Il rompicapo venezuelano

Thu, 11/01/2018 - 15:39
di
Aldo Zanchetta*

Difficile capire con chiarezza quanto accade in Venezuela. Dopo un anno e mezzo di protagonismo violento l’opposizione, dopo l’elezione della nuova Assemblea Nazionale Costituente (ANC) che ha riportato l’iniziativa nelle mani del governo, appare allo sbando mentre il governo Maduro sta vivendo una stagione elettorale eccellente. Data la contraddittorietà delle notizie che giungono dal paese, divideremo queste note in fatti certi e in interpretazioni correnti.

I fatti

Il 10 dicembre nelle elezioni municipali il PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela) e i suoi alleati hanno ottenuta la vittoria in 308 municipi su 335, cioè nel 91% di essi. L’opposizione, pur ricevendo a livello globale il 30% dei voti, essendosi presentata divisa in decine di liste locali (e avendo in parte raccolto l’appello all’astensione lanciato dalla ‘triade’ partitica di destra: Acción Democrática, Primero Justicia e Voluntad Popular) ha raccolto meno di ciò che avrebbe potuto ottenere con tale percentuale.

Per il governo è il terzo successo elettorale in 6 mesi. Le elezioni regionali, questa volta partecipate dalla triade che aveva disertato quelle per l’ANC, il 15 di ottobre assegnavano 18 stati su 23 allo schieramento governativo. Un incomprensibile balletto elettorale quello dell’opposizione: astensione a luglio, partecipazione a ottobre, nuovo appello all’astensione (non molto rispettato) a dicembre ma contemporaneo annuncio preventivo di partecipazione alle presidenziali dell’anno prossimo. Inevitabile lo sconcerto degli elettori della triade, parte dei quali già si erano dissociati dalla politica di violenza nelle strade (le note guarimbas), riparando nell’astensione o addirittura rifluendo sul voto al governo. Per approfittare di questo momento di grazia il governo pare voler anticipare le presidenziali a marzo prossimo e sta facendo quadrato intorno al presidente Maduro per la sua rielezione.

Questo sta avvenendo nel pieno di una crisi economico-finanziaria gravissima. Da tempo il governo non comunica più dati ufficiali sulla situazione economica e quelli provenienti da altre fonti, pur con qualche disallineamento non sostanziale, parlano di un’inflazione, nell’anno ora terminato, giunta al 1200% e di un valore del dollaro ‘parallelo’, sul quale viene calcolato il prezzo dei beni non calmierati, cresciuto del 2500% sempre nell’anno. Il deficit fiscale per la prima volta è negativo per due anni consecutivi mentre il rischio paese (indice EMBI) è valutato a 4626 (per confronto, quello dell’Ucraina è a 437, ma su questo la distorsione applicata dalle banche statunitensi appare evidente). Infine il valore delle riserve valutarie internazionali è oggi di soli 9,8 miliardi di dollari, il più basso degli ultimi 20 anni, e la caduta del Prodotto Interno Lordo fra il 2013 e il 2017 è del 32%. Su tutto questo incombono le pesanti sanzioni economiche decretate dal governo statunitense nel settembre scorso, che fra l’altro bloccano in alcune banche internazionali i pagamenti in valuta disposti dal governo per derrate alimentari o medicinali. Sanzioni, è bene ricordarcelo, supinamente condivise dall’Unione Europea.

A questi due fatti ne aggiungiamo altri rilevanti accaduti nell’ultimo mese:

- Circa i colloqui fra governo e opposizione in corso sul terreno neutro di Santo Domingo - con la mediazione dell’ex-capo del governo spagnolo Zapatero e l’assistenza di alcuni paesi latinoamericani, parte scelti dal governo e parte dall’opposizione - le parti, prima della pausa natalizia, hanno espresso ottimismo.

- Meno bene invece, a quanto pare e nonostante le dichiarazioni del governo, i colloqui con i creditori sulla ristrutturazione del debito. Il solo accordo raggiunto è quello con la Russia, che però incide sul totale del debito venezuelano per circa il 2%, mentre proseguono quelli con la Cina, creditore più consistente. Secondo alcune notizie una banca statale cinese avrebbe citato in un tribunale statunitense il governo venezuelano per un default parziale. Non si sono presentati ai colloqui i detentori del debito registrato su territorio statunitense, e ciò a causa delle sanzioni economiche decretate a settembre scorso da Trump. Questo corrisponde a circa il 70% del debito venezuelano e ci si chiede chi siano in realtà i detentori: istituzioni finanziarie, ‘normali’ speculatori, ‘fondi avvoltoio’ e infine venezuelani che hanno costituito patrimoni all’estero. La cosa non è secondaria.

E’ bene ricordare che, secondo alcune stime, il debito totale venezuelano è valutato attorno a 180 miliardi di $ ma in questa cifra è incluso un po’ di tutto. Le componenti essenziali sono però due: il debito ‘sovrano’ del governo e il debito della PVDSA, la società petrolifera statale. Entrambi da pagare, certamente, ma sottoposti a regime giuridico diverso nel caso di default. Recentemente un portavoce governativo ha detto che la loro somma potrebbe superare i 100 miliardi di $, ma alcuni economisti pensano che potrebbe invece essere abbastanza inferiore a tale valore. Un po’ di caos, no? Forse l’iniziativa del governo per ristrutturare il proprio debito, anche se ritardata, è un passo necessario alla chiarezza e alla sua gestione. Un giudizio abbastanza condiviso è che la politica seguita fino ad oggi di voler mostrare il Venezuela come “buon pagatore del debito” è giunta al capolinea, e come da tempo chiedono le opposizioni (quella di destra e quella del chavismo di ‘sinistra’), ormai occorre usare la ridotta disponibilità di valuta estera per acquistare prodotti alimentari e medicamenti la cui penuria dura da troppo tempo.

Oltre alla ristrutturazione del debito, l’attivismo finanziario del governo comprende altri due fattori: la decisione, coraggiosa, di non quotare più il petrolio in $ bensì in valuta cinese, lo yuan, a un valore che oggi corrisponde a circa 48$, e quella di introdurre una moneta virtuale, il petro, garantita dalle ricchezze petrolifere e minerarie del paese, da estrarre in futuro. Secondo James Petras, noto analista statunitense di ‘sinistra’, il petro sarebbe da considerare una moneta “estrattivista” e come tale neo-colonialista. Secondo altri che la guardano dal solo punta di vista tecnico, la mossa potrebbe essere positiva. Ci torneremo nel prossimo futuro, visto che il petro dovrebbe entrare in azione entro la fine di febbraio.

Ulteriore e preoccupante fatto: il marcato calo di produttività dei pozzi petroliferi del paese, con una quota che oggi è inferiore a quella attribuitagli dall’OPEP. Si sarebbe passati da una estrazione di 2,894 milioni di barili al giorno del dicembre 2013 a 1,837 milioni nello scorsoi novembre (1 barile = 159 litri). Un dato assai preoccupante.

Altro fatto rilevante, che dal punto di vista propagandistico porta acqua al mulino del governo, è l’attivismo nella lotta alla corruzione del nuovo fiscal general Tarek William Saab, uomo con qualche ombra nel suo passato, che ha portato all’incriminazione di circa 70 alti direttivi della PDVSA (falsificazione dati sulla produzione, appropriazione indebita e tentativo di violazione della sovranità del paese) e al mandato di arresto per due ex-ministri del Petrolio, Nelson Marinez ed Eulogio del Pino, quest’ultimo vice-presidente di PDVSA dal 2008, nominato da Maduro presidente nel 2014 e ministro del Petrolio un anno dopo, riconfermato nel duplice incarico appena tre mesi or sono! Inoltre, all’incriminazione di Rafael Ramírez, ministro dell’Energia nel 2002 e dal 2004 al settembre 2014 presidente della PDVSA, poi rappresentante del paese all’ONU fino a novembre scorso. Girano alcune voci, che riportiamo ricordando il detto andreottiano che a "pensar male si fa peccato ma...", che si chiedono se la purga si fermerà nell’ambito della PVDSA o si estenderà ad esempio alle numerose fittizie società del maletin (la valigetta manageriale) le quali da tempo incassano premi per presunte esportazioni che esistono solo sulla carta. O anche alle malversazioni generate dalla Odebrecht, la società brasiliana di costruzioni più grande dell’America Latina (che con la sua azione corruttrice ha già trascinato nel baratro politici di mezzo continente) operativa anche in Venezuela sul piano dei lavori pubblici.[1] O di altri casi da tempo denunciati dai lavoratori di alcune industrie statali. Pertanto certe voci parlano di purghe di regime, per eliminare possibili candidati presidenziali in concorrenza con Maduro. Un argomento su cui dovremo tornare.

Per una pulizia generale all’interno della PVDSA e un suo recupero produttivo, Maduro ha nominato presidente il generale Manuel Quevedo, che di petrolio però sembra saper ben poco. E difficilmente potrà prendere il suo posto, nell’incarico onorifico di “presidente onorario” ora assegnatogli, il più esperto Alí Rodríguez Araque, ex presidente di PVDSA, ex ministro del Petrolio, ex segretario generale della OPEP (Organizzazione dei maggiori Stati Petroliferi) e di Unasur, oggi ambasciatore a Cuba.

Possibili interpretazioni

Un domanda è d’obbligo. Come si spiega il felice periodo elettorale del governo con la critica situazione del paese, dove la popolazione, malgrado i vari sussidi, soffre, sia per la perdita di valore reale dei salari che per la scarsezza di alimenti e medicinali? Dello stato confusionale degli autoproclamati leader dell’opposizione si è detto. Secondo Sutherland, un economista marxista critico del governo, questo ha costruito una "solida unione fra partito-governo-stato-esercito”, utilizzando metodi non ortodossi. In effetti il governo (con una certa abilità psicologica, bisogna riconoscerlo) è riuscito a far ricadere tutte le colpe di questo stato di cose, anche le proprie, sullo stato di assedio, certamente reale, cui il paese è sottoposto, agevolato ulteriormente dalla propaganda post le sanzioni economiche statunitensi. E questo orgoglio nazionalista di un paese che rivendica la propria indipendenza sembra al momento costituire un solido baluardo all’ingerenza statunitense, baluardo del quale non ci si può non rallegrare, al di là di quello che sia il giudizio sul governo Maduro.

Altro fattore è la politica schizofrenica dell’opposizione cui abbiamo accennato, e la scelta della violenza che alla fine non ha pagato.

Sul piano economico, per ridurre il forte malessere della popolazione, oltre al CLAP (sistema parallelo di distribuzione di alimenti alle classi più disagiate, già principale strumento di elargizione preferenziale di beni primari e il cui funzionamento però sembra ora essere più corretto), da sempre il governo pratica prezzi quasi azzerati per l’acquisto di beni come la benzina, l’energia elettrica, i trasporti o l’acqua, sussidiati per il 99,99% del loro valore, al punto che oggi comprare una dozzina d’uova costa più che comprare due cisterne da 20mila litri di benzina! Sutherland fa notare come una gallina, deponendo un uovo, produce valore quanto un operaio in otto ore di lavoro.

Altro argomento da affrontare riguarda non meglio identificati “consiglieri politici europei” del governo, citati da alcuni commentatori. Essi starebbero assistendolo, suggerendo fra l’altro di coinvolgere negli scandali alcuni personaggi già di fiducia di Chávez per scaricare sulla precedente amministrazione errori e malefatte che Maduro avrebbe ereditato. Manovra pericolosa, dato il prestigio di cui la figura di Chávez gode ancora nel paese. Tuttavia è sempre più evidente che il debito venezuelano è cresciuto in modo disordinato e continuativo già fin dal 2006 e che esso ormai non è più compatibile con la politica di accreditare il Venezuela come “buon pagatore” del debito. Ormai è improrogabile la scelta fra essere “buon pagatore” o risolvere il problema delle sofferenze della popolazione. Default volontario o default subito? Basterà la ristrutturazione del debito a evitarlo? Difficile crederlo, anche se il default aprirebbe scenari non tutti controllabili sul piano economico-finanziario internazionale, per cui anche gli avversari del paese vanno con i piedi di piombo per decidere se la rata del debito lasciata impagata a novembre, tutto sommato relativamente modesta, può accreditare o no il default del paese.

Vogliamo chiudere con alcune note sulle lotte interne nel mondo chavista, che qualcuno ha definito “guerra fra bande”, espressione che non ci piace perché tende a criminalizzarlo nella sua totalità. Come scrive la sociologa Maristella Svampa in un testo dal titolo “Venezuela: dolor país”, esistono molti chavismi. Oltre a quello ufficiale, del governo e del PSUV, esiste uno chavismo ‘sociale’, vagamente immaginato dal presidente Chávez come un lontano orizzonte di ‘socialismo del XXI° secolo’, contraddittorio ma nobile e rimasto indefinito, che però è stato fatto proprio da realtà di base, in particolare quelle che fanno riferimento alla rivoluzione incompiuta delle comunas. Infine esiste uno chavismo politico alternativo a quello del governo, incarnato nel movimento politico Marea Socialista (al quale il governo nega lo statuto di partito) unitamente all’autoconvocata Piattaforma Democratica per la difesa della Costituzione, che include ex ministri di Chávez, intellettuali stimati e attivisti dei diritti umani e politici. Infine, inevitabile in un paese dove la corruzione ha sempre avuto buona sorte assieme al ‘rentismo’ (avere diritto a una fetta, più o meno grande e concessa paternalisticamente, della ricca rendita petrolifera), quello chiamato della ‘boliborghesia’, la nuova classe emergente e che, Chávez vivente, si infiltrò nel governo e nel PSUV e il cui campione è Diosdato Cabello, di fatto numero due del regime.

Per chiudere, due esempi significativi dello scontro fra chavismo di governo e chavismo sociale di base sono riportati nelle cronache post-elezioni municipali. Nel precedente numero avevamo ricordato l’emergente figura di Eduardo Samán, candidato a sindaco di Caracas da una coalizione di base in opposizione alla candidata ufficiale governativa. Non è passato a causa di un’accanita campagna governativa contro di lui. Più grave quanto è accaduto nel municipio di Simón Planas: anche qui la base aveva contrapposto alla candidata ufficiale un popolarissimo militante, Angel Prado, animatore di una efficientissima comuna, quella di El Mazal, il quale ha vinto con larghissimo margine. La vittoria gli è stata però sottratta per decreto e oggi i suoi sostenitori stanno occupando l’alcaldía per impedire che la vincitrice ‘per decreto’ possa assumere la carica. Una vicenda di cui sarà bene seguire gli esiti in quanto possibile cartina di tornasole per Maduro il quale, fra gli obiettivi della nuova Assemblea Costituente, aveva indicato il potenziamento delle comunas.

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Una piccola nota su cosa sono le ‘comunas’, forse il progetto ‘socialista’ più avanzato balenato nella mente di Chávez, purtroppo contrastante con le contemporanee logiche di creazione e strutturazione dall’alto del PSUV. Per definirle in modo sintetico, in attesa di tornarci sopra, ricorriamo a una definizione tratta da un articolo apparso sito Aporrea, degli chavisti di Marea Socialista: "La ‘comuna’ è una forma di organizzazione sociale, politica e economica popolare, di carattere locale e partecipativo, in cui le persone danno vita a diverse istituzioni di autogoverno per realizzare e regolare le proprie finalità comuni con l’obiettivo di essere autosufficienti nella ,misura del possibile".

* Fonte articolo: Mininotiziario America Latina dal Basso, n.1/2018 del 10 gennaio 2018