La Siria è la sconfitta morale dell'Europa

Wed, 07/03/2018 - 13:04
di
Natalie Nougayrède*

La Siria è una crisi europea tanto quanto lo è la crisi in Medio Oriente, ed è anche il peggiore disastro in materia di diritti umani che si sia verificato nelle ultime decadi. Gli storici potrebbero un giorno dirci in che misura l'Occidente ha sprecato la possibilità di costringere Bashar al-Assad al tavolo delle trattative, esercitando una pressione sufficiente e tempestiva sulle sue forze, in particolare attraverso scioperi e obiettivi mirati. In questo stesso modo Slobodan Milošević è stato costretto a firmare l'accordo di Dayton del 1995, mettendo fine agli eccidi di massa in Bosnia.

Nell'estate 2013 un'occasione propizia è stata presumibilmente persa, grazie all'esitazione americana. Se potessimo riaprire gli archivi, forse capiremmo che è stato il fallimento degli Stati Uniti nell'impedire l'uso delle armi chimiche in Siria che ha incoraggiato la Russia di Vladimir Putin a lanciare l'intervento militare in supporto di un dittatore, il cui esercito sta massacrando la popolazione civile sin dal 2011. Non sto scrivendo queste cose per coprire le scelte politiche europee. La compostezza dell'Inghilterra, o piuttosto l'astensione, sulla questione siriana ha preceduto la scelta di Obama. E la Francia, i cui aerei da combattimento erano pronti a decollare nell'agosto 2013, difficilmente avrebbe potuto agire da sola. Eppure, provare a unire i puntini tra il Medio Oriente, la Russia, l'Europa e il modo in cui gli Stati Uniti hanno scelto di agire o meno è molto importante. Le devastazioni della guerra così vicine ai confini europei e gli effetti che si ripercuotono nel caos mediorientale, sono sviluppi della geopolitica mondiale il cui impatto deve ancora essere misurato interamente.

Sono mezzo milione i morti in Siria, e continuiamo a contarne. Le prime vittime del massacro sono state in Medio Oriente, non in Europa. Eppure siamo connessi a queste atrocità in modi che vanno oltre la nostra capacità di indignarci in modo “accendi-spegni”, mentre sediamo sul divano guardando le immagini alla televisione di bambini bombardati nei letti di ospedale nella Ghouta orientale.

In pieno culmine di ottimismo post guerra fredda, l'Europa avrebbe dovuto essere in grado di esportare stabilità. Invece, negli anni trascorsi, l'instabilità e il caos si sono riversati in Europa dall'esterno. Il progetto europeo era nato dal bisogno di assicurare che il passato non si sarebbe ripetuto. Oggi la Germania è una potenza egemonica in Europa, ed è ancora più potente come attore militare. L'Inghilterra e la Francia sono ex potenze coloniali in Medio Oriente la cui influenza oggi appare irrilevante.

La Siria ci perseguiterà per ancora lungo tempo. Dalla caduta di Raqqa lo scorso anno, la crisi è mutata gradualmente in qualcosa che somiglia ad una guerra mondiale, sebbene le grandi potenze coinvolte – Russia, Iran, Turchia, Stati Uniti – non sono dichiaratamente in guerra l'una con l'altra. Ma stanno combattendo per il controllo territoriale. Ad alcuni esperti piace tracciare un paragone tra i 15 anni di conflitto in Libano – misura per la quale la Siria potrebbe essere solo a metà strada della sua guerra di procura.

Gli europei si tengono ampiamente a bordo campo, anche se a volte alcuni leader politici scelgono di prendere parola. Non abbiamo ancora interamente compreso come la catastrofe siriana sta contagiando il modo in cui ci relazioniamo con il mondo, a noi stessi e ai valori che tanto ci piace professare. Dopo il 1945 abbiamo detto “mai più”, ma il mai più si sta svolgendo proprio davanti ai nostri occhi. La Siria è diventata la dimostrazione assoluta della nostra incapacità di aiutare, dal nostro fallimento collettivo. La Siria è il vortice in cui si stanno velocemente svelando le regole su cui è basato l'ordine globale. Questo ci dovrebbe interessare enormemente perché l'Europa ha sempre avuto un grande valore nel sistema delle Nazioni Unite, più degli stessi Stati Uniti. Quando le regole si sbriciolano, come accadde con la Lega delle Nazioni del 1930, siamo ben consapevoli di come le bestie poi alzino la testa.

In Siria è dove in questo momento gli autocrati e i neo-totalitarismi stanno vincendo. Putin, Erdoğan per la Turchia e la teocrazia militare iraniana sono in una posizione di vantaggio – o sono largamente percepiti in tale posizione, cosa che conta forse anche di più. Nel frattempo, la personalità di Donald Trump difficilmente rappresenta una posizione rassicurante. Quando uomini come questi hanno il potere di decidere degli avvenimenti, due fenomeni contraddittori ma che si rinforzano reciprocamente si verificano in Europa.

Il primo è il ritorno della fascinazione per gli uomini forzuti e senza scrupoli. L'estrema destra europea, insieme alle sue metastasi che crescono nel contesto della politica mainstream, sono il terreno più fertile per questa linea di pensiero: non importa il costo umano, niente ferma un leader per il quale il fine giustifica i mezzi. I civili non sono civili: sono “terroristi”. Le decisioni delle Nazioni Unite non sono legge: sono solo carta – roba che può tornare utile per placare l'indignazione dei liberali troppo sentimentali, prima che i bombardieri tornino al loro interesse di creare un deserto che verrà poi chiamato pace.

Poi viene l'apatia del supposto atteggiamento pacifista “e quindi?”. Tale atteggiamento si fonda nella sinistra storica, spettro politico dell'Europa, da Londra a Berlino fino ad Atene. Il suo relativismo morale si avvolge nella bandiera dell'“internazionalismo”. Sin dall'inizio, la crisi siriana era troppo complessa per identificare gli alleati, così si pensava. L'occidente è colpevole, punto. Il cambio di regime è male – anche quando a chiederlo è la popolazione disperata. Il conflitto è tutto relativo al controllo dei pozzi petroliferi. Le sanzioni e il blocco del flusso economico potranno fermarlo. Basta parlare e negoziare. I nostri piloti sono criminali tanto quanto quelli di Putin – non importa il deliberato, ripetuto e battente bombardamento degli ospedali nella Ghouta dell'est. Attenzione ai media mainstream occidentali. Se smettiamo di intrometterci in Siria, le cose andranno meglio. L'Iran e la Russia controbilanciano il peso del vecchio imperialismo americano.

Il risultato è una passività europea da capogiro, e l'impotenza di fronte ad una guerra totale che si sta svolgendo a pochi chilometri di distanza da noi. Certamente ci sono state condanne e dichiarazioni da parte di vari ministri degli esteri, e diversi appelli a “fare qualcosa”. Ma le nostre società sono cadute in preda all'inerzia e alla confusione. Un giorno avremo bisogno di guardarci indietro, osservando la cronologia degli eventi in cui l'antiterrorismo (non la nozione appoggiata dall'Onu sulla “responsabilità di proteggere” i civili) è diventato la nostra priorità esclusiva, in cui l'intervento militare contro lo Stato Islamico nel 2014 è diventato politicamente accettabile non perché gli arabi e gli yazidi sono stati massacrati, ma perché degli ostaggi occidentali sono stati decapitati. Avremo bisogno di indagare a fondo su come la messa in discussione necessaria dell'Occidente si sia in qualche modo trasformata nell'indifferenza diffusa rispetto a quello che è in grado di fare il potere autoritario.

La Siria è una tragedia per l'Europa non perché ha occasionalmente risvegliato un sentimento di grande indignazione (tra l'altro in dosi decisamente modeste), non perché la politica del nostro continente è stata stravolta dall'arrivo dei rifugiati. La Siria è pienamente una parte di noi perché, mentre ci piace credere che ci siamo guardati allo specchio dopo la carneficina avvenuta in Europa lungo tutto il ventesimo secolo, abbiamo lasciato che un certo grado di nichilismo si insinuasse nel nostro modo di approcciare all'inferno che abbiamo lasciato alimentare non lontano dai nostri confini. Praticamente ci siamo vaccinati contro la vergogna. La Siria rappresenta la nostra sconfitta morale.

*Fonte articolo: https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/feb/27/syria-europe-moral...
Traduzione a cura di Federica Maiucci