Non in nostro nome, non in nome loro

Thu, 15/01/2015 - 18:29
di
Piero Maestri

Tra i moltissimi articoli sulla strage nella redazione di Charlie Hebdo – apparsi anche su Communianet, che continuerà a pubblicarne, con l’obiettivo di proseguire un dibattito necessario - vorrei soffermarmi su quello di Massimo Fini, pubblicato sul Il fattoquotidiano come commento alla scelta di allegare al quotidiano l’edizione di Charlie Hebdo. Scelta che Fini contesta, utilizzando tra l’altro questo argomento: “E' da più di dieci anni che siamo all'attacco del mondo islamico: Afghanistan (2001), Iraq (2003), Somalia (2006/7), Libia (2011) e, da ultimo, non contenti ci siamo intromessi, con bombardamenti e droni, nella battaglia che l'Isis sta legittimamente combattendo sulle sue terre. E' da più di dieci anni che siamo in guerra, facendo centinaia di migliaia di vittime civili in campo altrui, ma siccome questa guerra non ci toccava, non colpiva i nostri territori, ce ne siamo fregati. Ora arriva l'inevitabile colpo di ritorno. Io mi ritrovo non nelle azioni, ma in una parte del 'testamento postumo' di Amedy Coulibaly: “Tutto quello che facciamo è legittimo. Non potete attaccarci e pretendere che non rispondiamo…”

Ammetto che mi interessano poco le opinioni di Massimo Fini, ma ritengo questo commento estremamente pericoloso, sul piano analitico e, soprattutto, politico anche perché, purtroppo, utilizza argomenti talvolta condivisi (non solo con post su Facebook) da settori della sinistra che si definisce internazionalista.
Non ci sono dubbi che l'Islam politico, anche nelle sue frange più estreme che utilizzano l'arma del terrorismo - in medioriente, in Europa e ovunque nel mondo – sia un fenomeno politico e sociale con radici profonde nelle condizioni materiali di milioni di donne e uomini, nelle politiche imperialiste dispiegate in tutto il pianeta (non solo dagli Usa), nelle politiche dittatoriali e autoritarie di gran parte dei governi della periferia. Politiche loro stesse terroristiche, nei loro progetti e nelle loro conseguenze.
Senza un’analisi di queste politiche non si può comprendere perché e come si sviluppa il fenomeno terroristico, che è essenzialmente e dichiaratamente politico.
Allo stesso modo si possono cercare le ragioni - sociali, materiali e psicologiche - che spingono determinati individui a arruolarsi nelle fila di questi settori.

Ma l’azione di Parigi, come la politica dell’IS in Siria e Iraq (ora anche in Libano), non ha nulla a che fare con la “legittima” resistenza alle politiche imperialiste o dittatoriali. Non solo non può essere ammessa in alcun modo la legittimità di azioni di questo genere, ma sarebbe davvero un regalo troppo gradito a Isis, Al Qaeda e gruppi di questo genere concedere loro una “legittima” rappresentanza delle ragioni, delle speranze, del dolore di quei milioni di donne e uomini. Aspettiamo il momento in cui qualcuno scriverà che azioni di questo genere sono la “legittima” risposta all’occupazione della Palestina, magari. In fondo è quello che pensa e cerca di far passare il governo israeliano: "non c’è alcuna differenza tra la resistenza palestinese e gli attentati di Al Qaeda o della politica dell'IS".

Invece c’è, abissale: il lavoro sporco di IS e Al Qaeda utilizza le politiche di guerra e i regimi autoritari soprattutto per trarne una legittimazione nei confronti di popolazioni che vengono poi sottoposte a diversi gradi e forme di autoritarismo, occupazione, repressione e così via.
Non tutto “quello che fanno”, invece, è legittimo. Non solo non lo è stato l’orrendo omicidio dei redattori di Charlie Hebdo, né l’assalto ad un supermercato Kosher ma nemmeno lo sono le politiche autoritarie dell’Isis contro le popolazioni dei territori controllati, che provocano morti, schiavitù, distruzione di ogni possibile partecipazione popolare alle scelte politiche. Non lo sono gli attacchi contro altri gruppi della resistenza siriana (questa si legittima, anche se non tutte le sue azioni sono appropriate o giustificabili), non lo è l’assedio di Kobane con l’obiettivo di distruggere un’esperienza di autogoverno, contraddittorio ma lontano e dai progetti autoritari dell’Isis (come di Assad). Non lo è stato il massacro di bambine e bambini nella scuola di Peshawar, giusto un mese fa.
Caratteristica fondamentale di questi gruppi reazionari è proprio quella di sostituirsi alle resistenze politiche, sociali, territoriali, cercare di piegarle ad un progetto che con la liberazione non ha nulla a che fare e che, al contrario, è un macabro progetto di sopraffazione e terrore (pagato prima di tutto proprio dalle popolazioni che vorrebbero "liberare").

Non si tratta di scegliere la nonviolenza come filo a piombo di ogni ragionamento – almeno non è questo il mio argomento, anche se capisco e rispetto chi sceglie questa strada – ma di saper distinguere quale sia la legittima resistenza contro l’occupazione, le dittature, le politiche imperialiste.
La condanna di ogni forma di guerra dei nostri paesi – come in questi anni abbiamo espresso, dall’Afghanistan, all’Iraq, alla Palestina, alla Libia… - non può in alcun modo avere ambiguità sul carattere reazionario, di espropriazione della parola e della legittimità a chi questa resistenza porta avanti ogni giorno in quelle regioni. Anche contro Isis e Al Qaeda - anche se vogliono parlare "in loro nome".

Rifiutare la logica binaria "con-noi-o-con-loro", (come scrive Jamila Mascat) significa in primo luogo rifiuto di essere arruolati nella fila degli ipocriti #jesuischarlie, dei difensori fuori tempo delle libertà e della "integrazione", ma anche di combattere le tendenze reazionarie di chi pretende di spiegare e magari un po' giustificare il terrorismo, rendendo un gran favore a questi settori e a chi vuole appiattire ogni movimento di liberazione a terrorismo.