Gaza, la resistenza palestinese, il terrorismo israeliano

Sat, 26/07/2014 - 15:42
di
Piero Maestri

Appunti sulla guerra israeliana contro la popolazione palestinese, il "politicidio", la resistenza, la nostra solidarietà.

La guerra israeliana contro la popolazione di Gaza continua, e con l’intervento diretto all’interno della Striscia aumentano i morti, i feriti, le operazioni brutali e i crimini di guerra commessi dalle forze armate israeliane. Come quasi sempre è avvenuto, anche questa aggressione può essere condotta grazie ai silenzi e le complicità delle cancellerie occidentali e di quella che ostina a chiamarsi organizzazione delle “nazioni unite”, il cui segretario insiste nella richiesta di una “moderazione” da entrambe le parti, contribuendo alla narrazione tossica diffusa che vorrebbe quella in corso come una guerra tra due parti egualmente colpevoli.
Una ricostruzione a nostro avviso “definitiva” e estremamente chiara di quanto successo nelle ultime settimane la fornisce l’ex “rapporteur” dell’Onu Richard Falk in un articolo pubblicato il 24 luglio su “il manifesto”: un’analisi rigorosa e netta che spiega puntualmente il contesto di questa aggressione e fa piazza pulita delle narrazioni che vorrebbero questo massacro una semplice (magari un po’ eccessiva) autodifesa di Israele di fronte alla provocazioni di Hamas.

Ma è anche evidente che questa stessa ennesima operazione militare israeliana non può essere compresa senza tenere a mente il contesto più ampio delle politiche di occupazione, espropriazione e aggressione che rappresentano il “peccato originale” della nascita dello stato sionista in Israele e che si sono perpetuate in molte forme fino ad oggi. Un contesto che non può essere limitato alla Striscia di Gaza (magari leggendo astute opinioni di chi ancora crede alla favola del “ritiro unilaterale” e quindi di un’inesistente occupazione di Gaza), ma che deve guardare alle politiche di espropriazione che avvengono quotidianamente in Cisgiordania, alla pulizia etica di Gerusalemme, alla crescita degli insediamenti colonici esistenti e la nascita di nuovi.
È infatti cattiva abitudine di molti commentatori delle vicende mediorientali partire sempre da quanto successo il giorno prima, facendo finta di dimenticare quali siano le responsabilità storiche e quali siano state le politiche dello stato di Israele che hanno portato alla situazione attuale.

In questo contesto più ampio, ogni operazione militare e ogni provvedimento dei governi israeliani, ha obiettivi specifici e legati a una particolare fase delle politiche di occupazione.
Questa aggressione contro la Striscia di Gaza non ha evidentemente nulla a che fare con il sequestro e l’uccisione dei tre giovani coloni israeliani (ormai anche le forze di sicurezza israeliane ammettono che non è stata responsabilità di Hamas...), ma è in primo luogo una risposta all’accordo di “unità nazionale” firmato poche settimane fa tra Hamas e Fatah. Nethanyahu vuole spezzare qualsiasi possibilità di unità palestinese e preferisce avere ai suoi confini un territorio turbolento come Gaza piuttosto che dover affrontare una rappresentanza politica palestinese più forte, almeno per quanto riguarda la sua legittimazione e connesso tra la popolazione dei territori occupati. Ancora una volta la risposta della leadership dell’Autorità palestinese è stata vergognosa e si è mossa all’interno dei limiti imposti dalle autorità israeliane e dalla loro narrazione del contesto.

I governi israeliani applicano da sempre la politica della divisione del movimento palestinese e la distruzione sistematica di qualsiasi rappresentanza politica che il popolo palestinese cerca di darsi. È ridicolo leggere commenti anche in Italia che parlano oggi di Mahmoud Abbas come presidente dell’Olp (perché faccia valere questa sua “autorità” e fermi la resistenza), come se questa non fosse stata distrutta e dimenticata da chi considera “legittima” rappresentante della popolazione palestinese solamente l’Autorità nazionale presente in Cisgiordania.
Il sociologo israeliano Baruch Kimmerling parlava a questo proposito di “politicidio”, inteso come “processo che abbia, come fine ultimo, la dissoluzione del popolo palestinese in quanto legittima entità sul piano sociale, politico ed economico”.
Questa strategia presuppone tra l’altro la dissoluzione di qualsiasi rappresentanza politica palestinese forte e autorevole, capace di rappresentare i bisogni e i diritti di tutta la popolazione palestinese, ovunque essa viva, e capace di condurre un’offensiva politico-diplomatica a tutto campo. Una rappresentanza politica che sappia conciliare la resistenza all’occupazione, resistenza quotidiana nei territori occupati, con la rigorosa autonomia da ogni governo che vorrebbe utilizzarla come strumento di una propria agenda. Una rappresentanza che sappia valorizzare e rilanciare la partecipazione delle e dei palestinesi, in particolare più giovani – spesso lasciati soli e senza alcuna possibilità di una formazione e azione politica.

Non siamo simpatizzanti di Hamas, di cui conosciamo i limiti e le politiche repressive, socialmente conservatrici e ideologicamente reazionarie, negative per la popolazione palestinese. Ma sappiamo che rappresenta una forza politica con un consenso di massa tra la popolazione palestinese, anche della diaspora e che non si può pensare di isolarla senza conseguenze.
D’altra parte Israele non crede davvero di poter “eliminare” Hamas: l’attacco sanguinoso verso la Striscia di Gaza ha sicuramente l’obiettivo di colpire l’ala militare di Hamas e degli altri gruppi della resistenza nella Striscia, ma ha soprattutto un carattere e una finalità terroristica, nel senso letterale e politico del termine. La speranza israeliana è di isolare nuovamente Hamas, magari metterla sotto tutela di qualche potere più disponibile ai buoni rapporti con il governo sionista. E per fare questo non si preoccupa di un’eventuale crescita di gruppi dell’estremismo islamista – magari in sintonia con la crescita dei simpatizzanti del “califfato” iracheno che sta avvenendo in tutto il medioriente. Da sempre Israele ha favorito l’emergere di gruppi che contrastassero le forze maggioritarie della resistenza, in funzione di una divisione del movimento palestinese. Una politica che potrebbe sembrare miope, ma che è perfettamente “razionale” se vista alla luce dei continui fatti compiuti che avvengono con la colonizzazione di nuove terre palestinesi e i provvedimenti che rendono impossibile la vita quotidiana a Gaza e in molte aree della Cisgiordania.

In questo senso bisogna aver chiaro che l’impossibilità per Israele di eliminare la resistenza, anche armata, è anche dovuta al fatto che la maggioranza della popolazione di Gaza sostiene questa resistenza.
Ma, si è detto, in realtà la popolazione di Gaza, soprattutto le/i bambine/i, sono solamente “scudi umani” alla mercé dei gruppi armati. Questo è un altro esempio di narrazione tossica e di menzogna fatta circolare ad arte. Parlare di scudi umani in un contesto in cui Israele usa una tattica terroristica, in cui ogni edificio, ogni scuola e persino una spiaggia in cui si gioca a calcetto sono obiettivi militari non ha senso. La popolazione di Gaza non ha nessun posto dove andare, l’intera Striscia è un’immensa prigione a cielo aperto con una densità di popolazione tra le più alte al mondo. E buona parte della responsabilità di questa situazione ricade sulle spalle della giunta militare egiziana.

In queste ore è in vigore una tregua “umanitaria”, che non sembra per il momento essere preludio alla fine dell’operazione militare israeliana. Anche su questa questione della tregua pensiamo che sia abbastanza evidente che Hamas non avrebbe potuto accettare le condizioni poste da Israele (totale smilitarizzazione in cambio di nulla e proseguimento dell’embargo criminale su tutta la Striscia, mentre continuano le politiche dell’occupazione). In questo contesto le condizioni poste da Hamas sembrano più che ragionevoli e condivisibili. D’altra parte è anche chiaro che il governo israeliano si sta sempre più infilando in un tunnel (non quelli costruiti da Hamas), impossibilitato a portare a termine la sua operazione mentre aumentano i morti tra i sui soldati e quindi la richiesta da parte dei suoi cittadini per risultati “permanenti”.
In ogni caso tra qualche tempo anche questa operazione militare terminerà (speriamo molto presto, visto il numero impressionante di morti e feriti) e Gaza e la Palestina torneranno ad essere dimenticate.
Per la popolazione di Gaza sarà un altro “dopoguerra” terrificante, con l’impossibilità di ricostruire livelli di vita dignitosi, esposta alle difficoltà della sopravvivenza economica e ad una crisi sociale sempre più forte e sempre più isolata anche per la politica congiunta del golpista egiziano El Sisi e del governo israeliano.
La resistenza armata palestinese non sarà sconfitta né delegittimata, anche se non sarà riuscita ad andare oltre la dimostrazione dell’impossibilità della sua eliminazione militare, mentre la resistenza civile e quotidiana di ogni donna e uomo palestinese sarà resa più difficile – anche perché in primo piano dovranno pensare alla sopravvivenza e alla ricostruzione dei livelli più basilari della vita quotidiana.
Difficile dire cosa potrà succede sul piano politico, se le divisioni all’interno di Hamas si approfondiranno e se la vita politica a Gaza permetterà la partecipazione ad ogni palestinese.

In questo momento, al di là di ogni analisi ed ogni lettura delle motivazioni della guerra israeliana, non possiamo che ribadire la nostra solidarietà e il nostro sostegno a tutta la resistenza palestinese, alla legittimità stessa della resistenza, al suo diritto e alle sue ragioni.
Questo significa salutare ogni razzo sparato sul territori dello stato di Israele? Certamente no, ma dobbiamo ribadire con forza che quanto avviene oggi non ha nulla a che vedere con questi razzi, che rappresentano solo l’ennesimo pretesto per le uccisioni di palestinesi (mentre scriviamo si registrano quattro morti palestinesi in Cisgiordania, uccisi dalle forze armate durante “scontri” – cioè fucili contro pietre. Sentiremo proposte di eliminazione di tutte le pietre dai territori palestinesi?).
Quando parliamo di sostegno alla resistenza palestinese vogliamo parlare di qualcosa di più ampio è più importante della resistenza armata, rappresentata dalle tante resistenze quotidiane all’occupazione, all’espropriazione, alla distruzione di diritti e dignità. Resistenza civile, politica, sociale – quella che ha reso possibile al popolo palestinese continuare a vivere sulla propria terra e far vedere al mondo intero che non abbandonerà mai i propri diritti e le proprie speranze.

Sosteniamo ed esprimiamo la nostra solidarietà e la nostra vicinanza anche alla sinistra israeliana antisionista, antirazzista e antifascista. Le tendenze che da anni sono presenti nella società israeliana sono molto pericolose anche per chi in quel paese cerca di trovare strade alternative a quelle dell’arroganza sionista e delle politiche razziste (su questo communianet ha pubblicato alcuni contributi interessanti).
Anche se minoritari, questi gruppi israeliani cercano ancora di opporsi alle politiche del governo israeliano, costruendo relazioni politiche e solidali con la popolazione palestinese e cercando di organizzarsi in diversi modi. La loro lotta è estremamente importante perché si possa pensare ad un’alternativa in tutta la regione e per questo hanno il nostro sostegno e la nostra solidarietà.

Il sostegno al popolo palestinese e alle sue ragioni e ai suoi diritti per noi deve però sempre, in primo luogo, capire quali siano le complicità che il nostro paese offre alle politiche dell’occupazione. In questi giorni sono state in questo senso denunciate le vendite di armi da parte di imprese italiane alle forze armate israeliane. La nostra solidarietà alla Palestina e alle/ai palestinesi deve passare anche da queste denuncie e da un’iniziativa per la fine di queste vendite di armi così come di ogni relazione scientifico-militare con Israele.
Così come contesteremo la partecipazione di Israele all’interno di Expo2015 a Milano, una partecipazione necessaria a vendere un’immagine dello stato di Israele falsa e che nasconde lo sfruttamento e l’espropriazione delle terre e dei diritti dei palestinesi dietro la vetrina del “paese che ha fatto fiorire i deserti” (sic!) e delle realizzazioni scientifiche in materia di alimentazione e agricoltura – altra faccia della medaglia della distruzione dell’agricoltura, della pesca e dell’intera economia palestinese.
Parafrasando quanto diceva Arundhati Roy riguardo la resistenza irachena, il problema non è solamente sostenere la resistenza palestinese, quanto essere la resistenza palestinese.