Brasile: tra disagio sociale e la stagnazione economica, l’offuscarsi di un modello

Thu, 13/02/2014 - 12:44
di
Manuela Lasdica

Nell’ambito del nostro approfondimento sull’ America Latina pubblichiamo questo articolo di analisi sulla situazione brasiliana. Non condividiamo totalmente il punto di vista dell’autrice ma pensiamo possa essere una buona base di partenza per iniziare ad indagare le contraddizioni che stanno caratterizzando la crescita Paese carioca che si sta rapidamente trasformando in una delle economie più importanti del mondo.

di Manuela Lasdica, laureata in Relazioni Internazionali presso l'Università di Bologna, Master in Studi Internazionali, giornalista internazionale.

Striscioni, pietre, fumogeni e bottiglie molotov, auto della polizia, negozi chiusi e diversi saccheggi. Non siamo in Turchia, né in Grecia e nemmeno in Spagna. Si tratta, invece, del Brasile, il paese che negli ultimi anni è stato considerato un modello di pace sociale, che gode di prestigio internazionale e di una crescita economica ammirata a livello globale. Eppure, malgrado la distribuzione della ricchezza, le politiche pubbliche dirette a favorire i più poveri e i programmi sociali per ridurre la povertà (che dal 2003 hanno permesso a 40 milioni di persone di integrarsi alla classe media) le proteste di massa hanno scosso le principali città brasiliane dallo scorso giugno, rivelando un chiaro disagio sociale. Le accuse di corruzione politica, l'inflazione e le rivendicazioni per un miglioramento dell'istruzione pubblica e del sistema sanitario, incoraggiate dal fenomeno dei social network, hanno richiamato l'attenzione degli analisti politici e dei sociologi che hanno definito questo fermento politico come "l’autunno brasiliano" con riferimento alla "primavera araba" e a chiamare i manifestanti come "la generazione degli indignati" comparandoli, in questo modo, al movimento degli indignados spagnoli.

"Non è per gli spiccioli è per il diritto" questo è lo slogan principale degli striscioni che hanno colorato le strade brasiliane in questi ultimi mesi. In Belém, una giovane donna preparava un altro striscione in cui c’era scritto: "Brasile, svegliamoci! Un insegnante vale di più di Neymar". "Vogliamo scuole e ospedali del modello FIFA ", afferma un altro. In questo c’è la differenza con le proteste del 1992, quando il popolo brasiliano richiedeva qualcosa di molto specifico come l’uscita dal Collor, e 20 anni dopo ogni cittadino ha una sua rivendicazione, una diversa richiesta, una petizione al governo .

Gli aumenti delle tariffe del trasporto pubblico sono state la scintilla delle proteste, la goccia che fece traboccare il vaso dell'insoddisfazione che ha portato 5.000 persone nelle strade di San Paulo e Rio de Janeiro, per protestare contro l'aumento dei prezzi di autobus , metropolitana e treni urbani. Queste manifestazioni si conclusero con l'arresto di circa 64 persone, secondo i dati diffusi dal Segretariato per la Sicurezza di Stato. Il biglietto a San Paolo è passato da 3,00 reali (1,5 dollari) a 3.20 reali (1,6 dollari).

L’aumento del biglietto sembra essere passato in secondo piano quando pochi giorni dopo oltre un milione di persone sono scese in piazza a causa dei costi eccessivi per la Coppa del Mondo del 2014 che si terranno nel paese il prossimo anno. Inizialmente erano circa 12,5 miliardi dollari, ma giorni dopo, il Ministero dello Sport hanno annunciato che le spese erano aumentate e che avevano raggiunto 14 miliardi di dollari. Per un totale di 51 opere in 12 città dove verranno giocati le partite della coppa.

Lo scorso luglio, un'altra protesta convocata attraverso i social network da centinaia di manifestanti fuori della residenza del governatore di Rio de Janeiro, Sergio Cabral, per denunciare presunti atti di corruzione, ha visto uno scontro con circa 80 poliziotti che hanno disperso i manifestanti terminando con un bilancio di 5 feriti e 15 arrestati.

Ad ottobre è stata la volta degli insegnanti. In occasione del giorno del professore, gli insegnanti delle scuole pubbliche, accompagnati da molti studenti, sono stati protagonisti di una manifestazione di massa a Rio de Janeiro in risposta alle riduzioni salariali proposte dal sindaco, approvate dal consiglio comunale.

Infine, a metà del mese di ottobre, il centro di San Paolo è stato ancora una volta completamente paralizzato per un'altra manifestazione di massa contro la privatizzazione del petrolio trovato nella zona marittima di Campo Libra, al largo della costa di San Paolo, dove ci sarebbero 12.000 milioni di barili di petrolio che avrebbero portato il paese del nord ad essere al settimo posto tra i produttori mondiali. Le giustificazioni della presidente Dilma Rousseff - che sostiene che i 140 miliardi di dollari che entrano nel paese grazie alla privatizzazione saranno destinati all'istruzione e alla sanità pubblica - non sono bastate a calmare gli animi. Un'altra manifestazione ha invaso strade brasiliane, repressa anch’essa dall’esercito e dalla polizia con gas lacrimogeni e proiettili di gomma provocando sei feriti.

Analisti politici e sociologi stanno ancora cercando di spiegare che cosa sta succedendo nel paese, sottolineando e analizzando il ruolo che ha avuto la classe media. Per le strade delle città brasiliane non c'erano solo studenti ma anziani, bambini, intere famiglie. Si sono unite alla protesta, infatti, le generazioni che hanno lottato contro la dittatura e che hanno combattuto il sistema di corruzione di Fernando Collor de Mello.

Sembra che la classe media - estranea ai partiti politici e senza leader visibili, figlia della crescita economica e madre del consumo di massa - oggi si senta morire per le aspettative deluse o incompiute e sia cosciente del suo stesso declino.

Secondo l'analista Teresa Cruvinel, la classe media brasiliana "ha nuove esigenze, più emergenze e non si accontenta solo di consumare". Tuttavia, ha anche ammesso che che il ceto medio in realtà non ha ancora raggiunto livelli di vita davvero "soddisfacenti" e che la maggior parte di esso appartiene ancora alla classe più povera. “È stata abbastanza idealizzata" in relazione alla situazione reale del paese, "la diga dell’insoddisfazione si è rotta" e la classe media "vecchia e nuova" si è unita alle nuove proteste, ha affermato Cruvinel.

In ogni caso bisogna domandarsi, chi sono nello specifico quelli che stanno protestando? In particolare, data la peculiarità delle rivendicazioni, i settori più poveri sostengono le proteste?

Un sondaggio pubblicato dal quotidiano Folha de S. Paulo ha rivelato che l'80 % di quelli che sostengono le proteste appartengono alla classe medio-alta. Rispetto a questo vale la pena citare l’opinione del politologo statunitense di origini giapponesi, Francis Fukuyama, che ha dichiarato: "da nessuna parte le proteste hanno visto protagonisti i poveri, lo sono stati, invece, i giovani con un livello di istruzione e di reddito superiore alla media. Sono abili a usare le nuove tecnologie e i social network, come Facebook e Twitter, per diffondere informazioni e organizzarsi. Persino nei paesi in cui si tengono regolarmente elezioni democratiche, questi settori si sentono esclusi dalle élites politiche che detengono il potere".

In sostanza, sembra che il Brasile stia sperimentando lo stesso disagio che ha colpito le classi medie della maggior parte dei paesi emergenti; ovvero un ceto medio che acquista importanza e si aspetta cose nuove che i loro genitori non esigevano, che ha nuove esigenze, nuove aspettative e non si accontenta solo di consumare.

Di fronte a questo caos e al disordine, circondata da manifestazioni, la presidente brasiliana ha adottato due posizioni. Da una parte ha schierato esercito e polizia; dall'altra, dopo aver convocato l’Esecutivo per una riunione di emergenza, ha promesso nuovi investimenti in servizi pubblici e ha proposto di convocare un referendum per riformare la politica. "Il governo deve avere l'umiltà e la capacità autocritica per ammettere che esiste un Brasile che deve affrontare problemi urgenti, e la popolazione ha tutto il diritto di indignarsi per ciò che non funziona e pretendere dei cambiamenti", ha sottolineato la presidente, aggiungendo che le proteste "dimostrano il valore della democrazia " e mettono in luce che "i cittadini pretendono il rispetto dei loro diritti".

Nonostante ciò, il malessere sociale ha messo a dura prova la popolarità del capo del governo rendendo la gara per le prossime elezioni più competitiva tanto che la Rousseff è scesa di oltre 24 punti percentuali.

Il sondaggio della società Datafolha ha mostrato un calo di sostegno alla presidente dal 57 al 30 % in questo mese, il grado di approvazione più basso di tutto il suo mandato. I risultati dell'inchiesta si sono tradotti a loro volta in un calo di volontà di voto per la Rousseff alle elezioni generali del 2014, che è passata dal 52,8 % di giugno al 33,4 % di questo mese.

Adesso però, la questione principale è: quale sarà il futuro di questa rivolta? Cosa fare da questo momento in poi? Ma soprattutto, è finito il sistema che ha permesso al paese di emergere negli anni 2000?

Il ministro delle Finanze, Guido Mantega, insiste a dire che stanno soffrendo gli effetti della crisi nei paesi ricchi, soprattutto dell’Europa. Il problema oggi, spiega il giornale, è il rischio di fuga di capitali dal paese, in un momento in cui, invece, avrebbe bisogno di attrarre investimenti per i lavori da realizzare per ospitare eventi internazionali come la Coppa del Mondo e le Olimpiadi.

Per quanto riguarda il futuro economico del paese, ci sono due diversi punti di vista.

I più ottimisti affermano che il Brasile gode di fiducia, che è un capitale enorme e che, fino a ora, gioca a suo favore. Miguel Carugati, direttore esecutivo di PageGroup, agenzia di consulenza internazionale che ha sede anche in Brasile, analizza che: "dal 1994 , quando è stato creato il real, il Brasile è riuscito a controllare l'inflazione (anche se ora è al 6% e sta causando alcuni problemi) . L'ultimo rapporto della Banca Mondiale sul Brasile parla di "un quadro macroeconomico sostenibile nel medio periodo". C’è da dire che che il PIL pro capite in dollari è salito da 3040 nel 2003 a 12.079 nel 2012.

Tuttavia, gli economisti più pessimisti mettono in guardia rispetto al momento di stagnazione economica. L'agenzia di rating Moody nelle ultime settimane si è espressa riguardo alla debolezza economica del Brasile, che potrebbe danneggiare la fiducia degli investitori e dei consumatori così come il mercato del lavoro.

"La questione del lavoro e dei salari non è stata espressa esplicitamente nelle proteste, dice Carlos Mussi – il direttore dell'ufficio della Commissione Economica per l'America Latina (CEPAL) in Brasile – ma implicitamente attraverso il malessere per l’aumento del costo della vita. Si tratta del concetto di vulnerabilità. Le persone hanno un livello di reddito che vogliono consolidare e non diminuire percependosi in un contesto imprenditoriale di crescita".

La minore crescita, l'inflazione, le proposte di adeguamenti salariali che si discutono nell’ambiente economico e il preoccupante calo degli investimenti determinano questa vulnerabilità. A questo bisogna aggiungere il disagio per la scarsa qualità dei servizi offerti dallo Stato, infrastrutture, trasporti, sanità e istruzione. Il Brasile ha subito un forte rallentamento della sua economia da 7,5 nel 2010 al 2,7% nel 2011 e a un magro 0,9 % nel 2012 "con una sproporzionati recessione del settore industriale e degli investimenti, dice il rapporto.

Così, di fronte a queste due posizioni, bisogna analizzare a fondo quali sono stati i punti di forza che hanno permesso al paese un solida crescita economica a partire dal 2000 e quali sono gli ostacoli che finora erano stati limitati ma che, a partire dallo scorso giugno, sono stati resi visibili dall’irrompere delle proteste.

Guardando un po' al passato, l'ex presidente Fernando Henrique Cardoso, insediato nel 1995, ha ridotto il debito riuscendo invertire le politiche d’instabilità e sfiducia del mercato per il Brasile. Quindi dal 2003, l'allora presidente Lula da Silva ha mantenuto la situazione economica e ha introdotto politiche di assistenza per la classe più povera. Con una politica di continuità in campo economico che, come detto in precedenza, ha permesso a più di 40 milioni di persone di ascendere nella scala sociale.

La settimana scorsa al programma della radio Splendid "Il mattino del paese" condotto da Mario Mintz, l’economista Horacio Rovelli – professore di Economia presso la Facoltà di Flacso e ​​docente di Finanza Pubblica nella Facoltà di Economia UBA – ha dichiarato nell’intervista che “il Brasile ha avuto un comportamento bipolare, da una parte l’assistenza alla popolazione attraverso il rafforzamento dei piani sociali (Plan Bolsa-Familia attuato dal 21 ottobre 2003 dal presidente Lula) ma, dall’altra, è ancora prigioniero del patto 1994 noto come Piano Real, firmato dal presidente Fernando Cardozo e che Lula ha ripreso nella "Lettera al Popolo brasiliano" delle elezioni del 2002 in cui si impegnava a rispettare gli impegni di stabilità macroeconomica". Secondo il professore, il risultato di questo comportamento economico non poteva essere altro che la deindustrializzazione e l’indebitamento.

Alcuni dei fattori – spiega Horacio Rovelli – che ha permesso una crescita economica sono stati gli investimenti. Nel 2012, nell'economia l’ingresso di capitali ha rappresentato quasi il 4 % del PIL, cosa che accade ogni anno con un record di quasi il 7 % del PIL nel 2007. L'ingresso di capitali in Brasile è stato per molti anni superiore al disavanzo delle partite correnti dell’economia. Vale a dire che entravano più dollari di quanti venivano spesi. Questo ha permesso di aumentare le riserve della Banca Centrale da 50 miliardi nel 2003 a circa 360 miliardi di oggi. Tuttavia nel 2013, il disavanzo delle partite correnti è cresciuto rapidamente dal 2,4 % del PIL al 3,6% del PIL, con la scomparsa del surplus commerciale. Sicuramente, la dipendenza dal capitale finanziario internazionale permette di finanziare il conto corrente attraverso il progressivo indebitamento (conto capitale), quindi lo Stato contrae debiti in valuta nazionale, tanto che, nel 2012, la spesa per interessi e ammortizzazioni (servizio del debito) ha rappresentato il 47,19% dell’intero bilancio federale (pari a più di un miliardo di reali). In questo contesto, ci si preoccupa della possibilità che gli Stati Uniti comincino a ridurre la politica di stimolo monetario tra il 2014 e il 2015. Un conseguente aumento dei tassi di interesse negli Stati Uniti, non solo ridurrebbe il prezzo delle materie prime, ma comporterebbe anche un minore ingresso di capitale nella regione.

Questo quadro rende il modello brasiliano insostenibile nel medio periodo e non permette di escludere che la crisi si aggravi anche prima.

Di conseguenza, secondo la spiegazione fornita dall'economista, sarebbe stata questa combinazione di aumento del costo della vita e la possibilità reale della perdita del lavoro, a creare la base del malcontento sociale in Brasile, che è esploso in occasione dal generale aumento del prezzo del trasporto pubblico in Brasile.

La crescita media di questo periodo è stata del 3,14 per cento. “È insufficiente per un'economia emergente. Ci sono enormi aspettative e realtà mediocre” aggiunge.

Così, il paese che è diventato l'ottava economia più grande del mondo, leader regionale e membro del BRICS, vede la sua economia peggiorare nel bel mezzo di proteste e disordini sociali che, oltretutto, ha causato un forte calo della borsa raggiungendo, il picco più basso dal settembre 2011. È difficile sapere quali misure adotterà il governo per superare questi ostacoli. Non c'è dubbio che la presidente Dilma Rousseff ha davanti un percorso arduo affinché il Brasile risolva uno dei suoi più grandi punti di debolezza: l’estrema disuguaglianza che colpisce undici milioni di brasiliani che ancora vivono nelle favelas.