Il capitalismo palestinese andato troppo lontano

Tue, 11/03/2014 - 17:40
di
Tariq Dana - Al Shabaka*

Mentre la maggior parte dei palestinesi che vivono sotto l'occupazione israeliana lotta per la sopravvivenza, è in rapido sviluppo un potente gruppo di capitalisti palestinesi la cui influenza politica, economica e sociale è crescente.
Il prezzo, troppo spesso, è il loro impegno in progetti di normalizzazione economica. In altre parole, trattano con gli israeliani come se fossero un partner commerciale "normale" piuttosto che una potenza occupante che spietatamente ha violato i diritti dei palestinesi per oltre 65 anni. In questa analisi politica, Tariq Dana, membro di Al-Shabaka, fa luce sui modi in cui questi capitalisti palestinesi esercitano la loro influenza politica ed il controllo sociale e fa alcuni esempi dei progetti di normalizzazione economica in cui sono impegnati.

Un'istantanea del Capitale Palestinese
La presenza di uomini d'affari palestinesi in politica è antecedente all’istituzione dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Dopo la fondazione dell'OLP, i capitalisti palestinesi hanno giocato vari ruoli all’interno del movimento di liberazione nazionale. Alcune fazioni dell’OLP, in particolare Fatah, hanno considerato la classe capitalista palestinese come la propria "borghesia nazionale", come tale parte indispensabile della lotta anti-coloniale e trattata di conseguenza.
Al momento, l’impegno dei capitalisti palestinesi nell'OLP si esercita attraverso i finanziamenti, l’occupazione all’interno dell’OLP di posizioni di vertice, e la mediazione politica. Ad esempio, imprenditori palestinesi hanno avuto un ruolo di mediazione tra la leadership dell’OLP ed il Governo Giordano durante settembre nero, e tra la leadership dell’OLP e l'amministrazione americana durante gli anni ottanta.
Molti sono stati anche i filantropi che hanno sostenuto progetti di assistenza caritatevole, educativi e socio-economici. Un punto di riferimento in questo senso si è avuto con l'istituzione, nel 1983, della Welfare Association, che ha dato una spinta notevole ai progetti nazionali palestinesi nei settori educativi e socio-economici, dopo che la maggior parte dei guerriglieri palestinesi fu espulsa dalle loro basi in Libano, durante l'invasione israeliana del 1982, lanciata da Ariel Sharon, poi divenuto primo Ministro.
A partire da Oslo, e specialmente negli ultimi anni, l'influenza dei capitalisti palestinesi nei territori occupati ha avuto un aumento senza precedenti. Essi possono essere divisi in tre gruppi principali:

I capitalisti "di ritorno", rappresentanti della borghesia palestinese sorta nei paesi arabi, specialmente negli Stati del Golfo, come anche in Europa e Nord America. Molti di questi uomini d'affari hanno avuto forti legami con la nascente autorità palestinese.
I capitalisti locali, rappresentati da due sottogruppi principali: - grandi proprietari terrieri - che storicamente hanno avuto una notevole influenza politica e sociale su strutture sociali tradizionali, e – imprenditori locali - che si sono arricchiti fungendo da subappaltatori per società israeliane dopo l'occupazione del 1967.
I nuovi ricchi, che hanno acquisito la loro ricchezza in tempi più recenti e che, soprattutto, hanno beneficiato in vario modo del processo di Oslo: di essi si parlerà oltre.

L’influenza sui processi politici
Come altri palestinesi, gli uomini d'affari hanno lottato con la mancanza di uno stato e hanno cercato quella sicurezza che può fornire uno stato, che meglio può tutelare le loro aziende e i loro profitti nei confronti delle minacce e dell’instabilità regionale.
Così, molti di loro hanno sostenuto gli accordi di Oslo come un passo fondamentale verso la creazione di uno stato palestinese, alcuni immaginando anche che i "Dividendi della Pace” di Oslo avrebberp trasformato la Cisgiordania e Gaza nella Singapore del Medio Oriente.

I primi segni dell’influenza capitalistica sull'autorità palestinese nascente (ANP) si possono trovare nell’Articolo 21 del Costituzione palestinese, che specifica: "il sistema economico in Palestina si baserà sui principi dell'economia di mercato" (il corsivo è dell'autore).
Paradossalmente, anche gli Stati Uniti, il motore globale del capitalismo e del libero mercato, ha una costituzione abbastanza flessibile per consentire diverse risposte a specifiche circostanze economiche. L’aperto sposalizio del neoliberismo da parte dell’ANP, ha contribuito a creare un quadro istituzionale che consente a gruppi mossi da interesse economici di manipolare la politica a servizio di fini privati.
Il neoliberismo combinato e rafforzato dall’autoritarismo politico e dalla corruzione ha consolidato quello che può essere descritto come capitalismo clientelare dell’ANP. Fin dagli inizi, il clientelismo dell’ANP si è espresso in una relazioni speciali tra potenti uomini d'affari e l’élite politica e della sicurezza dell’ANP.
Questo sistema, naturalmente, ha avuto effetti negativi sull'economia: favorendo gruppi politici ed economici privilegiati ha sistemicamente ostacolato la competitività sul mercato ed escluso la maggior parte del popolo dall’accedere ad opportunità economiche significative. Di fatto, la capacità dei capitalisti di influire sulla politica del governo si è sempre più rafforzata ed i politici si sono ulteriormente arricchiti.

Durante gli anni novanta, il rapporto speciale tra certi capitalisti palestinesi ed élite politiche dominanti all'interno dell’ANP, ha portato alla centralizzazione del potere politico ed economico nelle mani di pochi individui che, rapidamente, sono riusciti a trasformare il progetto nazionale in una gara tra interessi politici.
Questo si è verificato specialmente a proposito della collusione tra élite politiche e della sicurezza dell’ANP con gruppi della Diaspora nella gestione di grandi monopoli pubblico-privati. I Monopoli protetti dall’ANP, riguardano l’importazione di oltre 25 prodotti chiave, tra cui farina, zucchero, olio, carni congelate, sigarette, animali vivi, cemento, aggregati minerari, acciaio, legno, tabacco e petrolio.

Questi monopoli sono stati non solo il segno precoce della corruzione nell’ANP, ma anche l'espressione più evidente dell'alleanza politico-economica emergente che ha trovato nell’ANP un efficace strumento politico per la realizzazione di interessi economici privati. Inoltre, i Monopoli furono anche selettivamente concessi a quegli attori politico-economici palestinesi che avevano una particolare vicinanza con le società israeliane.
Di conseguenza, i monopoli hanno avuto un impatto devastante sull'economia palestinese e sulle piccole imprese e, viceversa, hanno beneficiato l'economia israeliana. Un certo numero di ex funzionari politici e militari israeliani sono diventati, dopo il loro ritiro dal servizio attivo, partner commerciali di alcuni capitalisti palestinesi e delle élite politiche dell’ANP. In cambio, Israele ha offerto agli uomini d'affari ed ai politici palestinesi privilegi speciali, come l'accesso ai permessi, maggiore libertà di movimento e commercio e il pass riservato ai VIP.

Con la nomina dell'ex primo Ministro Salam Fayyad ed i programmi governativi introdotto dal 2008, l’influenza dei capitalisti sull'establishment politico è ulteriormente aumentato. Uomini d'affari e tecnocrati favorevoli al capitalismo hanno spesso occupato posizioni ministeriali chiave nei governi di Fayyad.
La "riforma" del settore bancario, avvenuta durante il governo Fayyad, mostra un aspetto importante della crescente influenza politica del capitalismo. Questa riforma ha consentito al governo di contrarre prestiti a lungo termine che, secondo una recente stima, ammontano a circa 4,2 miliardi di dollari nel 2013: come dire il 50 % del PIL, con un interesse annuo che ammonta ai a $200 milioni.
Per un'economia in gran parte dipendente da aiuti internazionali questo elevato livello di indebitamento del settore pubblico è davvero allarmante. I modi in cui il denaro è stato speso e come il PA pagherà i suoi debiti rimane un mistero.
Inoltre, l'elevato debito pubblico consente capitalisti di esercitare pressioni sulla ANP affinchè attui le proprie politiche in conformità con gli interessi delle grandi imprese private, anche minacciando di ritirare o bloccare determinati investimenti, come ha scritto Alaa Tartir in un recente studio. Inutile dire, che è il popolo a pagare il costo, come quando, ad es. l’ANP ha aumentato le tasse e tagliato le spese all'inizio del 2012.

Ciò fa pensare che il capitalismo palestinese clientelare locale abbia ormai una grossa influenza anche nella sfera politica internazionale. Hanno messo tutto il loro peso sugli sforzi del Segretario di stato americano John Kerry affinchè si arrivasse ad un accordo di pace attraverso il piano israelo-palestinese congiunto Breaking the Impasse (Rompere l’impasse), nonostante l'impatto terribile che questo piano avrebbe avuto sui diritti palestinesi. Inoltre, risulta che il piano è stato approntato senza la partecipazione della società civile palestinese o della stessa ANP.
Ciò fa pensare che il capitalismo clientelare palestinese sia diventato il destinatario principale delle iniziative internazionali di "pace". È difficile credere che un piano di pace elaborato da queste figure possa contribuire alla lotta palestinese per l’autodeterminazione, la libertà e la giustizia. Piuttosto, è più probabile che sia solo un'altra opportunità redditizia per coloro che traggono beneficio dallo status quo in corso.

Controllo sociale attraverso il debito e altri mezzi
Come in altre parti del mondo, lo sviluppo del sistema neoliberista è stato sostenuto da vari meccanismi di controllo sociale al fine di normalizzare l'occupazione e di pacificare e de-radicalizzare i gruppi che cercano di resistere in vari modi. Le pratiche di controllo sociale in Palestina hanno un impatto particolarmente distruttivo perché si intrecciano con il sistema di controllo coloniale costruito dall'occupazione.

Il capitalismo delle clientele ha cercato di mettere in piedi un controllo sociale attraverso pratiche di reclutamento della società civile per conseguire i propri obiettivi, lavorando fianco a fianco i principali donatori internazionali. Un esempio di questa politica si ha nell'istituzione di grandi ONG che tendono a penetrare il tessuto sociale attraverso la promozione di determinati valori sostenuti da istituzioni finanziarie e agenzie di sviluppo internazionali con la finalità di sostenere il sistema liberista. I valori di queste ONG sono fatti ricadere via via fino alle organizzazioni della società civile locale, attraverso progetti di capacity building ed altri ancora.

Un altro aspetto del controllo sociale è stato di facilitare il credito privato, ed incoraggiare la cultura del consumo, ciò che ha spinto molte persone nella trappola del debito. Secondo il Fondo Monetario Palestinese, i prestiti individuali sono cresciuti fino a circa 1 miliardo di dollari nel 2013 rispetto ai circa 494 milioni nel 2009. Si stima che il 75% dei dipendenti del settore pubblico (94.000 - 153.000 persone) siano indebitati.
I crediti ai singoli, sono principalmente usati per finanziare i consumi individuali (mutui, automobili, matrimoni ed utensili elettrici), ma raramente sono investiti in attività produttive. Questa situazione diffusa di indebitamento individuale ha importanti conseguenze sociali perché promuove l’individualismo e spinge a ripiegarsi sui propri problemi personali, portando sistematicamente la gente a disinteressarsi delle questioni cruciali nazionali. Favorisce inoltre l'apatia politica, minando il pensiero critico e l’azione contro la natura molto oppressiva del sistema.

Un ulteriore metodo di controllo sociale è lo sfruttamento dei lavoratori all’interno delle fabbriche di proprietà di alcuni capitalisti locali, dove i lavoratori sono pagati molto meno del salario minimo di 1.450 scekel ($377) recentemente annunciato dal governo per il settore privato.
"Sebbene i lavoratori abbiano protestato contro il salario minimo approvato dall’ANP, perché non garantisce i livelli minimi di vita, molti di noi stanno ancora lavorando in condizioni umilianti, ed i nostri stipendi sono anche meno di 1000 scekel. Ma nonostante ciò, dobbiamo accettare questa condizione, se non volgiamo essere gettati per strada"(intervista dell'autore).
Questo situazione di sfruttamento e controllo della lavoratori palestinesi è aggravata dalla mancanza di forze sindacali vere, poiché le stesse sono state molto indebolite sia dalla ANP che dai padroni
Vi è il timore che il sistema di controllo e di sfruttamento dei lavoratori venga ulteriormente ampliato ed anzi istituzionalizzato attraverso la creazione di zone industriali destinate ad integrare il sistema capitalistico regionale israelo-palestinese al fine di meglio sfruttare la manodopera palestinese a basso costo. Secondo Adam Hanieh, in queste zone industriali non si applicheranno le leggi palestinesi del lavoro o quelle israeliane su livelli di salario e altre condizioni del lavoro, mentre il diritto di riunione sarà vietato.

La via economica alla normalizzazione dell’occupazione
La normalizzazione economica è istituzionalizzata in un'ampia serie di attività condotte insieme, come le zone industriali congiunte, i forum imprenditoriali israelo-palestinesi, investimenti palestinesi in Israele e nelle colonie e la gestione delle risorse idriche.
Questo è il più alto livello di attività normalizzatrice finora raggiunto nella storia della lotta Palestinese per la liberazione nazionale (per una definizione di normalizzazione vedi le pagine accademiche e culturali del movimento per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni, BDS)
Diversi gruppi che lavorano per i diritti umani e l'autodeterminazione hanno apertamente denunciato alcuni della cricca del capitalismo clientelare palestinese. I capitalisti rifiutano questa accusa e dicono che stanno semplicemente cercando di servire l'economia palestinese e la tenacia del suo popolo.
In realtà i progetti congiunti palestinesi-israeliani rappresentano la peggior faccia della normalizzazione per tipo e dimensione e, cosa ancor più importante, perché aiutano il potere occupante a lucrare e ad infiltrare ancor più le sue strutture nel territorio occupato.
Qui sotto, una lista di esempi dei progetti che sono largamente finalizzati alla normalizzazione.

Rawabi.
Il piano per questa città è uno dei più grandi investimenti privati in Cisgiordania e uno dei più controversi progetti su larga scala. Rawabi, è un esempio del modo in cui, i profitti per aziende private e per la normalizzazione economica, vengono contrabbandati e pubblicizzati sotto la bandiera di “progetti nazionali”, sia per aver accettato di piantare circa 3000 alberi donati nel 2009 dal Jewish National Fund (successivamente sono stati sradicati a causa delle critiche), sia per aver fatto contratti di fornitura con più di 10 aziende israeliane.

Le zone industriali.
Le zone industriali nei territori occupati sono guidate dalla stessa logica della Quaying Industrial Zone (QIZ) che si ha in Giordania ed Egitto. Alimentano l'ambizione di Shimon Peres per un “Nuovo Medio Oriente” in cui Israele sarebbe il centro economico ed egemonico della regione. Le zone industriali sono molto problematiche perché integrano il capitale regionale israelo - palestinese in una spietata macchina per lo sfruttamento del lavoro a basso costo – compreso quello palestinese, in quanto lavoro importato da fuori. Anche se ne beneficiano poche élites affaristiche locali, fanno avanzare il sistema di controllo di Israele e perpetuano la sua occupazione.

Gli investimenti palestinesi in Israele e nelle colonie
Secondo uno studio, il capitale palestinese viene investito in Israele e nelle sue colonie illegali a un tasso molto più alto che in Cisgiordania – tra 2,5 miliardi di dollari e 5,8 miliardi contro solo 1,5 miliardo. Il Ministro palestinese dell'economia ha accusato lo studio di scarsa accuratezza e obiettività mentre alcuni economisti hanno detto che esso soffre di seri problemi metodologici.
E tuttavia il messaggio che ne deriva è notevole. Un funzionario del Ministro dell'Economia ha detto “Molti imprenditori palestinesi investono in colonie industriali come Barkan, Ma'ale Adumim e altri parchi agroindustriali nella valle del Giordano” (intervista dell'autore)
Un'altra ricerca ha scoperto che molte aziende palestinesi sono coinvolte nel riciclaggio di prodotti nella Valle del Giordano. In modo fraudolento etichettano i prodotti agricoli dei coloni come “Prodotti della Palestina” e poi li esportano sui mercati internazionali, sfuggendo in tal modo alle campagne di boicottaggio attuate in alcuni paesi europei.

Contratti con aziende israeliane per la sicurezza.

Un recente rapporto rivela che alcune aziende palestinesi (Ramallah Mövenpick hotel, Bank of Jordan, Jordan Ahli Bank, Cairo Amman Bank, Pal-Safe) sono nella lista dei clienti di Netacs Ltd. Questa azienda per la sicurezza è di proprietà di Danny Rotschild, Generale maggiore della riserva, già a capo delle forze di occupazione in Cisgiordania e Sud del Libano e che ha lavorato nei servizi di sicurezza militari.

Partnership palestinese-israeliana nelle aziende ad alta tecnologia
Alcuni imprenditori palestinesi collaborano e sono partner di aziende israeliane ad alta tecnologia. Un esempio è quello della SADARA a Ramallah. E' stata co-fondata da Saed Nashef and Yadin Kaufmann ed è diretta da un gruppo di palestinesi ed israeliani esperti in innovazione tecnologica e in servizi Internet.
La rivista Forbes ha fatto un lungo rapporto mettendo in evidenza il ruolo dei sistemi israeliani Cisco nel mettere insieme esperti hight-tech israeliani e imprenditori palestinesi per sostenere la trasformazione dell'economia palestinese sulla scia della “Startup Nation” di Israele.
Il rapporto rivela anche che alcuni giovani palestinesi nel campo dell'high tech sono invitati ad incontrarsi e a lavorare con le loro controparti nel retrobottega; e questa è “solo uno delle decine di rapporti d'affari che in silenzio – in molti casi in segreto –proliferano in tutta la Terra Santa”

Che cosa si deve fare?
La influenza politica e sociale del “Capitalismo clientelare” ed il suo ruolo nel perseguire la normalizzazione economica dell'occupazione israeliana dovrebbe mettere in allarme tutti coloro che si preoccupano del futuro della causa palestinese.
Questi capitalisti sono andati troppo avanti nella ricerca di profitti senza riguardo per i diritti fondamentali e le aspirazioni nazionali palestinesi. I loro meccanismi di controllo sociale e politico e la loro evidente complicità nei progetti di normalizzazione sono un ostacolo strutturale alla lotta anticoloniale e indeboliscono la richiesta palestinese di giustizia. Possono e devono essere fatti alcuni passi come i seguenti:
-- Gli uomini d'affari e gli investitori locali devono resistere ai tentativi di coinvolgere il capitale palestinese in progetti di normalizzazione. Nessun collegamento tra capitale palestinese e imprese israeliane potrà mai servire allo sviluppo ed al rafforzamento della Palestina.

-- Se non vuole essere vista come complice, l'Autorità Palestinese deve promuovere e mettere in atto normative che orientino le direzioni di investimento del capitale palestinese e deve rigorosamente monitorare questo processo per garantire che sia utile agli obiettivi nazionali palestinesi. A tale scopo servono meccanismi efficaci di pubblica trasparenza per diversi settori sociali e attori autentici della società civile.
-- Società civile e istituzioni accademiche giocano un ruolo importante con gli studi che hanno condotto e nell'attrarre l'attenzione su questa problematica. Tuttavia, bisogna fare di più, per mettere alle strette questi capitalisti palestinesi che hanno abdicato alle loro responsabilità, come talvolta è riuscito a fare il movimento BDS. C'è bisogno di forti campagne per rendere la loro posizione insostenibile. -- Lo sviluppo di investimenti e di imprese deve tener conto della dignità e dei diritti umani dei palestinesi e ridurre gradualmente i livelli di dipendenza dall'aiuto internazionale e dall'economia israeliana, creando le condizioni di base per diverse forme di lotta e di resistenza.

Più in particolare, c'è bisogno di praticare un modello di sviluppo basato sul concetto di resistenza economica e sulla fiducia in se stessi, sull'autosufficienza, su una giusta redistribuzione della ricchezza nazionale e su una burocrazia che serva ad una agenda politica, economica, sociale e dello sviluppo, a guida popolare.
Il cambiamento necessario richiede una grande ristrutturazione del quadro politico generale. I palestinesi, più di ogni altra cosa, hanno bisogno di una leadership che si prefigga di resistere all'occupazione e di lavorare per l'autodeterminazione palestinese, la liberazione, la giustizia e l'uguaglianza.

Al-Shabaka è un'organizzazione indipendente senza scopo di lucro, che si è data come missione l’educazione e la promozione del dibattito pubblico sui diritti umani palestinesi e sulla autodeterminazione nel quadro del diritto internazionale.
L’autore di questo saggio politico è Tariq Dana, professore di scienze politiche all'Università di Hebron che si concentra sulla trasformazione della società civile palestinese dai movimenti di massa alle ONG con orientamento neoliberista.
Fonti. Pubblicato originariamente su Al-Shabaka's website il 14 gennaio 2014, e ripreso da http://www.maannews.net/eng/ViewDetails.aspx?ID=665941

Traduzione di Loretta Mussi e Alessandra Mecozzi