I processi rivoluzionari arabi nella morsa della controrivoluzione.

Tue, 24/02/2015 - 18:48
di
Joseph Daher

Sono passati già 4 anni dall'inizio dei processi rivoluzionari in Medio Oriente e in Nord Africa. Sebbene questi processi non si sono ancora esauriti, gli obbiettivi iniziali (democrazia, giustizia sociale e uguaglianza) non sono mai sembrati così lontani. La reazione, in tutte le sue forme, ha lanciato la controffensiva. Ciò nonostante le aspirazioni di libertà e giustizia sociale rimangono e le mobilitazioni continuano.

Le due forze principali che sono emerse e dominano la scena politica della regione sono, da un lato, i rappresentanti dei vecchi regimi autoritari e, dall'altro, le forze islamiste fondamentaliste e reazionarie nelle loro diverse componenti [1]. In Tunisia, per esempio, la formazione che ha visto le elezioni legislative lo scorso ottobre e che poi ha vinto le presidenziali di novembre-dicembre, è Nidaa Tounes, che rappresenta gli interessi degli antichi regimi di Bourgiba e Ben Alì. Al secondo posto è arrivato il movimento islamista reazionario Ennhada.

Egitto
Il ritorno al potere dei rappresentanti degli antichi regimi non si limita alla Tunisia, è un fenomeno regionale. In Egitto, il vecchio dittatore Hosni Moubarak è stato prosciolto, il 29 novembre del 2014, dalle due accuse principali che gli erano state mosse: la corruzione e sopratutto il suo ruolo nella repressione e la morte di più di 850 manifestanti durante i 18 giorni della sollevazione popolare che portò alla sua caduta, nel febbraio del 2011. I figli di Moubarak, Alaa e Gamal, accusati di aver dirottato o aver aiutato a dirottare più di 125 milioni di sterline egiziane (circa 14 milioni di euro), sono stati anch'essi prosciolti. Le accuse che pendevano su sette alti responsabili della sicurezza, tra loro l'ex ministro degli interni di Moubarak, Habib al-Adly, sono state abbandonate... il regime di Al-Sisi cerca, infatti, di riabilitare il vecchio regime autoritario di Moubarak e di sua moglie continuando la sua stessa politica.

Dall'arrivo al potere di Al-Sisi, almeno 1400 sostenitori della Fratellanza Musulmana sono stati assassinati e più di 15000 simpatizzanti di questa organizzazione incarcerati. Il ruolo controrivoluzionario dei Fratelli Musulmani lo abbiamo già trattato in altre occasioni, però questo non deve impedirci di di denunciare i crimini e le azioni contro i membri della Fratellanza condotti dal regime di Al-Sisi, perché costituiscono violazioni dei più elementari diritti democratici.
Rimanere in silenzio difronte a questi crimini significa lasciar campo aperto alla controrivoluzione e tradire i principi basici della difesa dei diritti democratici.
Il potere militare non si è limitato ai Fratelli Musulmani, ma ha attaccato anche i membri dell'opposizione liberale e di sinistra, incarcerando numerosi militanti, in particolare per aver infranto una legge, molto contrestata, che limita il diritto di manifestare. All'inizio di gennaio del 2015, il Ministero di Giustizia del regime di Al-Sisi ha ordinato anche la confisca dei beni di alcuni membri dei Socialisti Rivoluzionari, del Movimento 6 Aprile e della Gioventù per la Giustizia e la Libertà, appartenenti ad una lista di 112 persone accusate a loro volta di appartenere ad una organizzazione terrorista. Questa misura si fonda su una precedente decisione del potere militare che considerava la Fratellanza Musulmana un gruppo terrorista.
Con l'appoggio risoluto dell'Arabia Saudita e delle monarchie del Golfo e, addirittura ufficialmente, del Qatar, la controrivoluzione incarnata per i regime di Al-Sisi non ha smesso di avanzare. Il Qatar, che appoggia il movimento della Fratellanza Musulmana in Egitto e in altri paesi, e che continua ad accogliere i dirigenti di questa organizzazione, ha espresso il suo appoggio al regime di Al-Sisi il 9 dicembre del 2014 nell'ambito di una conferenza del Consiglio di Cooperazione del Golfo, come conseguenza delle pressioni esercitate dalle varie monarchie del Golfo. Tuttavia bisogna vedere se questo si trasformerà in un appoggio attivo del regime di Al-Sisi.

Allo stesso tempo, il movimento della Fratellanza Musulmana, duramente represso, non ha fatto un'autocritica profonda del suo passaggio al potere e della sua politica autoritaria e controrivoluzionaria. Dalla caduta di Morsi, ha addirittura rafforzato il suo discorso comunitario religioso e aggressivo verso la minoranza cristiana copta, accusandola di ogni genere di complotto e di essere la principale responsabile della cacciata dei Fratelli Musulmani dal potere, e allo stesso tempo si rifiuta di appoggiare le rivendicazioni sociali e i numerosi scioperi dei lavoratori represse dal potere. L'unico motto e slogan dei Fratelli Musulmani diretto ai suoi sostenitori, il ritorno di Morsi, è lontano dagli obbiettivi della rivoluzione (democrazia e giustizia sociale).

Siria
Nel caso siriano, se nel passato la soluzione di un regime autoritario senza Assad con all'interno alcuni settori dell'opposizione siriana (liberali e Fratelli Musulmani) vicina agli stati occidentali e alle monarchie del Golfo, però non rappresentativo nei confronti dei rivoluzionari siriani, era appoggiata dalle differenti forze imperialiste internazionali e regionali, oggi queste ultime sono d'accordo nel dire che Assad può alla fine rimanere dov'è ed essere un alleato nell'autoproclamata “guerra al terrorismo”. Il regime di Assad si vedrà quindi ripulito di tutti i crimini e distruzioni causate dalle sue forze armate e dalle milizie locali o straniere. Dall'altra parte, si può constatare che l'intervento in Sira degli stati occidentali, portata avanti dagli Stati Uniti con le collaborazioni di alcune monarchie del Golfo, non ha avuto molta efficacia sul terreno e non ha impedito l'avanzata delle forze jihadiste; ossia delle forze dell'Isis e di Janhat al Nusra (ramo di Al Queida in Siria). In Iraq e Siria, nonostante la ripresa di Kobane, queste forze jihadiste mantengono una gran parte dei territori conquistati.
Analogamente, c'è stato un rifiuto costante da parte degli autoproclamati “amici” della rivoluzione siriana ad aiutare politicamente e sostenere militarmente le componenti democratiche e popolari dell'Esercito Siriano Libero (ESL) e ai gruppi curdi del PYD (PKK siriano), che hanno combattuto e combattono contro la il regime di Assad e contro le forze islamiche reazionarie. Bisogna ricordare che sono queste due forze, ESL e PYD, quelle che unitamente al movimento popolare siriano hanno combattuto in prima persona l'espansione delle le forze jihadiste in Siria, pagando un tributo altissimo, mentre il regime di Assad le lasciava crescere e concentrava la sua repressione contro le forze popolari, sia civili che armate, democratiche e progressiste del paese.

La catastrofica situazione umanitaria e politica in Siria non ha impedito lo sviluppo, sebbene debilitato, delle resistenze popolari nelle differenti regioni della Siria contro l'autoritarismo delle forze di Assad e dei gruppi islamisti reazionari e jihadisti. All'inizio di gennaio si sono avute manifestazioni popolari di massa nei sobborghi di Damasco, a Beit Sahem, contro il comportamento autoritario di Jabhat Al-Nusra, mentre venivano lanciati slogan contro il regime di Assad. Nelle regioni “liberate” di Aleppo, gruppi di rivoluzionari hanno lanciato la chiamata a uno sciopero generale contro il sequestro del personale sanitario da parte di Al-Nusra. Nel quartiere di Wa'er, a Homs, si sono tenute manifestazioni con parole d'ordine che chiedevano la caduta del regime. Bisogna ricordare anche che nel mese di dicembre i lavoratori delle pulizie delle regioni liberate di Aleppo hanno manifestato e protestato contro i ritardi nei pagamenti e i tagli salariali imposti dalla Coalizione Nazionale delle Forze dell'Opposizione e della Rivoluione Siriana (vicina alle monarchie del Golfo e agli stati occidentali).

Tunisia
In Tunisia, come abbiamo detto, le due forze che hanno occupato le prime posizioni nelle elezioni legislative sono state Nidaa Tounes, che rappresenta gli interessi del vecchio regime di Boughiba e Ben Ali, e del movimento islamista reazionario Ennahda, che dall'ottobre 2011 è stato al potere in alleanza con il Congresso della Repubblica (CPR) e Ettakatol, considerato allora come partito “socialdemocratico”.
Nidaa Tounes appare, quindi, come l'opzione più attraente agli occhi delle organizzazioni padronali tunisine, delle cancellerie occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Ennahda, da parte sua, quando è stata al potere ha dato continuità alle politiche economiche e sociali ultraliberiste dell'epoca di Ben Ali. Inoltre Ennahda si è stata sempre zelante nel rispettare gli impegni della Tunisia verso l'Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, al fine di farsi concedere nuovi prestiti per vari miliardi. Allo stesso tempo le organizzazioni sindacali combattive e le domande dei lavoratori sono state considerate estremiste. In un'intervista del luglio scorso Ghannouchi (il capo di Ennahda) ha accusato l'Unione Generale dei Lavoratori Tunisini (UGTT) di essere un'eredità della Francia e di non costituire un'istituzione “naturale” della società musulmana.

L'arrivo al potere di Ennahda non ha fermato la violenza contro gli oppositori, come si è potuto constatare con gli omicidi politici (tra i quali quelli di due importanti esponenti dell'opposizione di sinistra, Chokri Belaïd e Mohamed Brahmi. Ndr). Ci sono stati numerosi attacchi da parte delle milizie, considerate al soldo di Ennahda, chiamate “Lega per la Protezione della Rivoluzione” (LPR), così come dai gruppi salafiti. Differenti movimenti politici e sociali erano nel mirino: raduni del Fronte Popolare o delle sue componenti, così come di altri militanti e associazioni (tra le quali quelle degli artisti che non possono esporre per “violazione dei principi islamici”). Senza dimenticare gli attacchi delle LPR contro la sede dell'UGTT a Tunisi con bastoni, coltelli e bombe al gas, che hanno causato più di dieci feriti nel dicembre 2012, il giorno del sessantesimo anniversario dell'assassinio del leader e fondatore del movimento sindacale tunisino, Farhat Hached. Questa violenza è accompagnata da un indurirsi della repressione statale contro gli oppositori; in particolare, di numerosi sindacalisti arrestati in varie occasioni per la loro attività sindacale.

Prima di abbandonare il potere, Ennahda e i suoi alleati hanno votato un bilancio di austerità e politiche antisociali e antipopolari. Le nuove misure fiscali, apertamente sfavorevoli ai ceti medi e popolari, sono state il detonatore di un grande movimento di protesta, che hanno portato non solo all'annullamento delle misure ma anche alle dimissioni forzate del presidente del governo, l'islamista Ali Laarayeidh.

Bahrein, Yemen e Libia
Anche in altri paesi i processi innescati nel 2011 attraversano situaizoni difficili. In Bahrein, il regime monarchico degli Al Khalifa, con l'appoggio delle monarchie del Golfo che accusano senza fondamento l'Iran di appoggiare ai manifestanti e di voler fare un colpo di stato, continua a reprimere le principali organizzazioni dell'opposizione e gli attivisti politici [2].
La monarchia degli Al Khalifa non ha smesso di strumentalizzare le tensioni comunitarie contro gli sciiti, fortemente discriminati a livello politico e sociale, per dividere le classi popolari e screditare i manifestanti ostili al regime. I servizi di sicurezza del regno continuano a reprimere violentemente la maggior parte delle manifestazioni popolari, nello stesso momento in cui le “elezioni” legislative, che hanno avuto luogo qualche mese fa, sono state completamente boicottate dal congiunto dell'opposizione che metteva in questione la mancanza di trasparenza e di democrazia.
Così il nuovo parlamento è completamente un feudo del potere. Il leader del principale partito dell'opposi zone sciita del Bahrein (il partito conservatore al-Wefaq, che chiede una monarchia costituzionale e non la caduta del regime), lo sceicco Ali Slamane, è stato incarcerato alla fine di dicembre ed ancora è in carcere. Nonostante le proteste estemporanee e poco visibili, gli stati occidentali continuano ad appoggiare il regime degli Al Kahlifa, soprattutto gli Stati Uniti la cui 5ª Flotta è ancorata lì. Washington considera la sua base militare in Bahrein come il principale deterrente ai presunti sforzi dell'Iran per sviluppare le proprio forze armate per minacciare il Golfo.

In Yemen la soluzione che avevano negoziato l'Arabia Saudita e gli Stati Uniti nel 2011, che consisteva nel mantenere il regime includendo altre forze politiche, mentre si garantiva una via d'uscita al dittatore Ali Abdulà Daleh, è saltata a causa della presa della capitale Saana dai miliziani Houthi (ribelli sciiti) nel settembre 2014. Gli Houthi sono contrari alla posizione concessa ai partitari di Saleh nel “governo di consenso nazionale” prodotto della soluzione negoziata, così come all'immunità garantita all' ex presidente spodestato. Rivendicano l'attribuzione alla minoranza Houthi di responsabilità ministeriali in un governo in maggioranza da simpatizzanti del partito sunnita Al-Islah, il ramo yemenita della Fratellanza Musulmana.
Le conquiste territoriali degli Houthi sono state possibili grazie all'indebolimento dello stato dovuta alla sollevazione del 2011, con un trasfondo di problemi sociali ed economici profondi. Il paese è ora terreno di conflitti militari tra le forze politiche rivali, così come di manifestazioni popolari. La crisi si è aggravata ancora di più quando i miliziani Houthi hanno preso d'assalto il complesso del palazzo presidenziale del primo ministro nella capitale.
Un dei principali ostacoli è l'opposizione, unita a questioni tribali e comunitarie (con gli Houthi, provenienti da un ramo dello sciismo contro gruppi islamisti sunniti, alcuni dei quali si richiamano ad Al Qaeda), tra il progetto di uno stato federale con sei regioni, accordato a gennaio 2014 al termine di una conferenza di dialogo nazionale, e quello della milizia di Ansarullah vicina agli Houthi che vuole uno stato formato da due regioni.

In Libia, il paese è in pasto all'anarchia e agli scontri violenti tra forze politiche rivali. Nel paese esistono ufficialmente due governi e due parlamenti paralleli, uno vicino ai miliziani di Fajr Libya, considerato come una coalizione di milizie di Misurata e degli islamisti che controllano Tripoli; l'altro, riconosciuto per la comunità internazionale e che ha sede a Tobruk, vicino la frontiera con l'Egitto.
Il 14 gennaio 2015 si sono aperti i negoziati a Ginevra, sotto l'egida dell'Onu, per arrivare a una tregua delle ostilità tra i differenti attori politici. Numerose milizie armate si sono sviluppate senza controllo, imponendo la proprie legge in alcune regioni. Il sud del paese è così teatro di scontri tribali nel contesto di una lotta di influenza per il controllo del contrabbando nel deserto. La libia non ha incontrato un governo stabile dalla caduta di del dittatore Geddafi nell'ottobre 2011 ed è passata sotto il dominio delle milizie ex-ribelli che si disputano il territorio in questo enorme paese desertico e ricco di petrolio.

Scontri e collaborazione
Gli scontri tra i rappresentanti dei vecchi regimi e le forze islamiste reazionarie e fondamentaliste si sono potute constatare tanto durante le elezioni legislative tunisine quanto nella repressione dei Fratelli Musulmani. Questo non significa che gli scontro tra queste forze non abbia dato luogo ad alleanze e collaborazioni in alcuni momenti. Bisogna ricordare che dopo la caduta di Moubarak, il movimento dei Fratelli Musulmani in Egitto mantenne buone relazioni e persino collaborò con i dirigenti dell'esercito fino al rovesciamento di Morsi nel luglio 2013. Inoltre, quando i Fratelli Musulmani dominavano il parlamento e occupavano la presidenza non misero in questione il potere politico ed economico dell'esercito, né denunciarono il ruolo repressivo che ebbe contro il movimento popolare, per esempio, durante i 18 giorni della sollevazione del 2011 o in occasione dei crimini di Maspero nel novembre 2011 contro i manifestanti copti. A livello economico i Fratelli Musulmani si sono iscritti all'interno della linea delle politiche neoliberali dell'era di Moubarak, criticando unicamente il nepotismo e la corruzione del regime. Questo non gli ha impedito di collaborare con certe figure del mondo degli affari vicine al regime di Moubarak. [3] Il suo programma politico ed economico spingeva per il rapido smantellamento dei servizi sociali statali nella direzione di un aumento del settore privato e delle associazioni caritatevoli religiose.

In Tunisia, Nidaa Tounes e Ennahda hanno collaborato in numerose occasioni nel passato e non hanno nascosto l'intenzione di rifarlo in futuro. In una intervista dell'ottobre 2014, Rached Ghannouchi non escludeva la possibilità di lavorare con Nidaa Tounes e aggiungeva che fu il partito di Ennahda ad aver impedito l'adozione della legge sull'immunità, permettendo così alle persone che appartenevano al vecchio regime di presentasi alle elezioni. Dopo la vittoria di Nidaa Tounes nelle legislative, il vicepresidente di Ennahda, Abdelfattha Mourou, dichiarava che non era contrario alla partecipazione di Ennahda nel prossimo governo. Il leader del movimento Nidaa Tounes e candidato alla presidenza della repubblica, Bei Caid Essebsi, ha fatto sapere anche che il movimento Ennahda non è un nemico, e ha affermato addirittura che se l'interesse supremo dello stato lo esige, Nidaa non avrà alcun dubbio nel formare un fronte con Ennahda.
Nelle prime sedute del nuovo Parlamento tunisino questa collaborazione è stata notevole. L'unica votazione prodotta il 2 di dicembre concerneva una sospensione della seduta di 48 per lasciare più tempo a Nadaa Tounes e Ennahda per negoziare tra loro o/e incontrare alleati. Il Fronte Popolare fu l'unico gruppo parlamentare ad opporsi, insieme ad alcuni deputati indipendenti.
Il nuovo primo ministro, Essid, rappresenta in gran parte questa convergenza di interessi. Era stato Ministro degli Interni nel 2011, nel governo provvisorio di Caid Essebsi, allora Primo Ministro dopo la caduta del dittatore Ben Alì e poco più tardi fu anche consigliere della sicurezza del suo successore, l'islamista hamadi Jebali. Prima ancora era stato stato Capo di Gabinetto del Ministero degli Interni, così come Segretario di Stato presso il ministero dell'Ambiente. Ennahda si è dichiarata disposta ad una “piena cooperazione” con lui.
L'importante uomo di affari e sostenitore di Ennahda, Mohamed Frika, aveva dichiarato anteriormente che UTICA (il sindacato padronale tunisino) aveva proposto ai differenti partiti, compreso Ennahda, di inserire nelle proprie liste uomini d'affari, precisando che c'era un certo consenso sulla linea economica, in particolare con Ennahda, Nidaa Tounes e altri come Afec (partito ultraliberista).

Contro le due varianti della controrivoluzione
Questi due attori, i rappresentanti degli antichi regimi e le forze islamiste reazionarie e fondamentaliste, sono nemiche dichiarate degli obbiettivi iniziali dei processi rivoluzionari. I movimenti popolari, i militanti e i gruppi che difendono questi obbiettivi sono stati attaccati da queste due forze.
Si tratta di due forze controrivoluzionarie, al di là delle differenze tra i loro discorsi. I rappresentanti degli antichi regimi si presentano come difensori del modernismo, salvatori dell'unità della patria e campioni della lotta al “terrorismo”. Le forze islamiche reazionarie e fondamentaliste si presentano da parte loro come le garanti della religione musulmana, della morale, dell'autenticità e dell'identità islamica e araba, stabilendo la relazione con la “Umma” (la comunità dei credenti o “Nazione”) islamica.
Questi due discorsi, certamente in apparenza divergenti, non devono farci dimenticare che i due movimenti hanno in comune un progetto politico molto simile: limitare e reprimere i diritti democratici e sociali e contemporaneamente cercano di garantire il sistema di produzione capitalista e continuare con le politiche neoliberali che impoveriscono le classi popolari della regione. Allo stesso modo queste forze controrivoluzionarie non esitano ad utilizzare un discorso che cerca di dividere e contrapporre le classi popolari su base religiosa, comunitaria, etnica, di genere, regionale etc...

Le differenti forze politiche che hanno scelto e scelgono di appoggiare una di queste due forze controrivoluzionarie, presentandole come il “male minore”, scelgono di fatto la sconfitta e il mantenimento del sistema ingiusto nel quale vivono le classi popolari della regione. Il ruolo dei rivoluzionari non è scegliere tra differenti frazioni della borghesia e della controrivoluzione, appoggiata da differenti attori imperialisti e subimperialisti. In particolare è necessario sottolineare al riguardo i due centri della controrivoluzione regionale che sono, da un lato, l'Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo che appoggiano le forze dei vecchi regimi e, dall'altro, il Qatar che appoggia le forze islamiche fondamentaliste.
Il ruolo delle correnti progressiste è di opporsi alle differenti forze della controrivoluzione e costruire un fronte indipendente da queste due forme di reazione. Le forze progressiste devono costruirsi su basi democratiche, sociali e antimperialiste, opponendosi a tutte le forme di discriminazione e lavorando per un cambiamento radicale della società, in una dinamica dal basso che faccia delle classi popolari gli attori del cambio.
Di fronte agli scontri o alla collaborazione tra queste due forze della controrivoluzione, non scegliamo una delle forme della reazione. Bisogna appoggiare, costruire e organizzare un'alternativa popolare e radicale per il raggiungimento degli obbiettivi iniziali delle rivoluzioni. La democrazia, la giustizia sociale e l'uguaglianza.

Note
[1] Questo insieme si estende dai movimenti dei Fratelli Musulmani ai differenti gruppi jihadisti. Queste forze non sono simili, esistono differenze molto importanti tra loro, pero condividono una posizione controrivoluzionaria di fronte al movimento popolare e agli obbiettivi della rivoluzione.
[2] La popolazione del Bahrein è per la maggior parte sciita mentre la famiglia regnante Al-Khalifa è sunnita.
[3] Il presidente Morsi, per esempio, invitò a formare parte di una delegazione per un viaggio in Cina Mohamed Farid, padrone della Oriental Weavers ed a quei tempi membro del Comitato Esecutivo e parlamentare del Partito Nazionale Democratico (PND), l'antico partito al potere durante la dittatura di Moubarak. Un altro membro del Comitato Esecutivo di questo partito, intimo amico del figlio del vecchio presidente, Gamal Moubarak, era anch'esso parte della delegazione: Sherif Al-gabaly, membro del consiglio di amministrazione della federazione Egiziana dell'Industria e padrone di Polyserve, un gruppo specializzato in concimi chimici.

Fonte: Viento Sur
Traduzione Fabio Ruggiero