Anniversari. 25 anni dal Caracazo

Fri, 28/02/2014 - 16:13
di
Andrés Ruggeri

A 25 anni dal Caracazo pubblichiamo volentieri un ricordo di Andrés Ruggeri, allora studente e oggi direttore del Programma di facoltà aperta dell’Università di Buenos Aires e organizzatore delle principali ricerche sulle fabricas recuperadas argentine e che nei mesi scorsi ha partecipato a un incontro alla Rimaflow occupata di Trezzano sul Naviglio.

Oggi è il 25esimo anniversario del Caracazo del 1989, la prima rivolta popolare contro le politiche neoliberali in America latina e l’origine politica e sociale del processo bolivariano in Venezuela. Un paio d’anni meno (23) è stata la mia prima volta in Venezuela, nel corso di un viaggio per il Sudamerica con lo zaino in spalla in compagnia di Fabian Sonzogni (oggi musicista e antropologo all’Università di Buenos Aires, ndt).
Come ogni volta che potevamo, arrivati da Maracaibo ci dirigemmo dalla stazione degli autobus direttamente all’università, il nostro metodo per trovare una sistemazione e quindi di collegarci con il movimento studentesco. Un buon modo per evitare spese e ancor più per conoscere o introdursi nella realtà politica e sociale di ogni paese e principalmente nel movimento degli studenti. Arrivammo quindi, senza avere la benché minima idea della situazione, all’Università Centrale del Venezuela, a quel tempo un brulichio di gruppi studenteschi di sinistra, oggi tristemente nido di serpenti della reazione. Arrivammo alla porta di entrata però un sabato che era già notte e con i nostri zaini ci avviammo verso la Città universitaria. Ci fermò un vigilante a cui dicemmo, cosa un po’ insolita, che andavamo in biblioteca. Ancora più strano, questi ci fece passare. Ovviamente invece di andare alla biblioteca (la notte del sabato!) ci recammo alla federazione studentesca. Fortunatamente c’era gente e organizzarono la nostra sistemazione per quella notte e per quelle seguenti.
La ragazza che ci accolse ci invitò a un’iniziativa per il secondo anniversario del Caracazo, il 27 febbraio, presso le torri del Silenzio in pieno centro a Caracas. Ingenuamente le dicemmo di sì, pensando che fosse come partecipare a una manifestazione in Argentina, dove c’era la possibilità di repressione, ma normalmente non succedeva niente. C’era un’atmosfera cupa, direi tetra, tanto tetra come i motivi che le davano origine. Non c’era molta gente, calcolavo duemila persone, e qualche gruppo musicale suonava canzoni tristi, in contrasto con la salsa allegra che potevamo ascoltare ovunque. Un cordone di polizia con scudi e manganelli circondava la manifestazione.
In seguito, mentre ci presentavano i compagni, cominciarono a proiettare un video che raccontava storie di persone assassinate durante la rivolta. Chi partecipava all’evento cominciò ad indignarsi alla vista delle immagini. Un paio di bottiglie volarono verso i poliziotti e in un attimo scoppiò un gran casino. I due cordoni di polizia cominciarono ad avanzare da ogni lato. Cazzo in un attimo ci massacrano, pensammo. Una delle ragazze che ci avevano portato ci fece segno e corremmo, ma non sembrava ci fossero vie di fuga dalla parte in cui stavano i poliziotti, che stavano arrivando con i manganelli levati. Non so come ma riuscimmo a passare indenni tra le file delle teste di cuoio e la studentessa ci fece uscire da lì attraverso un labirinto di tunnel che sboccava nella metropolitana. Bel benvenuto nella democrazia venezuelana.
Nei giorni successivi scoprimmo, grazie a quei militanti della Ucv, che quella democrazia tanto considerata in America latina per avere avuto in quel momento tre decenni consecutivi di governi civili, era costellata di assassinii di militanti politici, di sparizioni, di violenza e di miseria. Di una maggioranza della popolazione che viveva sprofondata nella marginalità e nella povertà estrema in un paese che era un mare di petrolio. Ci parlarono della “Peste” (ed evitammo di andarci nella maniera più elegante che potemmo), la fossa comune che raccoglieva un imprecisato numero di cadaveri di assassinati non riconosciuti dal governo di Carlos Andrés Pérez durante il Caracazo.
E scoprii, quando ritornai sette anni dopo e il comandante Chavez stava per vincere le sue prime elezioni, che molti di quei militanti erano parte della costruzione del “chavismo”. E’ passato molto tempo ma il processo che iniziò 25 anni fa è vivo, e senza comprendere questa origine, non si capisce che la situazione attuale non ha niente a che vedere con il Caracazo, come cerca di farci credere la destra di là e di qua, ma il suo contrario.

27 febbraio 2014
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