Haiti: le rivolte contro l'innalzamento dei prezzi hanno fatto cadere il governo

Tue, 24/07/2018 - 11:08
di
Régine Vinon*

Venerdì 6 luglio il governo di Haiti, obbedendo alle ingiunzioni del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha deciso di non sovvenzionare più alcuni prodotti, come ad esempio il carburante. Ciò ha comportato un aumento del prezzo della benzina del 38%, del 47% per il diesel e del 51% per il petrolio utilizzato per le lampade al cherosene, nonostante l'elettricità non arrivi affatto nei quartieri poveri.

Il governo ha annunciato le nuove misure finanziarie durante la partita Belgio-Brasile, senza dubbio nella speranza che gli animi sarebbero stati tutti occupati a sostenere il Brasile, una squadra molto popolare ad Haiti. Ciononostante, quest'opzione non ha funzionato: al momento in cui è stata resa nota la decisione, le persone sono scese in strada a migliaia per mostrare la propria collera. I/le manifestanti hanno attaccato i simboli di ricchezza del paese, come le banche o gli hotel di lusso. I supermercati sono stati presi d'assalto e i/le manifestanti si sono ripartiti i generi di prima necessità. La città di Port-au-Prince è stata bloccata, e l'esplosione di rabbia ha colpito anche le città di provincia, nel nord, nella pianura centrale e a sud.

Dappertutto la popolazione povera ha lasciato che la propria rabbia esplodesse.

Il giorno successivo, sabato 7 luglio, il governo ha pubblicato un decreto che annullava il precedente, compreso l'innalzamento dei pressi. Ciò non ha impedito a chi non ha mai avuto voce di proseguire la rivolta nei giorni successivi, fino a provocare le dimissioni del governo.

L'accordo firmato il 25 febbraio con il FMI afferma seriamente che mira a promuovere la crescita economica e ridurre la povertà! In cambio di un “aiuto” finanziario, il FMI, come d'abitudine, esige delle misure di riduzione del deficit, e dunque un abbassamento delle sovvenzioni. Il risultato immediato è stato l'innalzamento del prezzo dei trasporti, così come dei generi alimentari, trasportati dalle campagne alle città.

Haiti è considerato come uno tra i paesi più poveri del mondo. Conta un 58% della popolazione che vive sotto la soglia di povertà, secondo le cifre date dalle Nazioni Unite. L'inflazione è già galoppante, poiché sorpassa il 13%, e la disoccupazione è un fenomeno di massa; questo spiega una reazione così violenta.

Non è la prima volta che la popolazione lascia scoppiare la propria collera per esprimere delle rivendicazioni: nel settembre 2017, la capitale era stata bloccata da uno sciopero dei trasporti seguito ad un aumento, già allora, delle tasse su molti prodotti, tra cui la benzina. Durante la primavera di quest'anno, a maggio e giugno, migliaia di operai/e del settore tessile, impiegati esternalizzati a buon mercato per le firme occidentali, hanno manifestato a più riprese per rivendicare un salario minimo di 1000 gourde (15 euro) al giorno. Poiché il salario minimo è fissato, da giugno 2017, a 350 gourde (8,50 euro) e non permette affatto uno stile di vita decente. “Ci pagano il sabato, e il lunedì ricominciamo a indebitarci”, spiega una manifestante. Malgrado le promesse ripetute in occasione di ogni esplosione sociale, il governo non ha toccato il salario minimo, incoraggiando così i padroni haitiani. Un governo che aveva promesso, qualche mese fa, dei benefici sociali riguardo ai trasporti, riguardo all'assicurazione sanitaria e alle case popolari.

Promesse rimaste senza risposta alcuna.

*Fonte articolo: https://npa2009.org/actualite/international/haiti-les-revoltes-contre-le...
Traduzione a cura di Federica Maiucci.