Anti euro e anti Islam: il sorpasso a destra della Germania dell'austerity

Tue, 15/03/2016 - 10:27
di
Natascia Cirimele

«Terremoto politico in Germania»
«Merkel paga la crisi dei migranti»
«Merkel barcolla per il colpo»

Sono solo alcuni dei titoli apparsi sui quotidiani tedeschi ed europei all'indomani del voto che in tre länder della Germania ha sancito la netta perdita di consenso da parte dei cristianodemocratici di Angela Merkel. All'arretramento di Cdu e Spd, ha fatto il paio il risultato straordinario di Alternative für Deutschland, il partito anti-euro e anti-islam che con il 24,2% si qualifica seconda forza politica in Sassonia-Anhalt e terzo partito con consensi al 12,6% in Renania-Palatinato e del 15,1% nel Baden- Württemberg.
I Verdi, col 30%, si aggiudicano il ruolo di primo partito in Baden- Württemberg. Fortemente in difficoltà le formazioni di sinistra, con la Die Linke che non arriva al 3% in due regioni su tre, e ottiene il 16,3% in Sassonia, là dove la Spd si trova in enorme difficoltà, con solo il 10,3% dei voti.

Come in Francia, queste elezioni sono state, di fatto, un referendum sulle politiche per l'immigrazione della Große Koalition che vede Cdu e Spd al governo, guidati da Angela Merkel. L'affluenza è stata, proprio per questa ragione, superiore alla tornata elettorale del 2011 e la giovane AfD è riuscita ad attrarre i voti dei delusi dalla politica del Cdu e di una buona fetta di astensionisti.
Il fatto che la Cdu perda consensi in tre regioni dove è storicamente forte, e li perda a vantaggio di un'organizzazione di destra, AfD, che fa dei respingimenti il proprio vessillo, non può che consegnare il dato della disapprovazione delle politiche sull'accoglienza dei rifugiati di una parte dell'elettorato che, altrimenti, avrebbe confermato il proprio sostegno al governo in carica.

Dal 1949, per la prima volta, cristianodemocratici e socialdemocratici non sono in grado di costituire maggioranze utili a governare. Dalla nascita della Repubblica Federale Tedesca c'è stata una progressiva concentrazione del voto che ha portato a una lunga stagione florida per la Cdu e l'Spd, stabilmente sopra il 40% dei consensi fino ai primi anni Ottanta. Un perfetto bipolarismo a cui si aggiungevano i liberali dell'Fdp, che ha occupato indisturbato il terzo posto nei consensi fino all'emergere del movimento ambientalista dei Verdi. Con l'unificazione delle due Germanie, la sinistra radicale ha iniziato a diffondersi anche a Ovest, e diversi partiti antisistema o espressamente nazionalisti hanno guadagnato terreno pur non arrivando quasi mai a superare la soglia di sbarramento del 5% per entrare al Bundestag. La destra radicale, ha ottenuto talvolta dei buoni risultati, soprattutto a est, ma l'idea che una formazione politica potesse mettere in crisi, da destra, i cristianodemocratici è stata fino a ieri tabù in Germania. Parte di questa convinzione derivava dal fatto che nonostante ci fosse già stata in precedenza una perdita di voti dei due grandi partiti di centro a favore di formazioni politiche minori, il risultato del voto non era mai riuscito a spostare l'asse delle coalizioni di centro-destra o di centro-sinistra a cui il paese si è abituato nella sua storia recente. Inoltre, la perdita di voti sfociava più nell'astensionismo che nella preferenza verso un'altra formazione politica. Sono proprio gli astensionisti ad aver scosso il risultato di queste elezioni regionali, tornando al voto ed esprimendo la propria preferenza per Alternative für Deutschland.

Così come in altri paesi d'Europa, il risultato di queste elezioni dimostra come la Germania non sia immune all'ascesa dei partiti che mettono in discussione tutto l'impianto delle politiche di questi anni di crisi economica (e umanitaria). Ma, come è successo in Francia, tali preoccupazioni possono sfociare in tendenze pericolosamente xenofobe. In Germania c'è stata effettivamente una crescita dei movimenti xenofobi che hanno raccolto preoccupanti consensi in diverse aree del Paese, nonostante la resistenza di molte formazioni politiche e diverse contromanifestazioni che sono riuscite a “salvare le piazze” dall'invasione degli anti-islamici, come il movimento Pegida (acronimo per “Europei patriottici contro l'islamizzazione dell'Occidente”). Ed è proprio a Pegida, uno dei nascenti movimenti populisti saldamente anti-immigrazione, che si allinea Alternative für Deutschland, l'organizzazione nazionalista ed euroscettica fondata dall'economista e professore di Amburgo, Bernd Lucke. Alle elezioni federali del 2013, AfD non aveva raggiunto la soglia di sbarramento al Bundestag per appena lo 0,3%. Nel 2014 ha ottenuto invece, ben sette seggi al parlamento europeo.
Alla crescita di consensi si è accompagnata una svolta radicale nel partito: nel 2015, al congresso in Assia, la leadership è passata nelle mani di Frauke Petry, ex manager e chimica, originaria di Dresda e molto vicina al movimento Pegida. Alla sua guida, il partito anti-Euro è diventato più decisamente un partito anti-Islam, tanto che Lucke ha deciso di abbandonare la sua creatura, non riconoscendosi nella sua successiva evoluzione.

Come si aperto questo spazio? Sicuramente per la politica poco chiara di Angela Merkel in Germania. La cancelliera era finita, poco prima dell'estate scorsa, su tutti i giornali d'Europa per l'atteggiamento severo e lapidario con cui aveva liquidato la bambina palestinese, «non possiamo accogliere tutti». A seguito dell'emergenza riguardante il costante afflusso dei profughi via mare e attraverso la rotta Balcanica, la cancelliera ha poi provato ad accreditarsi in Germania e in Europa come promotrice di una politica di apertura controllata. Da qui, l'annuncio di canali preferenziali per l'ingresso dei soli profughi siriani, accompagnata da una visione tesa a distinguere in maniera sempre più netta i rifugiati di guerra dai migranti economici. Una distinzione del tutto aleatoria e lontana dalla realtà, funzionale più a respingere che ad accogliere.
Se all'inizio Angela Merkel era riuscita a farla franca a Bruxelles, attraverso la sperimentazione del sistema hotspot e la politica dei ricollocamenti con un sistema di quote, nei fatti, non è stata adottata una linea condivisa in Europa: non solo i paesi dell'Est, ma anche storici alleati quali la Francia e l'Austria si sono mostrati in netto contrasto con le soluzioni proposte dalla Merkel. Un contrasto che si è aggravato a seguito degli attentati di novembre a Parigi e che si è alimentato della polemica che è seguita alle vicende di Capodanno, che hanno interessato Colonia e diverse città tedesche. La militarizzazione dei confini e la sospensione del Trattato di Schengen avvenuta nelle ultime settimane, è l'effetto più evidente della spinta securitaria che anima alcuni governi europei. Una spinta che la stessa Cancelliera si è trovata suo malgrado costretta ad assecondare anche in casa, al vertice della Cdu che si è tenuto a Karlsruhe mentre in Germania infuocava la polemica anti-profughi dopo le aggressioni di Colonia.
Se alla fine del 2015 la Merkel constatava soddisfatta che erano arrivate in Germania oltre un milione di persone ma «il paese ce l'aveva fatta», l'incontro con i vertici del partito a Karlsruhe era stato di fatto un passo indietro. Nel documento conclusivo si poteva leggere testualmente che «una prosecuzione dell'attuale trend andrebbe oltre le capacità di sopportazione dello stato e della società». Nel dicembre scorso Angela Merkel ha corso il rischio concreto di essere messa in minoranza, se l'ala critica della Cdu-Csu fosse riuscita a imporre un tetto massimo d'accoglienza per i migranti. Duri attacchi sono da arrivati dall'ala più conservatrice del suo partito, i bavaresi capeggiati dal governatore Horst Seehofer. A fine ottobre Seehofer aveva lanciato un ultimatum alla Merkel, minacciando di chiudere i confini del land con l'Austria se lo Stato centrale non fosse stato in grado di fermare l'ondata di profughi.

Se la spinta verso l'accoglienza e il dovere umanitario dell'Europa aveva fatto guadagnare ad Angela Merkel la copertina di Time, che l'ha eletta il personaggio del 2015 definendola «cancelliera di un mondo libero» che con la sua apertura ai profughi siriani avrebbe «aiutato a preservare e promuovere un'Europa aperta e senza confini di fronte all'instabilità», i 3 miliardi dati alla Turchia e il recente ricatto ai danni della Grecia (e la conseguenza vergognosa, con le migliaia di persone bloccate a Idomeni, è sotto gli occhi di tutti), hanno definitivamente smascherato il disegno politico della Germania: defatigare l'Europa bloccando il flusso di migranti ai confini esterni, con un ruolo in primo piano della Turchia. Un programma che non ha convinto molti dei colleghi di partito, che continuano a criticare le scelte della cancelliera, non ultima quella di affidarsi alla Turchia. Una politica che si sta dimostrando del tutto fallimentare.
Molte volte Angela Merkel è stata accusata di non avere una strategia politica coerente, di governare con la sola tattica, di temporeggiare troppo, di attendere che tutte le carte siano scoperte prima di prendere una posizione. Il neologismo più accreditato in Germania nel 2015 è stato proprio “merkeln”, traducibile come “merkelare”, proprio a indicare il non far nulla, il temporeggiare, non prendere posizione.
La posizione “umanitaria” della Cdu guidata dalla Merkel non è che una parentesi nella storia del partito: il tema della sicurezza occupa più peso di quello dell'accoglienza. Restrizioni agli ingressi in Germania sono state invocate da più parti, anche nei confronti dei migranti interni europei. Non sono lontani, infatti, i tempi in cui la stessa Merkel annunciava la fine del Sozialtourismus, rivolgendosi ai disoccupati provenienti dal sud Europa che speravano in un lavoro in Germania, appetibile sia per la posizione di rilievo nell'economia europea e in virtù del sistema di previdenza sociale del paese.

Come si può spiegare questo andamento incerto? Sicuramente, le ragioni di parte dell'imprenditoria tedesca alla ricerca di manodopera qualificata e a basso costo, che ha lanciato frequenti appelli per la regolarizzazione più veloce e stabile dei migranti, nonché della loro esclusione dalla legge che introduce il salario minimo a 8,50 Euro l'ora dal 2018. Dall'altra parte, la necessità di tenere il consenso di una popolazione che sta conoscendo, anche se in minore misura rispetto ad altri paesi europei, una contrazione del mercato del lavoro con la conseguente crescita della disoccupazione o delle forme di lavoro atipiche.
Ma il tentativo della coalizione di governo di stare con un piede in due scarpe non ha pagato. Anzi.
Stando alla valutazione del Frankfurter Allgemeine, l'AfD godrebbe di numerosi consensi tra lavoratori e disoccupati, più bassi tra i pensionati. Questo vale per tutti gli stati, ma più chiaramente nel Baden-Württemberg, una regione che è stata storicamente terra di gastarbeitern, lavoratori stranieri, uno dei cuori pulsanti dell'industria tedesca.

All'indomani di questo risultato che pesa come una sconfitta, la Cancelliera ha dichiarato la sua intenzione di andare avanti sui profughi. «Il tema dominante - ha detto la Merkel, - è stato quello dei profughi e il voto è stato segnato dalla contestazione perché, agli occhi delle persone, non è stata trovata una soluzione duratura e soddisfacente». E ha aggiunto che la soluzione dovrà essere europea, ricevendo prontamente l'appoggio del Presidente della Commissione Europea Jean Claude Junker.
Soprattutto dalla Csu invece, arrivano segni di malcontento: secondo il governatore della Baviera, Horst Seehofer, i risultati mettono in discussione l'esistenza stessa del partito.

Riuscirà Angela a “merkelare” abbastanza per aspettare di tornare in una posizione di vantaggio, o la crisi umanitaria travolgerà lei, il suo partito e il bipolarismo tedesco?
Riusciranno le formazioni politiche di sinistra a sfruttare questa crisi interna alla destra storica per recuperare terreno, anche sul tema dell'immigrazione, e ad accreditarsi come forza in grado di imporre un'alternativa reale?