La non partecipazione come strategia palestinese?

Wed, 19/02/2014 - 02:10
di
Haidar Eid

Sono state proposte numerose soluzioni alla crisi decennale della dirigenza palestinese, come la riforma dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) dall'interno tramite l'elezione del Consiglio Nazionale Palestinese, oppure l'ingresso di Hamas e degli altri gruppi islamisti all'interno del Comitato Esecutivo dell'OLP.
Comunque la crisi dell'attuale dirigenza, come quella di tutti i partiti politici di destra e di sinistra, è ormai così profondamente radicata che l'unica soluzione potrebbe essere la "non partecipazione" a questo sistema politico palestinese.

Cos'è la "non partecipazione"? Come definida da Mesu Zavarsadeh e da Donald Morton in un contesto differente in "Teoria come Resistenza, "le opzioni diventano o l'essere 'convinti' della legittimità del lavorare all'interno del sistema, e quindi accettare le strutture esistenti, oppure ritenere che non ci sia spazio per un mutamento radicale." [1] Il problema del lavorare all'interno di un sistema che ha perso legittimità è che ciò che è possibile viene eclissato da ciò che è pragmatico. Per mettere in risalto ciò che è possibile per il popolo palestinese dobbiamo prima cessare di partecipare alle strutture politiche illegittime ed inefficaci. Altrimenti continueremo ad avere una serie di opzioni molto limitata, ognuna peggio dell'altra e nessuna che sia in grado di realizzare i diritti e l'autodeterminazione palestinese. Lasciatemi subito dire che non è un appello per cessare l'attivismo per l'autodeterminazione, la libertà, la giustizia e l'uguaglianza - lungi da ciò ne discuteremo dopo una piccola disamina sulla crisi della destra e della sinistra.

La Crisi della Destra
Usare il termine "illegittimo" per tutto il sistema politico palestinese, inclusi i partiti sia di destra che di sinistra, potrebbe sembrare troppo duro fino a che non si esaminano i fatti. Di recente ho scritto parecchio sulla crisi della Destra sia nelle sue forme laiche che religiose su Rai Alyoum e sulla crisi della Sinistra su Alternative News. Eccone i punti principali.

La crisi dei partiti conservatori, sia "laici" (Fatah ed i suoi alleati) che "religiosi" (Hamas ed i suoi alleati), è più evidente che mai. [2] È sbagliato far risalire questa crisi allo scontro tra Hamas e Fatah del 2007, in gran parte progettato dagli USA, che ha condotto alla divisione tra Gaza e la West Bank.
Piuttosto bisognerebbe datarla alla guerra dell'ottobre '73 e all'adozione nel '74 da parte dell'OLP del Programma dei 10 punti e dell'obiettivo di stabilire un'autorità nazionale su una qualsiasi parte della Palestina che venisse liberata. Ciò ha portato alle concessioni fatte negli Accordi di Oslo a a partire dal 1993. Così anche se venisse sanata la frattura tra Fatah ed Hamas, come diverse iniziative del governo e della società civile hanno tentato di fare come primo passo per raddrizzare il corpo politico palestinese, questo non farebbe rivivere la destra palestinese come una forza efficace per l'autodeterminazione ed i diritti palestinesi.
A questo punto sia la destra religiosa che quella laica sono impegnate nel progetto dei due stati, che in sostanza nega il diritto al ritorno e trasforma i rapporti tra i palestinesi di Gaza e della West Bank da una parte e i palestinesi profughi, esiliati e che abitano in Israele dall'altra in un rapporto di "solidarietà". Per quanto riguarda il sorgere fiudciosamente atteso di uno stato, non sarebbe più di un Bantustan fondato sulla discriminazione etno-religiosa. Peggio ancora ora la West Bank e Gaza sono loro stesse diventate due entità distinte.
In sostanza la destra laica, ed ora anche quella religiosa, sono cadute nella trappola preparata decenni fa dalla sinistra sionista, che era disponibile ad accettare uno stato palestinese insieme ad una "soluzione giusta" per la questione dei profughi. Questo è l'approccio accettato dall'OLP nel suo Programma Provvisorio malgrado la contraddizione tra la creazione di uno stato indipendente sui confini del 1967 ed il diritto al ritorno, senza contare il diritto all'autodeterminazione del popolo palestinese nel suo complesso. E questo è l'approccio contenuto negli Accordi di Oslo del '93.
Sia la destra laica che quella religiosa hanno avuto come priorità quella di intessere delle relazioni con gli USA. La destra laica c'è riuscita mentre quella religiosa ha ripetutamente detto di voler accettare una soluzione a due stati e mantenere una tregua ventennale sebbene non voglia riconoscere formalmente Israele. Entrambe le parti sono d'accordo nell'accettare "l'indipendenza" in cambio della libertà. Nessuna delle due ha dimostrato di saper porre in essere una resistenza creativa ed efficace. La loro priorità è di mantenere in vita sè stesse nella forma di due autorità invertebrate in due Bantustan separati. Il loro fallimento è peggiorato dal fatto che Israele ha reso inequivocabile il fatto di voler continuare il suo progetto di colonizzazione.

La sinistra osloizzata
I fallimenti della destra non dovrebbero sorprendere troppo, sono quelli della sinistra che lasciano amareggiati e delusi. Il declino della sinistra è venuto dopo aver implicitamente accettato gli Accordi di Oslo, malgrado l'opposizione di facciata. Il Partito del Popolo (l'ex Partito Comunista) li ha legittimati accettando incarichi ministeriali in quasi tutti i governi dalla nascita dell'Autorità Palestinese (AP) nel '94 e sia il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) che il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina (FDLP) hanno partecipato alle elezioni del Consiglio Legislativo nel 2006, dando così legittimità ad una delle istituzioni più importanti degli Accordi di Oslo. Hanno anche implicitamente accettato le due sedute illegittime del CNP [Consiglio Nazionale Palestinese, l'organo legislativo dell'OLP NdT] che si sono tenute dopo Oslo.
Devo confessare che come molti abitanti della West Bank e di Gaza ho ingenuamente creduto che la sinistra palestinese e le altre forze liberali potessero usare quest'apertura per rafforzare e democratizzare il movimento nazionale palestinese ed indebolire la stretta autoritaria di Fatah sull'OLP. Comunque la pretesa della sinistra di rappresentare le aspirazioni nazionali del popolo si è rivelata vuota. Nessun onesto sostenitore della sinistra può non essere d'accordo nel dire che l'accordo di Oslo è stato un disastro: per dirlo con le parole del defunto Edward Said Oslo è stata una seconda Nakba [in arabo "catastrofe", indica l'espulsione dei palestinesi da parte delle truppe sioniste nel 1948 NdT]. Ha portato con se un livello di corruzione senza precedenti, la cooperazione sulla sicurezza con Israele, una colonizzazione sempre più veloce ed aggressiva della West Bank e di Gerusalemme Est ed un assedio su Gaza brutale e crudele.
La maggior parte dei membri degli uffici politici dei principali partiti di sinistra o sono impiegati dell'AP/OLP o ricevono dei salari mensili senza essere assunti. Come potrebbero fare degli appelli efficaci ed onesti per la dissoluzione dell'AP come richiedono alcuni attivisti ed intellettuali molto rispettati? Nel frattempo molti di quelli che non sono impiegati dell'AP sono diventati direttori di quelle ONG finanziate dall'occidente che sono spuntate come funghi, con tutte le limitazioni che ne conseguono. In breve invece di guidare gli sforzi per combattere i risultati degli Accordi di Oslo la maggior parte della sinistra è stata ahimè domata da essi. È una situazione che ho chiamato "osloizzazione". Bisogna notare che non tutta la sinistra ha intrapreso questa via e che c'è un settore che sta cercano delle alternative, sebbene sia piccolo e marginale.

L'inesorabile declino della sinistra forse è rappresentato meglio dalla posizione opportunista e spregiudicata adottata durante la fase di stallo tra Hamas e Fatah. Invece di rispettare il risultato delle elezioni del 2006 e lavorare alla formazione di un fronte unito con il parito che aveva vinto le elezioni con una chiara maggioranza in base ad una piattaforma di resistenza e riforme, la sinistra palestinese ha sostenuto l'incostituzionale governo di Ramallah ed ha combattutto il governo provvisorio di Hamas.
Nessuna delle azioni dell'AP ha spinto la sinistra ad assumere una posizione di principio od efficace che potesse persuadere la "dirigenza ufficiale" dell'OLP a riconsiderare le proprie azioni. La lista è lunga ed include: la chiusura delle organizzazioni caritatevoli in West Bank, la censura di due giornali legati ad Hamas in West Bank, la chiusura degli uffici della TV satellitare Al-Aqsa, la carcerazione di prigionieri politici senza processo od accuse da parte della PA; la decisione di tornare al tavolo dei negoziati, l'ostruzionismo contro il Rapporto Goldstone al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e gli attacchi brutali condotti dalle forze di sicurezza della PA contro le manifestazioni anti Oslo, incluse quelle organizzate dai gruppi di sinistra.

Anche l'FPLP, che in teoria è la sinistra più radicale, ha chiuso un occhio riguardo il piano del generale Keith Dayton per orchestrare un colpo di stato contri il governo di Hamas utilizzando le forze di sicurezza dell'AP, che era un segreto di Pulcinella ampiamente noto. L'FPLP, il DFLP ed il Partito del Popolo di fatto non hanno mai protestato contro l'agenda filo americana dell'OLP ed i suoi ripetuti tentativi di normalizzazione, nè quelli portati avanti dal suo principale partito: Fatah.

Oggi bisogna chiedersi cosa rimanga ancora dell'OLP e di fatto ciò che rimane della questione palestinese nel suo complesso. Quale base logica può eventualmente avere la sinistra per il suo costante coinvolgimento in un'OLP che dicono essere stata "sequestrata"? La pesante eredità dello stalinismo è ancora opprimente nella sinistra araba in generale ed in quella palestinese in particolare. Questa è una delle principali differenze tra la sinistra araba e palestinese e quella latinoamericana.
Comunque sono cosciente del fatto che c'è una grande differenza tra gli "antichi" capi della sinistra ed i quadri che lavorano sul campo, in particolare i giovani della sinistra, sebbene Fatah ed Hamas abbiano ancora un seguito significativo, come dimostrando le elezioni dei consigli studenteschi. Negli ultimi tempi sono nati numerosi movimenti giovanili tra cui Herak Shababi, che ha aiutato nel coordinare le grandi e determinate proteste contro il piano Prawer, l'ultimo tentativo israeliano di ripulire etnicamente il Negev dai beduini, utilizzando i social media come hanno fatto i movimenti dei giovani in Tunisia, Egitto e negli altri paesi arabi.

Non partecipazione: decolonizzare la mente palestinese
La domanda è come si possa attuare il cambiamento in un ambiente politico così sconfortante? Questa domanda ha bisogno urgentemente di una risposta non solo per i giovani ma per tutti coloro che ancora hanno a cuore i diritti nazionali palestinesi, e siamo ancora in molti. Questo è il punto in cui la "non partecipazione" può venire in aiuto.
Il non partecipare significa mettere in gioco la legittimità dell'ordine esistente e allo stesso tempo lavorare per altre alternative e possibilità. Significa rifiutare il sistema esistente con i suoi errori politici ed ideologici e mostrare e combatterne le caratteristiche autoritarie, sfruttatrici e distorsive. Mettere in pratica la "non partecipazione potrebbe portare ad una rappresentanza in grado di realizzare i diritti nazionali.
Molti partiti ed individui nei territori occupati ancora invocano le elezioni del Consiglio Legislativo Palestinese (CLP) come la soluzione di tutti problemi. Davvero? L'OLP ha chiesto che tutte le fazioni accettino l'AP e partecipino alle elezioni costringendo alcune organizzazioni di sinistra a mentire dicendo che le elezioni del CLP sono una manifestazione di pluralità (ovviamente ne sono esclusi i profughi e gli esiliati). Il risultato è una situazione in cui la legittimità politica è garantita solamente a coloro che accettano di lavorare all'interno del sistema. Questo non è pluralismo.

Ci sono già degli esempi di come sia possibile la "non partecipazione" lavorando comunque per realizzare i diritti palestinesi. Il movimento guidato dalla società civili per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) fino al riconoscimento da parte di Israele del diritto internazionale lavora al di fuori del sistema. Il movimento giovanile è un altro modo per "non partecipare" mentre si lavora per i diritti. Un altro importante sviluppo degli ultimi anni è l'attivismo collettivo dei palestinesi di tutta la Palestina storica. Le proteste contro il Piano Prawer sono state un esempio di attivismo transconfinario.
Vale la pena di notare che i rappresentanti dell'intero sistema politico palestinese - da destra a sinistra - fanno parte del Comitato Nazionale BDS, dove le decisioni vengono prese con il metodo del consenso. In altre parole anche se i capi dei partiti stanno lavorando in un sistema profondamente compromesso, l'impegno nel raggiungere i diritti del popolo palestinese è ancora profondo tra i quadri.
Ovviamente senza una qualche forma di movimento nazionale rappresentativo i movimenti sociali non potranno da soli ottenere i diritti, sebbene possano aiutare ad evitare che questi vengano svenduti.
La speranza per un movimento nazionale del genere può solo provenire da un'alleanza tra i quadri dei partiti politici che già sono impegnati nella lotta per i diritti palestinesi ed il nascente movimento giovanile attraverso un processo di "non partecipazione" che includa il rifiuto dell'attuale sistema e la sua sostituzione.

È improbabile che il cambiamento possa venire da destra ma possiamo immaginare una "nuova" sinistra che sia completamente libera dall'eredità di Oslo e possa fornire un'alternativa democratica all'industria dei due stati? Una sinistra che possa veramente sfidare lo status quo e considerarlo responsabile dei diritti palestinesi? Questa sinistra dovrebbe "non partecipare" all'attuale classe dirigente e dovrebbe:

- Presentare la sua analisi sulla situazione palestinese attuale ed un programma alternativo. Ad esempio, se, come hanno concluso la maggior parte degli ideologi di sinistra, la soluzione dei due stati è morta qual'è la loro alternativa? Continuando a far finta di accettare una soluzione a due stati come un passo verso l'obiettivo strategico di uno stato è come accettare il sistema dei Bantustan dell'apartheid del Sud Africa come un passo verso la liberazione.

- Partecipare con altre forze popolari della resistenza per elaborare strategie per le campagne internazionali di solidarietà e boicottaggio in un fronte unito contro il violento attacco sionista e sostenendo tutti i diritti palestinesi tra cui la giustizia per i profughi, l'eguaglianza per i palestinesi cittadini di Israele ed i loro diritti come minoranza nazionale indigena, e la libertà, compresa la libertà dall'occupazione, dal colonialismo e dall'assedio.

- Elaborare una visione economica alternativa a quella neoliberista praticata e legittimata dalla destra.

- Usare tatticamente gli strumenti disponibili. Ad esempio non ci sono mai state elezioni per eleggere i membri del Consiglio Nazionale Palestinese (CNP). Ciò permette la mossa tattica di dimettere i seggi di partito nel Comitato Esecutivo, che legittima le concessioni fatte dal partito che lo controlla, ma mantenendo i seggi in un CNP eletto. Ci sono ovviamente delle limitazioni istituzionali per il potere del CNP - anche uno eletto - che sarrano inasprite se la sinistra scende dal Comitato Esecutivo.

- Studiare l'esperienza della sinistra in America Latina per esempi comparati su come rienergizzare la sinistra palestinese.

Senza questi ed altri passi radicali non c'è speranza per la sinistra palestinese, come ha fatto notare Osama Khalil in un'altra circostanza: "Invece, per quanto hanno sperimentato nell'OLP dopo il 1988, la disperazione della sinistra palestinese per avere importanza verrà utilizzata per promuovere gli ordini del giorno dei partiti più forti le cui posizioni e piattaforme sono antitetiche alla propria."

Ciò che ho scritto intende dare una descrizione sintetica di alcune delle sfide che il popolo palestinese deve affrontare e chiama ad affrontarle attraverso la "non partecipazione" alle strutture illegittime. Queste idee preliminare vogliono indurre un dibattito e a pensare alle alternative per muoversi oltre il sistema attuale. Non c'è dubbio che la creatività e la determinazione che i palestinesi hanno dimostrato per quasi un secolo saprà identificare e realizzare queste alternative.

Note
[1] Zavarzadeh, Mesud and Donald, Morton. 1994. Theory as Resistance: Politics and Culture after (Post)structuralism. New York: The Guilford Press.
[2] Il termine "destra religiosa" è usato a mò di semplificazione, sebbene molte parti della "destra laica" si considerano religiose.

* Haidar Eid è professore associato di letteratura postcoloniale e postmoderna all'università al-Aqsa di Gaza. Ha scritto molto sul conflitto arabo-israeliano, tra cui degli articoli pubblicati da Znet, Electronic Intifada, Palestine Chronicle ed Open Democracy. Ha pubblicato degli articoli scientifici su gli studi culturali e la letteratura su numerose riviste tra cui Nebula, Journal of American Studies in Turchia, Cultural Logic ed il Journal of Comparative Literature.

L'articolo è stato pubblicato in inglese su Al-Shabaka – the Palestinian Policy Network
http://al-shabaka.org/dis-participation-palestinian-strategy?page=show