Sindacalismo, contropotere e autogestione

Tue, 14/11/2017 - 18:36
di
Lluís Rodríguez Algans*

Pubblichiamo di seguito un articolo di Lluis Rodriguez Algans, consulente del lavoro e delle politiche pubbliche in Euskadi, che propone con spunti stimolanti nella ricerca per noi aperta di forme e pratiche sindacali e conflittuali in grado di contenere, già nella loro pratica, il programma di una società alternativa a quella in cui viviamo.

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Una delle questioni che giudico più interessanti, nel dibattito sul rinnovamento dei sindacati, si riferisce alla capacità delle organizzazioni sindacali di favorire il cambiamento socio-economico.
Il sindacalismo, infatti, può e deve influire nelle scelte sulle politiche economiche, industriali e del lavoro e contemporaneamente può e deve promuovere processi di democratizzazione nelle imprese e nell’economia, come parte della lotta di classe, del conflitto tra lavoro e capitale (e le sue derivazioni) per il controllo dei mezzi di produzione e la redistribuzione dei profitti. Questa lotta può e deve consentire di compiere quei passi necessari nella direzione della trasformazione del modello economico capitalista dominante in un modello socialista di autogestione, che sia più efficiente, giusto e democratico.

Ci pare in tal senso opportuno analizzare i punti in comune tra il sindacalismo, l’economia sociale e l’orientamento di cambio economico improntato sull’autogestione, che essi possono promuovere.
L’analisi della relazione tra sindacalismo ed economia sociale deve iniziare sottolineando l’importanza che quest’ultima riveste nel prefigurare l’economia che la classe lavoratrice necessita e al tempo stesso, nel cercare di metterla in pratica fin da subito. Una trasformazione reale e profonda del sistema economico capitalista in un sistema basato sull’autogestione, non può che darsi grazie all’impulso di molte esperienze concrete integrate tra loro e basate su precedenti esperimenti di cooperativismo ed economia sociale.
Il cooperativismo e l’economia sociale, in relazione al movimento sindacale, sono stati una forma di auto-occupazione, sia in contesti di crisi aziendale con licenziamenti collettivi o chiusura di imprese, che in situazioni di disoccupazione di massa dove i padroni puniscono chi è un militante sindacalizzato e l’auto-occupazione diventa un’alternativa imprescindibile.
Del resto la stessa economia sociale può orientare e appoggiare le lotte sindacali, come è stato nel caso della cooperativa di finanzia etica Coop75, che ha funzionato come cassa di resistenza per lo sciopero dei lavoratori delle imprese subappaltate da Telefonica. Una lotta caratterizzata da un’azione sindacale differente dall’abituale, sia per i protagonisti della mobilitazione che per le rivendicazioni avanzate, oltre che per i metodi della protesta.
Viceversa, il sindacalismo è fondamentale per l’economia sociale nel sostenere valori e pratiche che fungono da contrappeso nelle dinamiche generate dall’inserimento delle esperienze di economia sociale in un contesto capitalista. La contrattazione collettiva permette infatti di avere una base di riferimento per i rapporti di lavoro e le condizioni di impiego nell’economia sociale. Si verifica la stessa cosa a proposito della discussione sul salario sociale indiretto – sanità, educazione – e differito – pensioni, sussidio di disoccupazione, etc – che riguarda tutta la classe lavoratrice, compresa quella impiegata in cooperative o in altri settori dell’economia sociale. Il sindacato, come organizzazione di massa, incide in questo ambito con funzione di appoggio alle reti di economia sociale.
Infine bisogna anche dire che non tutte le imprese – a causa della loro grandezza o per le relazioni di potere interne o per le condizioni di mercato esterno – possono essere trasformate in modelli di economia sociale o cooperativistica nel giro di poco tempo e pertanto serve un sindacato forte, con capacità di controllo sindacale ed economico della struttura aziendale e produttiva, che eserciti contropotere, per riorientare il modello economico e sociale.

Sindacalismo, contropotere ed economia sociale
L’azione sindacale quotidiana, nei processi di contrattazione collettiva, ha molto a che vedere con i valori fondamentali dell’economia sociale e cooperativistica.
Le esperienze sindacali militanti, finalizzate all'espansione dei diritti sociali e del lavoro, si basano infatti su una dettagliata raccolta di informazioni di carattere economico-finanziario (sulla produzione e sull’organizzazione del lavoro nelle imprese) utili a sostenere i processi di negoziazione e su di una condivisione delle piattaforme rivendicative e delle azioni collettive fondate sulla reciproca solidarietà e sullo sciopero a oltranza, sostenuto da una cassa di resistenza, che indubbiamente costituisce un meccanismo finanziario collettivo di solidarietà sindacale. Questo potere sindacale, inteso come strumento di democratizzazione di un’impresa o di un settore aziendale, è il preludio ai modelli di economia sociale e di democrazia economica.
Ciò risulta ancor più evidente nei processi di crisi o ristrutturazione aziendale, dove il recupero dell’impresa diventa azione strategica essenziale per difendere le condizioni ed il livello di occupazione, così come la struttura industriale del paese, proprio mentre il potere economico ed il potere politico spingono esattamente in direzione contraria. In tali contesti il lavoro sindacale costituisce premessa indispensabile di garanzia rispetto alla possibilità di intraprendere percorsi cooperativistici e di economia sociale.
Parte del lavoro sindacale nei processi di ristrutturazione aziendale, si può circoscrivere alla ricerca e alla valutazione delle condizioni di sostenibilità di investimenti industriali rispetto a quelli finanziari speculativi, che consentano di ricapitalizzare l’impresa in crisi per mantenere e rilanciare la produzione o promuoverne la trasformazione in impresa di economia sociale. La questione però non attiene solo al singolo caso, ma ha di per sé una portata generale, che interessa l’intero modello sociale ed economico.

Contropotere sindacale e autogestione economica

Come può il sindacalismo contribuire a realizzare un modello economico e sociale alternativo? Senza dubbio, la spina dorsale dell’azione sindacale è la contrattazione collettiva, su cui avanzo le seguenti due considerazioni.
Una riguarda l’orientamento della politica sindacale e dei contenuti della contrattazione collettiva verso obiettivi di politica economica come alti salari e piena occupazione. Le due rivendicazioni chiave del movimento sindacale basco - il salario minimo di 1.200 euro al mese e le 35 ore settimanali - si sostengono reciprocamente per migliorare le condizioni di vita e al contempo creare nuovi posti di lavoro, con una politica salariale solidale che diventi anche un meccanismo di politica industriale.
La seconda riguarda l’introduzione di elementi negoziali finalizzati al controllo sindacale economico nelle aziende: promuovere la democrazia economica nelle imprese capitaliste, tramite l’ampliamento del diritto dei sindacati ad essere informati e consultati, al diritto di controllo sui processi produttivi, sugli investimenti e quindi anche sulla capacità di generare impiego. Tali elementi negoziali consentono di avanzare in direzione di una maggiore capacità di controllo sugli investimenti, sulla produzione e sulla distribuzione e contemporaneamente possono contribuire ad implementare gli investimenti ed aumentare il tasso di occupazione. Al tempo stesso, un maggior controllo sindacale sulla produzione e sulla contabilità dell’azienda permette di limitare le frodi contabili e fiscali i cui effetti sono nefasti per la previdenza sociale generale.
La partecipazione sindacale nella politica economica, industriale o contabile delle imprese, è stata storicamente canalizzata nell’ambito del cosiddetto “dialogo sociale”, cioè di processi di “concertazione sociale” tra sindacati, padroni e governo, con evidenti limiti in termini di effettiva possibilità da parte dei sindacati di influenzare le scelte nelle suddette materie e di contraddizioni rispetto all’avvallo sindacale dato a politiche liberiste, oltre alla dipendenza economica delle organizzazioni sindacali che si innesca con la partecipazione a tali processi concertativi.
Altre vie alternative percorse dal sindacalismo europeo, passano dall’incremento, nell’ambito della contrattazione collettiva, a tutti i livelli, della partecipazione e del controllo sindacale nei processi produttivi ed economici; il che indubbiamente rappresenta un elemento capace di spingere le relazioni industriali verso una nuova “democrazia industriale”. La realizzabilità all’interno dello Stato spagnolo, può passare tramite una modifica legislativa dello statuto dei lavoratori che vada nella direzione di un ampliamento dei diritti sindacali di informazione, consultazione e partecipazione o con l’inserimento di tali rivendicazioni all’interno della contrattazione collettiva. Rispetto agli investimenti, intesi come chiave per determinare il livello di produzione ed occupazione, così come per orientare le scelte di settore, il sindacalismo è ricorso spesso alla proposta di creare Fondi di investimento per i dipendenti. Nei Paesi Bachi si iniziano ad elaborare riflessioni in tal senso, da parte dell’EKAI Center, nell’ottica di confrontare le relazioni industriali, la democrazia economica ed il modello di sviluppo esistenti, con l’analisi di altre esperienze europee di relazioni incentrate su investimenti, sviluppo tecnologico e ripartizione dei dividenti e formazione.
Effettivamente, rispetto a quanto detto, i Paesi Bachi hanno un potenziale privilegiato che affonda le radici in decenni di lotte operaie e di costruzione di possibili alternative economiche, oltre che in un pratica cooperativistica sedimentata; elementi che configurano un contesto di economia autogestita e di lotta di classe corroborata da un forte contropotere sindacale. Nel quadro di conflitto con i meccanismi del sistema capitalista e come espressione della classe lavoratrice basca diventa imprescindibile pensare ad una società di persone e popoli liberi, organizzata in un socialismo nel quale i mezzi produzione, di consumo e di cultura, siano in mano e al servizio delle lavoratrici e dei lavoratori, in un’autentica democrazia economica. Ciò deve passare necessariamente da una forte connessione tra l’azione sindacale ed i processi diretti alla socializzazione dei mezzi di produzione e consumo, oltre che da un’alleanza permanente tra l’economia sociale ed il sindacato capace di creare contropotere.
Così si esprimeva il sindacalista irlandese James Connoly, in un articolo del 1908 dal titolo Sindacalismo industriale e socialismo costruttivo: “…mentre accresce la capacità di resistenza del lavoratore contro gli attuali abusi della classe capitalista, familiarizza con l’idea che il sindacato che contribuisce a costruire sia destinato a sostituire quella classe nel controllo dell’industria dove lavora.”

*Lluis Rodriguez Algans consulente del lavoro e delle politiche pubbliche in Euskadi.
Fonte articolo: http://radicaleslibres.es/sindicalismo-contrapoder-autogestion/
Traduzione di Marco Pettenella

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