Anti-antimperialismo

Mon, 17/08/2015 - 15:35
di
Sam Charles Hamad

Un lungo articolo pubblicato sul blog herecomesthetumbleweed ripercorre gli argomenti di quei cosiddetti "antimperialisti" che in questi anni hanno cercato in tutti i modi di presentare la rivoluzione siriana come eterodiretta e al servizio degli interessi di Usa e alleati nella regione.
Un approfondito e polemico intervento molto utile per capire cosa sia successo in Siria in questi anni e per provare ad avere un'analisi materialistica di questi avvenimenti, che tenga conto delle contraddizioni ma che non sia guidata da ideologie o improbabili ed inesistenti "campi"

Quelli di noi che si interessano alla guerra rivoluzionaria siriana conosceranno molto bene la classica posizione, sostenuta ormai quasi solamente da gente di sinistra e da pagliacci antimperialisti, per cui non si può appoggiare i ribelli siriani perché sono “sostenuti dall'imperialismo” oppure, nella sua forma più esplicita e direttamente antagonista, perché sono “agenti dell'imperialismo” o tirapiedi di forze che ritengono essere posizionate nel “campo” sbagliato, come l'Arabia Saudita, la Turchia ed il Qatar. La logica di questo discorso è intrinsecamente irrazionale e/o completamente falsa.
Innanzitutto di solito questa linea viene sostenuta senza alcun tipo di analisi genuina ma piuttosto soltanto come un mezzo per negare sostegno (o anche solo per non interessarsi) ai ribelli siriani e alla rivoluzione in generale. È una posizione plasmata dalla controrivoluzione, l'eurocentrismo e l'isolazionismo piuttosto che da qualsiasi forma di progressismo. In altri casi si mescola con il settarismo, differenti forme di sciovinismo ed islamofobia, che a quanto pare è resa accettabile nell'ambito di questo tipo di “antimperialismo” e nel contesto siriano.

In secondo luogo è qualitativamente e quantitativamente fuorviante e, in determinate circostanze, senza senso come una descrizione del tipo di supporto che le forze ribelli hanno ricevuto dai paesi ritenuti “imperialisti” nel corso della guerra rivoluzionaria siriana. Mentre è completamente vero che alcune brigate ribelli hanno ricevuto degli armamenti da paesi come gli USA, la loro attuale funzione è diventata quella di un arbitro che decide ciò che i ribelli possono e non possono ricevere da altri paesi, vale a dire l'Arabia Saudita, il Qatar e la Libia.
Ad esempio come è ben noto ora gli USA applicano un embargo sulle forze ribelli per impedirgli di ricevere dei MANPADS antiaerei, armi che potrebbero essere utilizzate per sopraffare l'aviazione di Assad, che oltre ad essere il principale mezzo del regime per terrorizzare le zone civili creando così un enorme esodo di rifugiati gli ha regolarmente permesso di avere la meglio sul campo di battaglia. Inoltre secondo gli Stati Uniti i MANPADS potrebbero essere utilizzati contro il suo alleato regionale, cioè Israele.

Ma tutto ciò nasconde il fatto che la stragrande maggioranza dei ribelli siriani non sono stati armati in alcun modo “dall'imperialismo”. Quando è cominciata l'ascesa di Daish gli USA sono rimasti a guardare mentre schiacciavano le posizioni ribelli malamente equipaggiate e senza fare letteralmente nulla, mentre i ribelli lanciavano una controffensiva di successo fino a che non furono presi alle spalle dal regime di Assad sostenuto da Hezbollah e le milizie sciite ultrasettarie finanziate dall'Iran come Badr e Asayib Ahl al-Haq. Dopo, però, Barack Obama ha cominciato a concentrare completamente l'attenzione statunitense sull'ascesa di Da'ish e ha respinto l'idea che gli USA non avessero sostenuto abbastanza i ribelli definendone i militanti come un gruppo di “contadini e farmacisti”.

In un certo senso il presidente non aveva torto: i ribelli sono per lo più dei volontari civili che hanno imbracciato le armi in seguito al tentantivo del regime di schiacciare manu militari la rivolta non violenta, mentre il loro nucleo contiene decine di migliaia di disertori dell'Esercito Arabo Siriano (EAS). La gran parte delle armi utilizzate da queste forze sono quelle che i disertori sono riusciti a portare con loro dall'EAS e quelle che sono state prese sul campo di battaglia o in seguito a dei raid contro le basi militari.

Ricordo mentre parlavo con un mio amico che aveva combattuto in una brigata dell'Esercito Libero Siriano nella zona di Damasco di come la rivoluzione venisse percepita in occidente tra i “miei amici”, cioè i compagni di sinistra. Gli dissi chiaramente che molti di loro erano convinti che la gente come lui fosse un agente dell'imperialismo e che fossero armati dalle forze imperialiste. Inshallah fu la sua risposta in parte sarcastica.
Ciò mi porta al prossimo punto: quale sarebbe esattamente il problema se i ribelli siriani ricevessero armi “dall'imperialismo”? Le uniche persone che trovano la cosa problematica sono coloro che non avranno mai problemi nel trovare fonti di approvvigionamento delle armi. Sembra una banalità, ma è comunque una banalità che va ricordata. Per molta gente “imperialismo” è una parola utilizzata di sovente ma di cui raramente se ne comprende il significato nella pratica in contesti che vanno oltre, sia alle denunce e alla sloganistica banale che al distacco accademico spesso altrettanto banale.

Ciò che si contesta qui non è “l'imperialismo” bensì una visione del mondo supersemplicistica in cui ogni cosa esiste in un'astrazione permanente relativa al dogma e al conforto dalla confusione che le persone ricevono da tali dogmi. Insieme a questo ci sono i piccoli settori produttivi, le opportunità e i redditizi gruppi di pari legati alla sottocultura “di sinistra” che permettono ben poco dibattito su una serie di argomenti, con la Siria che è solo uno di quelli di relativamente minor importanza per loro (l'ignoranza prevale). In questi gruppi tutto, dall'imposizione della no-fly zone da parte della NATO sulla Libia alla spedizione di pistole Colt .45 e binocoli a meno di 500 ribelli, viene paragonato all'invasione e l'occupazione dell'Iraq da parte degli USA e della Gran Bretagna.
In queste circostanze, data la natura complessa della competizione globale e l'interagire tra gli stati nazione e differenti attori egemonici, la tendenza non è per una nuova era di teorizzazione sul tema dell'imperialismo basata sulle lotte reali che stanno avendo luogo in questi contesti, ma piuttosto un ripiegarsi o nel sopraccitato conservatorismo dogmatico e/o in assurde e reazionarie teorie del complotto. Russia Today e Press TV sono state fatte per sembrare ragionevoli: la propaganda viene servita come un antidoto alla propaganda percepita (e per questo dobbiamo dire grazie al sig. Bush, al sig. Blair e alle loro inesistenti armi di distruzione di massa in Iraq).

In questo contesto la lotta di liberazione siriana può essere subordinata solo a questi atti ignobili, mentre delle analogie storiche fasulle, in genere la conquista dell'Afghanistan da parte dei talebani (un evento che la sinistra ha intriso di una mitologia così confusa da farla diventare una di quelle aree della storia che è stata colonizzata dalla finzione), vengono tirate fuori da luoghi cavernosi puzzolenti ed oscuri per ribadire di nuovo l'idea che le relazioni dell'opposizione siriana con gli “imperialisti” sono parte di un imponente ed atroce complotto.
Ciò trasforma la necessità in una relazione politica che semplicemente non esiste o non ha alcun senso in termini materiali. Da quando è iniziata la guerra rivoluzionaria ho pensato che i ribelli dovessero cercare le armi ovunque le potessero trovare. Dato che non c'è e non c'è mai stato un blocco antimperialista, ma piuttosto solo dei blocchi regionali imperialisti ed egemonici in competizione, ciò ha significato che l'opposizione siriana è stata costretta a rivolgersi agli stati occidentali, quelli che avrebbero potuto, se avessero voluto, fornire le migliori armi in gran quantità.

Cosa significa in questo contesto la “necessità”? C'è un ottimo esempio se possiamo brevemente paragonare le differenze qualitative e quantitative di aiuti ricevuti dai ribelli e dal regime: i ribelli siriani, che sono dovuti partire da zero – avevano un ammontare estremamente limitato di armi pesanti, nessun veicolo corazzato, nessuna struttura di comando coerente ed una quantità limitata di equipaggiamento per la comunicazione – nel 2012-2013 hanno ricevuto approssimativamente 3 miliardi di dollari dal Qatar, mentre dalla fine del 2012 l'Arabia Saudita ha fornito dei carichi sporadici costituiti prevalentemente da armi leggere.
Dall'altra parte le forze del regime di Assad, che erano già parte di uno stato funzionante – con immense scorte di armi (tra cui quelle chimiche e biologiche), migliaia di carri armati e veicoli corazzati, un'aviazione brutalmente efficiente, una struttura di comando chiara e ben gestita ed equipaggiamento per la comunicazione all'avanguardia – nel solo periodo 2013-2014 hanno ricevuto 15 miliardi di dollari di aiuti finanziari e militari dall'Iran, un dato che non tiene conto dell'intervento fisico delle forze iraniane, sia attraverso le Guardie Rivoluzionarie e la milizia Basij che tramite le sue milizie per delega dall'Iraq ed i mercenari dall'Afghanistan e dall'Asia Meridionale, senza contare Hezbollah, un altro gruppo finanziato dall'Iran che ha invaso la Siria. È importante notare che l'intervento iraniano in Siria è iniziato nei primissimi mesi della rivoluzione, prima che un solo fucile venisse puntato contro le forze del regime, e da allora è andato sempre più aumentando.

Questo è il grado di squilibrio: relativamente parlando c'è stato un piccolissimo ammontare di aiuti proveniente dagli “Amici della Siria” diretto ai ribelli siriani. Sappiamo già cosa possono fare gli stati del Golfo quando si mettono qualcosa in testa: nell'ambito della primavera araba abbiamo già visto cose come il breve intervento controrivoluzionario della Forza di Scudo della Penisola (la forza militare congiunta del Consiglio di Cooperazione del Golfo - CCG) a sostegno del regime del Bahrain, così come il brutale intervento su larga scala dei Saud in corso in Yemen contro Ansar Allah. Per di più ora in Iraq e in Siria le aviazioni saudita, qatariota, ed emiratina stanno sganciando bombe e missili sulle posizioni di Daesh e condividono lo stesso spazio aereo con l'aviazione di Assad, che rimane intatta mentre le sue truppe di terra continuano con i loro affari brutali ben sapendo che non ci saranno mai degli attacchi aerei contro di loro.
Per portare l'ironia all'estremo possiamo dire che in verità il coinvolgimento del CCG nell'intervento della coalizione a guida statunitense in Siria ed Iraq è a sostegno di uno dei maggiori alleati di Assad, cioè il regime settario iracheno le cui milizie gestite e finanziate dall'Iran guidano la controinsurrezione sul campo e senza le quali l'Iran non sarebbe mai stato in grado di lanciare il proprio intervento a sostegno del regime di Assad. Amici della Siria? È divertente il modo in cui lo dimostrano.

Nell'istante in cui gli aerei del CCG e degli Stati Uniti cominceranno a colpire i bersagli baathisti potremmo parlare di un sostegno “occidentale” o da parte del Golfo per i ribelli negli stessi termini del sostegno iraniano per Assad. Credo di poter dire con certezza che questo momento non avverrà mai.
L'unico vero vantaggio che i ribelli hanno è la manodopera, il che sfata ancora un altro mito propagandato da alcuni elementi della sinistra antimperialista: cioè che il problema in Siria è che il regime di Assad ha davvero una massiccia base popolare mentre la rivoluzione si è esaurita. Ciò non è mai stato completamente vero ma anche se lo fosse, sebbene potrebbe essere un importante punto di analisi, comunque non rende meno valida la causa di quelle forze che vogliono rovesciare la criminale tirannia baathista.
Ma ricordiamo che la verità è un'altra: i rivoluzionari non sono senza cittadini locali che vogliono lottare per la libertà delle loro comunità e del loro paese, mentre il problema di manodopera di Assad sta raggiungendo un tale punto di crisi che lui stesso ne ha addirittura parlato in un discorso pubblico nel quale ha dichiarato che “la Siria non è per quelli con una carta di identità o un passaporto siriano ma per coloro che la difendono”, riferendosi all'incremento delle forze militari iraniane e delle milizie jihadiste straniere. Come il fato ha voluto, i ribelli hanno abbondanza di manodopera e risorse estremamente scarse mentre il regime ha un'abbondanza di risorse ed una manodopera estremamente scarsa.

È assolutamente vero che l'ascesa di Daish è servita a consolidare la base del regime (non in modo semplice, da qui il disaccordo tra gli alawiti), ma data la struttura settaria dello stato di polizia baathista è necessario che il suo crollo dipenderà in gran parte dalla capacità della rivoluzione di penetrare nella minoranza alawita. Ciò ovviamente non è avvenuto ed è anche l'esatto motivo per cui è scoppiata la guerra civile. Ma coloro che dichiarano scioccamente, come qualcuno ha fatto, che la maggioranza delle forze armate e dei sostenitori di Assad sono siriani sunniti non considerano assolutamente la base settaria ed identitaria delle FDN, che portano avanti la maggior parte delle battaglie, mentre un EAS dai ranghi estremamente ridotti, compresi quelli delle delle brigate ultralealiste a guida alawita (spesso letterlamente comandate da membri della dinastia Assad), ha il ruolo di forza ausiliaria.

La reale entità di questa mancanza di manodopera si può comprendere in due modi:
1) Il fatto che Assad abbia dovuto smobilitare i due terzi dell'EAS, a guida alawita ma composto prevalentemente da sunniti, facendo affidamento invece su divisioni lealiste spesso comandate da cugini o da suoi soci, mentre ha anche utilizzato una tattica perfezionata in passato da suo padre Hafez al-Assad durante l'ultimo periodo prolungato di massacri di stato da parte del regime, cioè l'annientamento della sollevazione guidata dagli Ikhwan negli anni '70 e all'inizio degli anni '80. All'epoca le forze armate regolari, costituite prevalentemente da sunniti, erano affiancate da brigate e comandanti lealisti integrate da squadroni della morte shabbiha. Ciò permise di ridurre al minimo le defezioni.
Comunque durante una rivoluzione popolare che richiede una strategia di repressione basata sulla pulizia etnica dei sunniti ed il massacro di massa dei civili, il disfacimento può essere impedito fino a un certo punto: durante i primi giorni della guerra, quando Assad ha utilizzato la gran parte dell'EAS, c'è stata una tale ondata di diserzioni (che hanno condotto nel 2012 alla creazione dell'Esercito Libero Siriano) da costringerlo a smobilitarne pezzi consistenti. Invece di utilizzare soltanto le forze shabbiha è stato costretto a prendere la decisione, senza precedenti, di permettere all'Iran di creare ed addestrare una milizia super-shabbiha conosciuta come le Forze di Difesa Nazionale (FDN), che in pratica sono state fondate come un'alternativa ad un EAS estremamente indebolito e costruite interamente su base settaria ed identitaria. Ma anche adesso quelle poche brigate sunnite che vengono ancora utilizzate sono state falcidiate dalle diserzioni mentre il bacino di coscrizione è andato sempre più prosciugandosi fino a non esistere quasi più grazie anche ad una diffusa renitenza alla leva. La cosa più preoccupante per Assad è che questo dissenso sta diventando comune anche tra gli alawiti, che sono la sua unica solida base.

2) Dopo l'ascesa di Daish nel 2014 e la frantumazione dell'Esercito Libero, dovuta a divisioni interne causate dalla mancanza di risorse e dalle lotte intestine, i ribelli erano del caos totale. Il regime era sull'offensiva e tutti i portavoce baathisti, del regime iraniano e di Hezbollah dichiaravano che la guerra stava per essere vinta. I pochi sinistrorsi filo-Assad festeggiavano perché sembrava che il regime avesse trionfato sui “terroristi” (non permettete più a questa gente di criticare i “neocon”) così come festeggiavano il trionfo “elettorale” di Assad. Sebbene tutti si concentrassero sulle vittorie del regime in posti come Homs, avrebbero dovuto esaminare meglio la natura di queste vittorie, che erano ben lungi dall'essere totali. La poca disponibilità di manodopera del regime ed il suo dover fare affidamento sui combattenti stranieri ha fatto sì che queste fossero sempre limitate a delle zone chiave. Non c'è stata affatto nessuna vittoria, nessuno sfondamento. Solo alcuni spostamenti temporanei delle zone di stallo in differenti teatri di guerra.
Questo periodo di presunta ascesa per il regime dovrebbe essere rilevante per il fatto che quando i ribelli erano ai loro minimi storici, dovendo combattere sia contro una forma minore però ancora mortale di fascismo incarnato da Daish sia contro il regime, quest'ultimo non è riuscito a sfruttare questo momento in modo significativo. La ragione è semplice: non aveva la manodopera o il sostegno popolare per farlo. Affinché il regime possa riconquistare tutta la Siria dovrebbe esserci una massiccia invasione di terra del paese da parte delle Forze Armate Iraniane e delle milizie ad esse collegate. Ciò ovviamente non avverrà.

Ciò si può vedere nella Libera Aleppo dove il regime, sostenuto dalle forze di invasione delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane, da Hezbollah, dai tagliagole settari di Asayib Ahl al-Haq e da vari gruppi di mercenari, non solo non è riuscito a catturare il gioiello della corona della rivoluzione ma ha indotto una controffensiva di successo da parte dei ribelli.
Infatti, subito dopo l'autoproclamata “vittoria” da parte del regime, i ribelli hanno inaugurato una nuova tattica creando comandi per le operazioni congiunte che mettono insieme forze spesso diverse sul piano ideologico con il solo scopo di rovesciare il regime e cacciare vie le forze di invasione, sia quelle del cosiddetto Stato Islamico che quelle della Repubblica Islamica, quelle dell'autoproclamato Califfato e quelle dell'autoproclamato Partito di Dio. Questa è la tattica che gli ha permesso di difendere la Libera Aleppo e di avanzare contro le posizioni del regime, e che ha portato all'offensiva in corso, guidata dal comando congiunto chiamato Fatah Halab (Conquista di Aleppo), che contiene una moltitudine di forze rivoluzionarie, incluse Liwa al-Tawhid (Brigata Unità), che è promotrice di una democrazia islamica, e numerose brigate laiche e nazionaliste dell'ELS.
Lungi dall'essere “sostenute dall'imperialismo”, queste forze sono riuscite a raggrupparsi basandosi sull'autosufficienza, mettendo insieme le loro risorse e dando la priorità ai loro obiettivi comuni piuttosto che ai cavilli ideologici, con lo scopo di liberare Aleppo sia da Daish che dal regime di Assad.
Nel marzo 2015 ad Idlib abbiamo accadere visto un fenomeno simile quando il nuovo comando congiunto chiamato Jaish al-Fatah (Esercito della Conquista), guidato dal gruppo islamista Ahrar ash-Sham (Gli Uomini liberi del Levante), con al suo interno anche le forze democratiche come Faylaq ash-Sham (La Legione del Levante), ha liberato la città da FDN, EAS ed Hezbollah.

Mentre la maggior parte dei siriani ha festeggiato per questa notizia, la maggior parte degli “antimperialisti” o ha completamente ignorato questo segnale che la rivoluzione era ancora viva e vegeta oppure, sulla scia dei media islamofobi occidentali, si sono lamentati per il fatto che “al-Qaeda” aveva assestato un altro colpo al regime di Assad. Ricordo di aver guardato i video dei civili di Idlib che festeggiavano l'ingresso in città dei combattenti di Jaish al-Fatah abbattendo le statue di Hafez al-Assad, rimuovendo le bandiere del regime e di Hezbollah e liberando i prigionieri rinchiusi nelle segrete del regime. Immagini che contrastavano con il tono serio con cui i media occidentali riportavano la notizia e con quello ancora più isterico utilizzato dalla sinistra filo-Assad.
Il motivo di questa solenne presa di posizione sulla liberazione di Idlib è che in Jaish al-Fatah ci sono delle brigate affiliate a Jabhat an-Nusra (JaN), il rappresentate ufficiale di al-Qaeda in Siria. La gente fa bene ad essere preoccupata per il coinvolgimento di questo gruppo nella liberazione di Idlib? Assolutamente sì, ma se si desse credito ai media occidentali si potrebbe immaginare che sia avvenuto qualcosa di simile alla caduta di Mosul per mano di Daish del 2014 (avrei voluto dire la caduta di Raqqa per mano di Daish, ma questo evento è stato in larga parte ignorato). Quasi tutti gli articoli e i rapporti dei media occidentali hanno descritto Jaish al-Fatah come “i ribelli guidati da al-Qaeda” o “i ribelli affiliati ad al-Qaeda”.
Dopo che il regime di Assad ed i suoi alleati sono fuggiti da Idlib, sono stati subito inviati gli aerei da guerra per ripetere la normale e brutale tattica di terrorizzare i civili che vivono nelle zone conquistate dai ribelli con i barili bomba ed i missili, mentre la disumanizzazione veniva prodotta e riprodotta utilizzando la scusa di al-Qaeda. Sebbene il centro della questione sarebbe dovuto essere il terrorismo del regime di Assad contro le zone liberate (che è anche la causa principale del problema dei rifugiati) ci si è impegnati solamente a ridurre la rivoluzione ad “al-Qaeda”, all'Islam, all'islamismo e a ciò che questo comporta per, guarda caso, l'Occidente.

In verità, il fatto che JaN abbia svolto un ruolo nella liberazione di Idlib non è una cosa che vada a genio a molti siriani e a coloro che sostengono la guerra rivoluzionaria ma è stata una necessità. Per combattere l'ossessione per al-Qaeda dei media occidentali e la narrazione propagandistica del regime per cui c'è semplicemente una lotta tra il suo regime laico e gli islamisti finanziati dall'occidente, dobbiamo guardare agli altri principali comandi congiunti che stanno combattendo contro il regime: Fatah Halab è stata fondata da gruppi rivoluzionari che non hanno voluto partecipare ad operazioni congiunte con JaN, mentre a sud il Fronte Meridionale dell'Esercito Libero Siriano, la principale forza ribelle impegnata nella campagna “Tempesta del Sud” con l'obiettivo di liberare dal regime la città di Daraa, ha categoricamente rifiutato l'idea di combattere assieme a JaN anche a proprio danno, come abbiamo visto durante il tentativo di attacco all'autostrada Daraa-Damasco che è stato bloccato proprio a causa del rifiuto di cooperare e coordinarsi con JaN.

Ci sono buoni motivi per cui le altre forze ribelli rifiutano o guardano con sospetto a JaN. Sebbene JaN non sia come Daish in quanto ad obiettivi e metodi e sebbene, a differenza di Daish, sia composta per lo più da siriani radicalizzati dalla violenza di Assad e non da jihadisti stranieri (sebbene anch'essa ne abbia una componente significativa al suo interno) fondamentalmente la sua ideologia è controrivoluzionaria. Non sta lottando per una Siria pluralista e non settaria plasmata dalla volontà del popolo siriano, ma piuttosto per una Siria dominata dalla sua versione ultrasettaria ed autoritaria del pensiero salafita. Come per tutti gli altri affiliati di al-Qaeda nel mondo, questi principi sono inamovibili ma si è dimostrata un attore molto più pragmatico di Daish perché ha dovuto bilanciare la propria egoistica fede religiosa ai vertici con il fatto che gran parte dei suoi quadri sono dei siriani che vogliono rovesciare Assad ed vedono ciò come l'obiettivo principale del gruppo.

Una breve nota a margine: questa dicotomia di metodo tra JaN e Daish affonda le sue radici nelle differenze tra la dirigenza di al-Qaeda ed Abu Musab al-Zarqawi, il capo di “al-Qaeda in Iraq”, l'organizzazione che ha preceduto Daish. Osama Bin Laden ed Ayman al-Zawahiri erano contrari alla linea di Zarqawi incentrata sulla “purificazione” dell'Iraq da coloro che venivano considerati dei “kuffar” o dei “rafidah” (ad esempio gli shiiti, gli yazidi etcetera) invece di concentrarsi soltanto sugli attacchi alle forze di invasione statunitensi e britanniche e quelle del governo d'occupazione. Non che avessero degli scrupoli morali riguardo gli omicidi di massa su base settaria perpetrati da Zarqawi, ma piuttosto erano preoccupati del fatto che si rischiava di far rivoltare contro di loro la popolazione locale ed i gruppi della resistenza, fatto che poi avvenne quando venne formato l'Harakat al-Sahwa (Movimento del Risveglio) con lo scopo di contrastare gli insorti jihadisti.

Sebbene all'interno di JaN potrebbe prevalere il pragmatismo della dirigenza di al-Qaeda, resta comunque completamente intrisa di quel suprematismo teocratico che è parte fondamentale del wahhabismo. Infatti nel giugno 2015 c'è stato un incidente particolarmente grave che dimostra i profondi problemi associati a JaN: nel governatorato di Idlib, nel villaggio di Qalb Lawzah sotto il controllo di Jaish al-Fatah, una brigata di JaN, guidata da un comandante tunisino, ha tentato di confiscare l'abitazione di un abitante druso accusato di collaborazionismo con il regime. Dopo che l'uomo si è giustamente rifiutato di consegnare la sua proprietà, il comandante lo ha accusato di blasfemia e ha tentato di prenderla con la forza provocando uno scontro a fuoco che ha portato al massacro di venti drusi. Ahrar ash-Sham, la principale fazione di Jaish al-Fatah, è intervenuta immediatamente per fermare la sparatoria ed evitare un'escalation.
Mentre i sostenitori di Assad hanno colto la palla al balzo, la risposta da parte della quasi totalità delle fazioni ribelli è stata di condanna delle azioni di JaN. Il Fronte Meridionale dell'ELS ha subito condannato ciò che hanno definito come “un crimine contro il nostro popolo... e contro la diversità siriana” ed hanno annunciato di “essere pronti a proteggere i villaggi drusi di Idlib per difendere la diversità siriana”.

Fatto decisamente più importante, Ahrar ash-Sham e molti altri gruppi islamisti hanno diramato un comunicato di denuncia del massacro in cui lodano i drusi di Idlib per “il loro sostegno alla rivoluzione” e chiedono un processo indipendente ai membri di JaN per appurare i loro crimini, dicendo chiaramente che queste uccisioni sono “in contravvenzione all'Islam” e che “versare il sangue dei membri di qualsiasi setta è un atto ingiusto”. Per di più hanno promesso di lavorare con tutte le sette delle “aree liberate” per impedire questo tipo di incidenti, che la rivoluzione è “una rivoluzione del popolo” e che “le armi devono essere imbracciate solamente contro il regime, i suoi alleati e Daish”. Anche la dirigenza di JaN ha preso le distanze dalle azioni della brigata in questione e ha dichiarato che “i responsabili saranno chiamati a rispondere del sangue che hanno versato”.

Quando la gente pensa “all'imperialismo” si concentra sempre sulla sua capacità come una forza distruttiva offensiva ed attiva, come nel caso dell'invasione e dell'occupazione anglostatunitense dell'Iraq, ma raramente coglie una sua altra capacità: quello di essere una forza crudele ed indifferente che da la precedenza ai propri interessi alla faccia dei peggiori casi di sofferenza umana, anche quando riconosce che potrebbe avere qualche effetto positivo. Non sto facendo un appello per “un intervento umanitario”, che è un termine che implica l'uso de “l'umanitarismo” come una mera copertura per la spietata dedizione agli interessi imperialisti, ma piuttosto la prova definitiva, se mai ce ne fosse bisogno, che esso non esiste.
Se guardiamo di nuovo alla Libia non c'è dubbio che la no-fly zone (NFZ) ha impedito materialmente al regime di Gheddafi di utilizzare la propria aviazione per bombardare i civili di Bengasi e nelle altre città. Immaginiamo che il regime fosse stato in grado di utilizzare gli aerei, come è successo in Siria, per avere un vantaggio o per lo meno per giungere in modo brutale ad uno stallo nella guerra civile; possiamo supporre che senza la NFZ ci sarebbe stata una crisi umanitaria come in Siria. Ciò significa che l'imperialismo è buono e che dobbiamo tutti inchinarci di fronte all'ordine mondiale degli uomini bianchi e delle loro grandi armi? Assolutamente no, ciò che voglio dire è che in determinate circostanze, quando gli interessi delle forze imperialiste convergono con la volontà delle forze progressiste, ci possono essere delle conseguenze positive sul piano politico ed umanitario. Gli “antimperialisti” odierni, costretti a dover affrontare queste circostanze confuse, molto spesso si ritirano in posizione o di tacito o di aperto sostegno per la reazione e la controrivoluzione.

Quindi qual'è la differenza tra la Libia e la Siria? Perché l'imperialismo è intervenuto a sostegno dei ribelli libici e non di quelli siriani? La risposta è molto semplice: le forze imperialiste non avevano interessi immediati che rendevano necessario un intervento. Avrebbero potuto agire quando il regime di Assad ha iniziato ad utilizzare l'aviazione per bombardare i civili, cosa che avrebbe sicuramente salvato le vite, le case, gli arti e la sanità mentale di milioni di persone e che avrebbe sicuramente impedito a Daish di emergere in modo così straordinario. Hanno scelto di non farlo perché in Siria non c'erano interessi materiali che inducessero ad una risposta in stile libico: niente grandi giacimenti petroliferi o importanti relazioni affaristiche che richiedevano un salvataggio. Dall'altra parte c'è stata una rapida e massiccia risposta dell'imperialismo quando Daish ha cominciato a minacciare la legittimità territoriale del regime iracheno, grazie alla cattura della diga di Mosul e la minaccia di andare nelle zone ricche di petrolio del Kurdistan iracheno.
Il punto è che questa indifferenza, questo lato passivo dell'imperialismo, nella sua inattività è stata tanto distruttiva quanto la sua capacità “attiva”. La confusione è quella tra l'internazionalismo e l'isolazionismo: non c'è niente di progressista o radicale nell'accettare le narrazioni che servono semplicemente a giustificare delle applicazioni dogmatiche e dei termini come “imperialismo” od “antimperialismo”, soprattutto quanto tali narrazioni delegittimano e ti pongono attivamente contro le forze rivoluzionarie esistenti.
Se gli Stati Uniti avessero imposto una No Fly Zone ed avessero armato fino ai denti l'Esercito Libero Siriano per rovesciare il regime di Assad quale sarebbe stato l'aspetto negativo della questione? Ciò non è successo perché è così che funziona l'imperialismo: fa ciò che è meglio per se stesso, non regala niente e non fa niente per il buon cuore. Non ha cuore come potranno dirvi amaramente tutti quei siriani che avevano il coraggio di credere nelle spedizioni di armi che non sono mai arrivate e nelle “linee rosse” che si sono trasformate in false piste. Quando gli “antimperialisti” subordinano la lotta reale in Siria alla loro opposizione astratta all'imperialismo, finiscono poi per convergere con esso visto che accettano apertamente o tacitamente altri attori egemonici regionali ed imperialisti.

Il motivo per cui Jaish al-Fatah contiene forze come JaN affonda le sue radici in questa indifferenza dell'imperialismo: JaN è una forza con cui fare i conti non a causa di un'eccessiva “interferenza imperialista” ma piuttosto a causa dell'incapacità di aiutare i ribelli quando più ne avevano bisogno. Una forza come JaN, che come Daish affonda le sue radici in al-Qaida in Iraq, aveva dei depositi di armi abbastanza grandi, come anche delle modalità già esistenti di finanziamento e di raccolta delle risorse, e la cui dirigenza, a differenza di quella dell'ELS, non doveva fare affidamento sugli aiuti materiali che non sono mai arrivati o provenienti da forze che spesso hanno indotto una devastante divisione in fazioni, è stata in grado di trarre vantaggio nel momento in cui l'ELS, da cui ha preso un gran numero di uomini, non era in grado di competere, oppure era impegnato a combattere su due fronti contro Assad e Daish. Si può dire lo stesso del Fronte Islamico, che si è unito all'ELS nell'offensiva contro Daish del gennaio 2014, ritrovandosi a combattere una guerra su due fronti.
Così nel caso di Idlib, dove le forze interne a Jaish al-Fatah si sono ritrovate contro il regime di Assad, Hezbollah, le forze iraniane e, ovviamente, Daish, sarebbe stata un'operazione suicida aprire un altro fronte contro JaN: se l'avessero fatto sarebbe stata una grande vittoria per Assad. Per di più, visto che JaN è una componente estremamente minoritaria nella coalizione, le altre forze ribelli hanno ritenuto di poterla contenere lavorando con altri gruppi ribelli che si oppongono alla sua ideologia di base. In tutta onestà ciò si è dimostrato essere vero: malgrado l'incidente di Qalb Lawzah, i drusi del luogo hanno combattuto insieme a Jaish al-Fatah per la liberazione della città di Idlib, precisamente nella Legione Sham.

Inoltre, mentre non ci sono dubbi che JaN voglia imporre la propria versione brutale ed ultraconservatrice della sharia sull'intera Siria, Idlib inclusa, il fatto che siano semplicemente una componente di Jaish al-Fatah significa che non hanno la capacità di farlo. Fin dall'inizio Jaish al-Fatah ha dichiarato che non si sarebbe imposto nella gestione della città ed avrebbe permesso alle forze civili di lavorare senza interferenze o forzature. Fin'ora questa intesa sembra aver tenuto con qualche complicazione e al posto dei “tribunali coranici” la gestione della città è affidata ai consigli civili.
I mercanti di isteria ed i propagandisti che, senza nemmeno provare a comprendere i rapporti di forze, avevano predetto che Idlib sarebbe diventata il centro di un qualche genere di “emirato” di JaN, in modo simile a come Raqqa è diventata la sedicente capitale del “califfato” di Daish, hanno finito per sbagliare scioccamente e clamorosamente. Non è mai stata una questione di fatti: non lo è mai quando si entra nel campo della propaganda e dei dogmi.

Ma non c'è dubbio che JaN resta una minaccia costante per i ribelli e per la rivoluzione: sebbene ora in posti come Idlib il pragmatismo debba regnare supremo, è solo questione di tempo prima che JaN cerchi qualche altro modo per affermarsi e prendere ciò che vuole. Questa è la realtà della lotta in Siria, una delle sue contraddizioni. Non è un motivo per abbandonare la lotta o per cedere alle narrazioni fasciste filo-Assad che vorrebbero farci credere che tutti coloro che impugnano le armi sono di al-Qaeda. Infatti anche alcuni sinistrorsi, che apparentemente hanno sostenuto la rivoluzione, spesso hanno una visione incredibilmente insulsa e bidimensionale sul ruolo dell'islamismo nella rivoluzione. Non è una cosa che si applica solo alla Siria: sono proprio questi punti di vista pieni di stereotipi, dovuti ad un dogmatico guardarsi l'ombelico e all'autogiustificarsi per evitare ogni tentativo di entrare in rapporto con la realtà, che hanno condotto gran parte della sinistra a sostenere la controrivoluzione in Egitto.
L'islamismo ha una base sociale in Siria e svolgerà un qualche ruolo in qualsiasi cosa seguirà il regime di Assad, ma il fatto è che la stragrande maggioranza delle forze islamiste, sicuramente quelle più grandi, ammettono che una Siria post-Assad dovrà essere plasmata dalla volontà del popolo siriano e non da alcuna fazione. Per ora questa è la tendenza dell'islamismo nella regione, soprattutto per quello promosso da numerosi gruppi affiliati all'Ikhwan (la Fratellanza Musulmana). Negli ultimi vent'anni il corso dell'islamismo è stato di relativa moderazione, sebbene sia ancora conservatore e radicato in politica, cosa a cui io personalmente mi oppongo. Con l'AKP in Turchia, un partito che è radicato nell'islamismo, ma non è esso stesso islamista, è chiaro il progetto di una traiettoria di un islamismo che funzioni all'interno e come parte di una democrazia.
Il risultato è una forma di democrazia islamica conservatrice simile alla democrazia cristiana in Europa. Il Partito Libertà e Giustizia, l'ala politica dell'Ikhwan in Egitto, ha tentato di seguire questo modello di democrazia islamica, il che è l'esatto motivo per cui è stato rovesciato dalle forze controrivoluzionarie ed antidemocratiche. Lo stesso si può vedere in Tunisia con Ennahda.

Il punto fondamentale non è che noi prendiamo alla leggera le politiche delle forze apparentemente islamiste o che affondano le loro radici nell'islamismo con cui noi non siamo d'accordo, bensì di riconoscere che nelle lotte contro le tirannie o gli oppressori laici l'islamismo è una delle principali espressioni dell'opposizione, che ciò ci piaccia o meno, con una base popolare che affonda le proprie radici nelle stesse richieste di libertà che plasmano queste stesse rivoluzioni. Ciò è vero in Siria e in Egitto come in Palestina.
Infatti una delle cose più ironiche della reazione della sinistra alla rivoluzione siriana è che questa si pone in contrasto con il modo in cui si approccia alla lotta palestinese, malgrado il fatto che gli unici gruppi di resistenza attivi contro Israele siano tutti islamisti. Il più grande di essi, Hamas, legata ai Fratelli Musulmani, all'inizio era impegnata nella costruzione di una democrazia islamica ma è stata costretta a sospenderla subito dopo essere stata attaccata da Fatah, sostenuta da Israele, gli USA e la Gran Bretagna. Poi c'è il Movimento per il Jihad Islamico in Palestina, fondato in origine per essere la sezione palestinese del movimento salafita egiziano del Jihad Islamico, ma ora molto più simile in termini ideologici ad Hamas, in cui l'islamismo si intreccia con il nazionalismo palestinese.

Tenendo questo in mente è stato divertente vedere coloro che canterebbero lo slogan “Siamo tutti Hamas” diventare molto più simili a Binyamin Netanyahu quando si parla di Siria. Dicono che per quanto la tirannia baathista possa essere brutta almeno è “laica”, un ragionamento che potrebbe essere utilizzato per giustificare il continuo soggiogamento della Palestina da parte di Israele. Un ragionamento che affonda le sue radici nella stessa logica che guida i tentativi di Israele di coprire i propri crimini con il “pinkwashing” o di pubblicizzare il fatto che nei ranghi dell'IDF [le forze di occupazione israeliane NdT] ci sono migliaia di soldatesse, in contrasto con la retrograda e paternalistica brutalità islamista di Hamas.
In un certo senso questo ragionamento diventa ancora più assurdo quando viene applicato alla Siria visto che in ogni area liberata, anche se non si può mai sfuggire alle crudeli mani del regime a causa del suo continuo controllo aereo, la libertà d'espressione e la libertà in generale sono praticate in modi che sarebbero impensabili nella Siria baathista, dove anche le critiche più lievi vengono represse con la forza bruta.
Le deduzioni brutalmente islamofobe, razziste ed imperialiste sono esattamente le stesse: non possono avere la libertà perché sono musulmani e sappiamo tutti cosa significa dargliela. Ho anche sentito alcuni sinistrorsi della fauna pro-Assad, quelli che si avvolgono nella bandiera palestinese, dire che i ribelli usino degli scudi umani e si nascondano nelle zone civili, quindi non si può accusare Bashar per i barili bomba, per le centinaia di civili uccisi ogni mese, per l'enorme pulizia etnica e per la crisi dei profughi. Bisogna accusare i ribelli, bisogna accusare le vittime. Credo che Netanyahu si faccia delle grasse risate quando ascolta gli avversari dell'occupazione israeliana che utilizzano i suoi stessi ragionamenti in un contesto che comporta una sofferenza umana nell'immediato molto più intensa. “Guarda come isolano Israele ma sostengono Assad” deve dire fregandosi le mani insieme allegramente. La cosa veramente triste è che ha ragione.
Non è sorprendente il fatto che dall'ascesa di Daish ci sono state due figure che hanno tentato di paragonarlo ad Hamas: Binyamin Netanyahu e Bashar al-Assad. Tutti sappiamo le motivazioni che spingono il primo, ma il secondo lo fa perché Hamas non ha ceduto alle pressioni del suo ex patrocinatore (l'Iran) per sostenere il regime ed ha dichiarato il suo sostegno alla rivoluzione siriana. Ciò è qualcosa che quei sinistrorsi che in un modo o nell'altro sostengono Assad non capiranno mai: stanno delegittimando tutto ciò che dicono di avere a cuore.

Prendiamo ad esempio Jacobin, una rivista di tendenza nominalmente di sinistra pubblicata negli USA, che ha deciso di parlare di Siria senza nemmeno avvicinarsi ai relativamente tanti autori di sinistra che hanno seguito la rivoluzione sin dal primo giorno e che sono capaci di parlarne in maniera equilibrata e realistica, ma piuttosto inducendo Asa Winstanley, un giornalista ossessionato da Israele e sostenitore di Assad, a scrivere un articolo contenente una teoria del complotto veramente folle e pericolosa su come Israele, i vecchi Savi di Sion, sostenga in segreto al-Qaeda in Siria. Per l'autore ciò non significa solo JaN ma, come fa Assad, qualsiasi forza ribelle del paese (questa teoria del complotto è stata confutata in modo eccellente in questo articolo). Questa gente non sta scherzando.
Poteva essere tranquillamente un articolo del Weekly Standard, di Frontpage o di Tablet che accusa Hamas di avere legami con Daish o al-Qaeda. Basta solo invertire gli attori in campo e si ottiene la stessa logica controrivoluzionaria ed ultrareazionaria: la giustificazione per la punizione collettiva e l'omicidio di massa commessi dai tiranni e dagli oppressori. È il sostegno all'oppressore contro gli oppressi fatto in modo così necessariamente contorto e squallidamente viscerale da dover sfruttare, come d'altronde hanno fatto tutti i sostenitori del regime sin dallo scoppio della rivoluzione, l'ignoranza ed i pregiudizi innati dei lettori per motivare razionalmente delle assurdità al solo fine di sostenere Bashar al-Asad in ogni caso, anche in seguito alla feroce distruzione causata dai barili bomba e alla nebbia mortale del gas sarin.

Il fatto che gran parte della sinistra, compresi coloro che non sono aperti sostenitori del regime, non riesca nemmeno a comprendere queste dinamiche la dice lunga sul fatto che questa non è più un veicolo per mutare radicalmente la società e sfidare le ideologie dominanti, bensì semplicemente uno strumento per proseguire le stesse identiche logiche ed ideologie della reazione, ma in contesti formalmente diversi. Non affronta il nocciolo di queste logiche e spesso lo riproduce in modo più solerte anche rispetto alle loro controparti di destra. Per la verità questo non è un fatto confinato ai gruppi marginali visto che il prossimo capo in pectore del Partito Laburista inglese, Jeremy Corbyn, uno che negli anni è stato un amico convinto della causa palestinese, ha regolarmente perpetuato questa logica vergognosa riguardo la Siria.
In un articolo per la Coalizione Stop the War, un'organizzazione senza speranza, paradigma dell'antimperialismo sia degli imbecilli, sia delle canaglie, Corbyn, che ne è il “presidente nazionale”, quando parla della catastrofe umanitaria in Siria manca di menzionare, in modo abbastanza misterioso, il fatto che questa è causata dalla guerra del regime, preferendo invece incentrare tutto sulla questione di Daish, esattamente come fa il governo britannico.

Per quanto riguarda l'attribuzione delle colpe, che è sia un buon indicatore del livello di partigianeria che un modo per capire come si concepisce la situazione in generale, Corbyn accusa l'Esercito Libero Siriano, da lui etichettato come “sostenuto dall'occidente”, di “aver provato ad attaccare il regime [di Assad]”. Riflettiamoci un momento e immaginiamo di discutere della crisi umanitaria a Gaza in seguito al più recente massacro condotto da Israele. Immaginate se avesse descritto la situazione dicendo che Hamas, sostenuta dall'Iran (cosa che non è più vera), aveva provato ad attaccare Israele. Sarebbe stato giustamente criticato a gran voce e verosimilmente rinnegato dalla sinistra come molti hanno fatto con Bernie Sanders, la controparte statunitense di Corbyn come grande speranza per la sinistra e fermo sostenitore del governo israeliano.

Sappiamo tutti perché i difensori di Israele dicono “sostenuta dall'Iran” quando parlano di Hamas: è un modo per cancellare il fatto che Hamas è un movimento di resistenza contro l'oppressione israeliana e genera l'idea che sia solo una mera pedina del regime iraniano che, secondo la propaganda israeliana, vuole cancellare Israele dalle carte geografiche eccetera, per meglio giustificare la punizione collettiva contro i palestinesi. Dire “sostenuto dall'occidente” nell'ambito della guerra rivoluzionaria siriana ricopre la stessa identica funzione: giustificare, o per lo meno controbilanciare, la guerra di Assad evocando l'idea che i ribelli siriani siano dei meri agenti dell'Occidente che stanno dichiarando una guerra esistenziale contro il regime sotto attacco.
Non è che coloro che diffondono questi racconti lo fanno per cattiveria o per una volontà diretta di gustarsi la propaganda, ma piuttosto lo fanno a causa dello stesso meccanismo grazie al quale tutta “l'ideologia” viene interiorizzata e riprodotta. Secondo Gramsci questo tipo di ideologia esiste al livello di “senso comune”. Nella sinistra l'ideologia del “senso comune”, come si riferisce alla Siria, è esattamente ciò che ricrea Corbyn: i ribelli sono “sostenuti dall'Occidente” senza alcuna sfumatura su ciò che questo significhi, ma con ovvie connotazioni negative, e sono loro gli unici ad “attaccare” il regime di Assad. Sono loro i nemici. Nel caso dei sostenitori del governo israeliano l'ideologia del “senso comune” vuole che Hamas sia l'antagonista che attacca Israele lanciando razzi nelle zone abitate da civili.

Ovviamente questa ideologia “del senso comune” complica le cose molto più di quanto le spieghi ed è spesso sostanzialmente solo della propaganda di migliore qualità, il che è esattamente il motivo per cui deve essere affrontata sempre più a gran voce e nel dettaglio rispetto alle forme più ovvie di propaganda. Bisogna sfidare tutti questi modi di pensare e queste Weltanschauungen che si sommano con differenti motivazioni sociali, culturali ed apertamente politiche e fermamente radicate nella storia. Sembra un compito impossibile ma è l'obiettivo essenziale di qualsiasi forza che si consideri radicale, è in ultima analisi la sfida al conservatorismo.
Infatti la cosa più ironica, visti i livelli in cui la propaganda di Assad utilizza direttamente il tema della “guerra contro il terrorismo” ed il livello in cui questa è stata incoraggiata e pienamente accettata dall'Occidente sin dall'ascesa di Daish, è che quando si parla di Siria l'ideologia del senso comune della sinistra è pressoché identica a quella della destra. Lo abbiamo visto quando alcuni elementi all'interno della destra sono pian piano giunti a sostenere l'idea che l'Occidente dovesse allinearsi con Assad e l'Iran. Qualunque siano le differenze esteriori questa logica è perfettamente intercambiabile con quella di alcuni membri della sinistra (compreso Jeremy Corbyn che durante un'intervista con la LBC ha rivelato che il suo problema con la coalizione anglostatunitense era che non conteneva formalmente l'Iran).

Non si protesta per il fatto che gli aerei da guerra statunitensi condividano letteralmente lo stesso spazio aereo dell'aviazione di Assad che sgancia barili bomba e bombarda i civili. Non si protesta per il fatto che gli Stati Uniti abbiano iniziato l'addestramento di sessanta ribelli costringendoli a siglare un accordo secondo cui avrebbero dovuto combattere contro Daish ed ignorare la violenza del regime di Assad, che è molto più distruttiva per le loro comunità e per il paese oltre ad essere alle radici di Daish. Una strategia ovviamente ingiusta e pericolosa che ha indotto numerosi combattenti a ritirarsi dai programmi di addestramento. Non ci sono proteste da parte di questi “antimperialisti” contro i veri intrighi imperialisti: quando parla di Siria, la sinistra con il suo pseudo-antimperialismo zigzagante, artificiale, delirante ed autoassolutorio in realtà si ritrova ad ignorare e a scagionare i veri aspetti dell'imperialismo. Gli USA sono passati dal sostegno a parole della cacciata di Assad ad una politica di riavvicinamento con il suo più grande sostenitore, affermando ora che il regime criminale iraniano, il principale finanziatore del terrorismo del regime, “debba far parte della conversazione”.

Ciò è stato sempre perfettamente in linea con la politica statunitense verso la Siria. Sebbene molti credono che la posizione nei confronti dei ribelli de “un piede dentro, un piede fuori” fosse parte di una strategia indirizzata ai negoziati con l'Iran sul suo programma nucleare, è anche perfettamente vero che gli USA non hanno mai voluto o provato a rovesciare il regime, preferendo invece, secondo le dichiarazioni del 2012 dell'allora segretario della difesa statunitense Leon Panetta, lavorare per conservare il più possibile del regime per poi lavorare ad una transizione “stabile”. Come è d'altronde l'atteggiamento statunitense verso tutte le rivoluzioni arabe: si pone l'accento sulla stabilità, sul governo e sulle transizione, come è successo con l'Egitto e lo Yemen, senza alcun coinvolgimento in “mutamenti di regime” di alcun tipo.
Basarsi su questa narrazione “antimperialista” fallace e cospiratoria della volontà degli USA di “cambiare il regime” o di “attaccare l'Iran” non è un mito innocuo bensì una parte attiva della propaganda del regime per giustificare ed insabbiare i propri crimini. Mentre le cose sono scivolate sempre più fuori il controllo statunitense, con l'ascesa di Daish ed il rifiuto da parte dei ribelli di essere schiacciati e di cercare la pace, gli USA si sono sempre più avvicinati ad una posizione di tacito sostegno ad Assad. Questo fatto è qualcosa che la cosiddetta sinistra “antimperialista” raramente è in grado di riconoscere perché non si adatta ai suoi modelli dogmatici prestabiliti sull'ordine mondiale o perché anch'essa, come il regime, deve continuare con i racconti di propaganda.
Visto che adesso gli USA ed il Regno Unito stanno bombardando l'Iraq e la Siria per conto del regime settario iracheno e le sue milizie fasciste, un innocente antimperialista potrebbe chiedersi perché la Coalizione Stop the War non si è mobilitata nello stesso modo in cui si mobilitò dopo che il regime di Assad ha gassato a morte più di un migliaio di civili nella Ghouta orientale [quando si paventava il “rischio” di un intervento occidentale contro il regime NdT]. La risposta è che sono scesi in piazza principalmente perché le componenti dominanti all'interno della Coalizione sono semplicemente dei sostenitori di Assad, mescolati assieme al delirante opportunismo di alcune altre forze politiche che la compongono.

Mi è sembrato anche molto divertente che alcuni elementi della cosiddetta sinistra “antimperialista” denunciano i ribelli e l'opposizione siriana nel modo più isterico immaginabile per aver richiesto l'aiuto occidentale per contrastare un nemico meglio armato, sostenuto da potenze straniere e dotato di un'aviazione. Le stesse persone poi sostengono attivamente le Unità di Protezione del Popolo (YPG), l'ala militare del partito siriano-curdo dell'Unione Democratica, malgrado il fatto che queste, durante la loro guerra contro Daish negli ultimi messi, abbiano ricevuto più aiuti dagli Stati Uniti di quanti i ribelli siriani abbiano ottenuto negli ultimi quattro anni contro un regime molto più brutalmente efficiente, inclusi gli attacchi aerei coordinati. Questo doppio standard ed incoerenza non è casuale.

Spesso ho detto che la Siria è l'Israele della sinistra perché è, in ultima analisi, la prova che la sinistra sosterrebbe eventi altrettanto brutali e retrogradi come l'assoggettamento della Palestina da parte di Israele se qualche motivo irrazionale avesse fatto ritenere necessario farlo. Per parecchie persone ciò che conta non è la libertà dei palestinesi, dei siriani o di qualsiasi popolo oppresso ma semplicemente qualche relazione con la politica che scambia i principi per la politica dei feticci, degli interessi di parte e dell'irritabilità. A volte la sinistra nei suoi rapporti con le classi dominanti e nelle sue attività assomiglia ad un adolescente ribelle con i suoi genitori: malgrado vi si opponga fino all'estremo ne è in fin dei conti una prosecuzione.
La Siria dimostra per la sinistra che queste fosche seppur dominanti dinamiche di campismo stalinista e la sua evoluzione all'interno dell'ambiente sinistrorso, anche all'interno di forze politiche ufficialmente anti-staliniste, riducono l'internazionalismo al sostegno ai complotti geopolitici reali e immaginari, in cui la solidarietà con gli oppressi è subordinata alle linee di partito, alla pressione sottoculturale dei pari e alla dicotomia tra vittime che meritano o non meritano attenzione, dove l'affermazione di Marx riguardo l'ideologia delle classi dominanti, che è sempre l'ideologia dominante, trova la sua massima, più ironica e sconfortante conferma.

Traduzione di Emanuele Calitri