistenza all’aggressione militare israeliana non ci impedisce di criticarne visioni e programmi politici. Condanniamo, ad esempio, il sostegno di Mahmoud Abbas alla gestione autoritaria di Sissi in Egitto, il sostegno del Fronte Popolare al regime di Assad e l’assenza di una condanna dell’assedio imposto dal regime di Assad al campo di Yarmouk, il sostegno di Hamas al regime dei Bahrein, la visita del primo ministro Hanieh al re del Bahrein e altri regnanti nelle varie monarchie del Golfo, oltre all’Iran, dove tra febbraio e marzo del 2012 si accolsero le politiche monarchiche e le “riforme” contro la rivoluzione popolare in Bahrein, che fu descritta da alcuni leader di Hamas come un colpo di stato settario sciita.

Abbiamo bisogno di partiti politici rivoluzionari e attivisti che vedano il collegamento tra la liberazione delle classi popolari nella regione e la liberazione della Palestina, e che lottino per questi obiettivi. La liberazione della Palestina e delle sue classi popolari è collegata alla liberazione e all’emancipazione delle classi popolari nella regione dalle loro classi dirigenti e da forze imperialiste, in particolare gli USA e la Russia, e da forze sub-imperialiste, come l’Iran, l’Arabia Saudita, la Turchie e il Qatar. In una simile logica dobbiamo combattere tutti i tentativi da parte di regimi e di forze islamiste reazionarie di dividere le classi popolari per genere, sette religiose, nazionalità, ecc. … che tentano di sottometterle e dunque impedirne liberazione ed emancipazione, e in queste sono incluse le classi popolari palestinesi. È importante che si comprenda l’esigenza di costruire tali partiti rivoluzionari.
In questa prospettiva, il popolo rivoluzionario siriano ha espresso la propria posizione nelle manifestazioni a sostegno del popolo palestinese, e ha mostrato la propria comprensione, ha mostrato che dall’inizio della rivoluzione la loro liberazione è collegata alla liberazione del popolo della regione e in particolare a quella del popolo palestinese. Come scritto sul cartello di un manifestante durante una protesta del 14 luglio contro l’invasione israeliana nel Golan occupato: “Libertà, un destino comune per Gaza, Yarmouk e Golan”.

Traduzione di Francesco Aversa