Serve una narrazione diversa dal "Je suis Charlie"

Fri, 09/01/2015 - 12:30
di
Carlostadio

I vignettisti e i giornalisti trucidati dai terroristi a Parigi erano figure importanti nell’immaginario francese. Alcuni di loro avevano prodotto cartoni diffusi nella televisione degli anni 80 e 90, che li rendeva famigliari agli attuali trenta-quarantenni. Altri invece erano scomodi, irriverenti ma anche furbi e pasticcioni compagni di strada dell’estrema sinistra di ieri e di oggi (come il direttore, Charb). A volte si fa l’esempio, per rendere lo shock più familiare al lettore italiano, del Vernacoliere. Ma in realtà è più a Cuore che bisognerebbe pensare – o a esperienze di satira ancora più trasgressiva come Il Male. Esperienze che in Italia si sono chiuse perché il quadro di riferimento, che era, en gros, la nuova sinistra, si era andato drammaticamente chiudendo. Charlie Hebdo si era ripensato e aveva continuato a tenere fette consistenti di “mercato” accarezzando anche gli impulsi più spiacevoli e pericolosi di un pubblico che dalla nouvelle gauche era stato generato. Mantenendo un impulso libertario e giocando su un principio – l’esprit laïque della Republique – che rimaneva come un unico cemento della post-nuova sinistra. In questo quadro, è innegabile che Charlie aveva lavorato sporco, indulgendo in maniera premeditata su una satira che toccava in maniera sempre più preponderante la religione islamica anche per continuare a vendere a un pubblico bianco, francese, laico. E questo si inserisce in un quadro preoccupante che è quello della marea montante dell’islamofobia in Europa, come hanno già ben segnalato Sara Farris e Enzo Traverso in interventi importanti.

Bene: è proprio questo scontro frontale, tra islam radicale e satira laica e repubblicana, che qualcuno ha voluto mettere in scena ieri, in maniera drammatica e sconvolgente. Questo scontro frontale si vorrebbe cristallizzarlo nella formula comoda del Je suis Charlie Hebdo, che riconduce la battaglia sul terreno della libertà di satira, proponendo una concatenazione di conseguenze per ora più presupposte che reali: dalla satira alla stampa, da quella libertà a quella dell’individuo, dalla libertà dell’individuo all’Europa e all’Occidente. Evocando una tesi, quella dell’inetto Huntington, che pensavamo di aver sepolto. Ma appunto: questo scontro evoca questa tesi, la desidera, tenta di costruirla. Per ora pesca nel torbido, e credo che vi siano gli elementi per scongiurarla. O meglio: dobbiamo cercare di introdurre elementi di criticità nella narrazione collettiva, che rischia di polarizzarsi in chi si sente Charlie e chi, invece, avverte la potenzialità razzista presente in questa posizione. Credo, invece, che tertium datur, e cioè che ci sia la possibilità sacrosanta di un’alternativa anche nella lettura della vicenda, che si sottragga all’insufficienza analitica del manicheismo.

Allo stato attuale, quello che sappiamo degli attentatori è significativo. I fratelli Kouachi sono trentacinquenni francoalgerini che si sono avvicinati al terrorismo islamico all’indomani del 2001, in un momento in cui, cioè, il progetto islamista radicale conservava una base di consenso significativa nelle opinioni pubbliche e nelle masse arabe, seppure con moltissime sfumature. Questo consenso si era rafforzato all’indomani delle guerre sporche di Bush figlio in Afghanistan e in Iraq, e la situazione internazionale, gestita in maniera folle, aveva avuto conseguenze importanti anche nei contesti nazionali. Qui il reclutamento jihadista tentava di conquistare – in un progetto che ancora non è chiaro nelle sue linee di realizzazione, a causa della tendenza, da parte della propaganda di guerra, di allargarlo all’infinito fino a comprendere, con chiaro intento razzista, tutto il mondo dell’immigrazione – accoliti alla causa dello scontro di civiltà. Il loro percorso si è integralmente realizzato in Francia, come avviene per altri casi recenti di terrorismo, e completamente a prescindere dalle evoluzioni, interessantissime, che invece nel mondo arabo si producevano nel frattempo. Faccio riferimento alle primavere arabe, nelle quali le masse popolari e soprattutto giovanili hanno tentato, tra le altre cose, di rovesciare quella cappa opprimente di manicheismo religioso e occidentalistico facendo finalmente saltare i punti di vista precedenti sul mondo musulmano.

Proprio come l’Isis, i fratelli Kouachi sono figli di una fase che pensavamo archiviata, e che invece si trascina in una ritirata dal sapore tragico. La propaganda jihadista ha bisogno come il pane di una oppressione specificamente rivolta ai musulmani in Europa per continuare ad esistere. Per questo, l’attentato a Charlie ha tutto l’aspetto di un attentato riuscito, anche a prescindere da quello che avevano pensato e progettato coloro che lo avevano preparato. Perché colpisce un punto debole e scoperto che ancora si presta al misunderstanding, e cioè la libertà di satira religiosa, che è un punto estremo della libertà di stampa nell’Europa Occidentale. Ciò che impressiona, infatti, per tornare alla faciloneria con cui si propongono le concatenazioni logiche, è proprio che spesso e volentieri la libertà di satira religiosa è stata messa in discussione anche nelle avanzate democrazie occidentali. E basterebbe pensare al reato di “vilipendio alla religione” italiano o al dibattito sul “politically correct” per demitizzare un punto non acquisito e delicato di quella che gli imbecilli chiamano “libertà”. Per questo il colpo alla satira, l’assassinio di Wolinski e Charb, comunque vicini, anche se in maniera contraddittoria, alla sinistra anche radicale francese, è completamente intempestivo: il terrore è un fantasma che sopravvive a se stesso, in una spirale di autonomia che aumenta sempre di più il fossato con la realtà. In questo senso, abbiamo ragione di sperare che l’attentato di ieri sia, terribile, di qualcosa che si sta esaurendo nella sua forza propulsiva (anche se questo non significa che non vi saranno elementi di recrudescenza, ancora…).

L’islamofobia, ripeto, da domani è più forte. E rischia di trasformarsi in un boomerang, in una cappa che ricopre l’Europa di grigio e di nero. Proprio in un momento in cui le elezioni greche e l’ascesa di Podemos riaprono degli spazi – certo insufficienti, ma importanti – per una politica di alternativa. In questo, il parallelo con il 2001 è impressionante: anche lì, bastò lo spazio di un’estate per quasi seppellire l’ascesa della speranza no-global che si era materializzata a Genova all’interno di un discorso di guerra che annullava ogni spazio. E oggi, è proprio quella generazione di Genova che si misurerà con l’ardua partita dell’alternativa all’austerità. In questo quadro, l’attentato a Charlie Hebdo ci invita a mettere in agenda un tema ancora assente. Noi dobbiamo cominciare a trovare dei ponti che sorpassano le incomprensioni con il mondo musulmano e mettano fuori gioco il manicheismo che il terrore porta con sé. Non si tratta di vigilare contro l’islamofobia: si tratta di capire come combatterla, come approcciare e capire l’oppressione, come individuare uno spazio di discorso e di narrazione per questo ponte… Nessuna concessione all’union sacrée, che è intempestiva quanto il kalashnikov degli attentatori, ma uno spazio stretto per l’intelligenza critica.