I rifugiati palestinesi chiedono di essere ascoltati. Saremo in grado di farlo?

Wed, 09/05/2018 - 08:33
di
Edo Konrad*

In una calda giornata primaverile dell'aprile 1956, Moshe Dayan, divenuto poi il capo dello staff dell'IDF (Forze di Difesa Israeliane) ed eroe di guerra, portò un discorso di saluto che sarebbe diventato un elemento centrale dell'ethos nazionalista israeliano. Dayan arrivò al Kibbutz di Nahal Oz per elogiare Roi Rotberg, una guardia di sicurezza del kibbutz vittima di un agguato da parte di un ufficiale di polizia egiziano e un contadino palestinese, sequestrato presso la Striscia di Gaza e poi brutalmente ucciso. Il capo dello staff aveva incontrato Rotberg, il giorno precedente, durante una visita rituale a Nahal Oz, poiché la comunità si stava preparando ad una serie di matrimoni. La scrittura dell'elogio gli prese solo una mezz'ora.

L'omicidio di Rotberg fu particolarmente orribile, e sconvolse un paese che aveva già visto un'incredibile quantità di spargimenti di sangue e calamità in un lasso di tempo molto breve. Nell'elogio si può infatti ritrovare un pathos guerrigliero del genere che si potrebbe sentire anche dai leader odierni. “I nostri figli non avranno vite da vivere se non costruiamo dei rifugi; e senza una recinzione di filo spinato e armi da fuoco, non potremmo pavimentare un sentiero o scavare il terreno in cerca di acqua”, fu il proclamo Dayan alla folla. “Milioni di Ebrei, annientati senza terra, ci guardano dalle ceneri della storia di Israele e ci comandano di stabilirci e di ricostruire una terra per il nostro popolo.”

Il discorso di Dayan era legato, allo stesso tempo, alla versione israeliana del Discorso di Gettysburg, una sobria dichiarazione di intenti verso coloro che avrebbero portato in spalla il peso della missione della nazione. Ma l'elogio sottintendeva anche un messaggio secondario: era il primo discorso pubblico di un alto membro delle forze armate israeliane che metteva a conoscenza – senza riserve – della sofferenza che i palestinesi avevano sofferto durante la fondazione dello Stato di Israele, così come la fonte della loro rabbia:

“Cerchiamo di non incolpare gli assassini. Perché dovremmo lamentarci per il loro odio nei nostri confronti? Per otto anni sono stati nei campi profughi di Gaza e hanno visto, con i loro occhi, come abbiamo trasformato in casa nostra i terreni e i villaggi dove essi e i loro antenati hanno sempre risieduto.
Non è dagli arabi di Gaza che dobbiamo reclamare una risposta alla morte di Roi, ma da noi stessi. Il modo in cui i nostri occhi sono chiusi alla realtà del nostro fato, incapaci di vedere il destino della nostra generazione nella sua piena crudeltà. Abbiamo dimenticato che questi piccoli gruppi di giovani, insediati a Nahal Oz, portano sulle loro spalle i pesanti cancelli di Gaza, oltre i quali centinaia di migliaia di occhi e di braccia si accalcano insieme e pregano l'inizio della nostra debolezza così che possano farci a pezzi – lo abbiamo dimenticato? Perché se sappiamo che la speranza della nostra distruzione è di perire, noi dobbiamo, mattina e sera, essere armati e pronti”.

Oggi, più di sei decadi dopo, come palestinesi di Gaza che marciano verso il confine con Israele – in maggioranza discendenti da quei rifugiati della guerra del 1948 che scapparono o furono espulsi dalle proprie case – le parole di Dayan risuonano più forti che mai. Prima di Natanyahu, prima delle leggi razziste, prima di due intifada, e prima della dittatura militare nella West Bank e a Gaza, venne la politica israeliana atta a prevenire qualsiasi ritorno dei palestinesi nei propri paesi, villaggi e città.

Molto prima che gruppi di fedayn palestinesi attraversassero il confine da Gaza e spesso commettessero attacchi violenti contro le forze di sicurezza israeliane e contro i civili, il primo ministro David Ben Gurion ordinò ai militari di sparare e uccidere gli “infiltrati” palestinesi – la maggioranza dei quali erano rifugiati che avevano attraversato il confine appena costruito per riprendersi gli effetti personali lasciati indietro, gli attrezzi o oggetti utili per poter lavorare la terra.

La proposta sottintesa dal discorso di Dayan è molto chiara: noi rimuoviamo queste persone, la loro rabbia va oltre ogni giustificazione – ma non lasceremo che tornino a casa. È stata la negazione del ritorno che ha fatto brillare il movimento nazionalista palestinese, guidato da coloro che vivevano in esilio fino agli anni '80, quando la Prima Intifada si è diffusa nei territori occupati. Prima di quella rivolta, la rivoluzione palestinese era guidata da coloro a cui era stata negata la propria terra natia, che spesso agivano fuori dagli quegli stati arabi che hanno sofferto della persistente questione dei rifugiati ma, al tempo stesso, ne hanno sfruttato l'interesse politico.

Le proteste al confine di Gaza hanno diversi obiettivi: porre fine al blocco imposto alla Striscia dal 11 anni, richiamare l'attenzione sulle condizioni umanitarie che affliggono chi vi risiede, e di portare la libertà in quella che è stata definita la più grande prigione all'aria aperta del mondo. Ma c'è una ragione per cui le proteste di Gaza si sono tenute sotto la bandiera della “Grande Marcia del Ritorno” che culminerà nel Giorno della Nakba, data in cui i palestinesi ricordano l'inizio dell'espulsione dalle proprie terre: spinge la questione dei rifugiati palestinesi a tornare al centro del dibattito internazionale.

Le conseguenze della marcia per gli israeliani e i loro sostenitori, quantomeno al momento, sono insignificanti. La carneficina sotto il muro di Gaza – più di 45 persone sono state uccise e migliaia ferite dai cecchini israeliani – ha poco effetto su un pubblico che non accetta gentilmente alcuna forma di protesta palestinese, men che meno il genere che mette i rifugiati palestinesi, visti come la massima minaccia allo stato di esistenza di Israele, in prima fila. Nello spirito di Dayan, gli israeliani – persino molti di quelli appartenenti alla sinistra mainstream – sono convinti che l'unico modo per assicurare la vita degli ebrei in questa terra è con la spada (anche se esistono alcuni movimenti che vanno in direzione dell'accettazione del ritorno dei palestinesi, sotto certe condizioni).

La comunità internazionale, e specialmente gli attivisti all'estero, saranno costretti a confrontarsi su diverse questioni. Le organizzazioni che supportano la giustizia in Israele-Palestina dovranno decidere non se supportare il diritto della popolazione di Gaza a marciare (cosa che già fanno all'unanimità), ma se supportare il messaggio centrale che vi giace in seno: che i palestinesi devono essere in grado di ritornare ai loro paesi, villaggi e città.
Diversi tentativi di negoziare la pace tra Israele e Palestina hanno cercato di trovare soluzioni fattibili al problema dei rifugiati. Ma con la vera e propria morte del processo di pace, i rifugiati palestinesi non stanno più ad aspettare i vari leader nel decidere del proprio destino; stanno attivamente reclamando il loro diritto a sedere al tavolo delle trattative, e gli attivisti di tutte le bandiere saranno inevitabilmente chiamati a decidere da che parte stare.

*Fonte articolo: https://972mag.com/palestinian-refugees-are-reclaiming-their-place-at-th...
Traduzione a cura di Federica Maiucci