Verso il 25 novembre, provincializzare il maschile

Thu, 23/11/2017 - 20:21
di
Daniele D'Ambra

Non è affatto semplice scrivere sul tema dell’oppressione di genere partendo dalla posizione privilegiata dell'uomo eterosessuale bianco. E non è semplice non tanto su un piano politico-cosciente, nel fare i conti con il grado di assorbimento e riproduzione della propria cultura d’origine sessista, del ruolo a cui sembriamo essere destinati, fino ai veri e propri esercizi di potere che quotidianamente facciamo nostri. Tutti aspetti che a livelli differenti, quantomeno sul piano dialettico, è facile riconoscere.
La cosa realmente complicata è evitare tutte le insidie che si nascondono nell’operazione in sé e che restano legate alle stesse caratteristiche peculiari che si vorrebbero far emergere, finendo così nel trasformare una critica al maschile in una sua inconsapevole quanto deprimente riaffermazione.

La prima insidia da cui tenersi lontano riguarda la postura a cui siamo abituati, soprattutto quando discutiamo di politica. Una postura fatta di protagonismo, (presunta) piena conoscenza dell’argomento e capacità di maneggiarne ogni aspetto, voce ferma e sicurezza nelle tesi esposte.
Questa postura tipica ci mette a nostro agio, nel bel mezzo della nostra zona di comfort, e permette così di minimizzare i rischi, nascondere le carenze, le insicurezze, i dubbi.
Come condizione preliminare minima mi sembra quindi necessario dismettere la postura e accettare la scomodità di un ruolo secondario, di una consapevolezza estremamente parziale che non permette un passo sicuro, ma solo un incedere a tentoni, in grado di prendere sicurezza solo se capace di ascoltare la voce delle protagoniste.
Accettare questo andamento aiuta a prevenire anche un’altra insidia in stretta connessione, secondo cui ci riteniamo in grado di dettare forme, modi e tempi attraverso i quali le donne dovrebbero organizzarsi, ma soprattutto di sottolinearne a penna blu gli eventuali “eccessi” o carenze.
Fermo restando che non c’è movimento sociale o processo di soggettivazione che non viva anche di eccessi, il ruolo non richiesto di professori caritatevoli sembra proprio rimandare al concetto di Informante Nativo (Spivak) secondo cui tutte le resistenze non previste nel proprio schema di senso risultano automaticamente velleitarie.

Altre due insidie, non esclusiva del maschile ma comunque molto influenti, sono strettamente legate tra loro: da una parte nella misura in cui si accetta la necessità di una ridefinizione radicale, si pretende che questa si dia in una forma integralmente egualitaria, implicando neanche troppo velatamente la percezione di una natura furbesca delle rivendicazioni delle donne; dall’altra la definizione di categorie e peculiarità prettamente femminili da riconoscere e preservare in pianta stabile.
La prima sacrifica sull’altare dell’uguaglianza il riconoscimento di condizioni specifiche dovute a molteplici fattori come ben descrive Fraser in “La giustizia incompiuta”. La seconda ne fa un assoluto e manca di individuare il carattere dinamico e performativo dei generi (Young, Butler, De Lauretis).
Molto semplicemente, come già sottolineato in un articolo dello scorso anno su CommuniaNet, non possiamo che attenerci al dato materiale, in questo caso conflittuale, della realtà, alle concrete rivendicazioni attraverso cui le donne si percepiscono come soggetto e tentano di trasformare loro stesse e la realtà circostante. Prendere “il pacchetto completo” che ci arriva dalla pratica femminista e propagarlo ulteriormente, invece di volerne contrattare noi il perimetro.
Non è una furbata delle compagne, è la pratica di conflitto.

Ma se già questo basterebbe a non relegare gli uomini ad una condizione passiva possiamo spingerci un passo più in la e, parafrasando Chakrabarty, provincializzare il maschile. Ossia decentrare le forme schematiche e stereotipiche costitutive del nostro modo di pensare e di pensarci, andare oltre una critica che evita di metterne in discussione la centralità sul piano individuale, sociale, politico.
Finché il maschile rappresenterà il riferimento universale attraverso cui pensiamo l’Altr@ non c’è modo di non esserne vittima e artefice.
Non si tratta semplicemente di essere parte attiva contro violenza e discriminazioni, di comprendere gli aspetti più problematici e contraddittori di un ruolo, ma non pensarlo più come assoluto insostituibile, pietra angolare da cui al massimo marcare una differenza, arrivando a localizzarlo sul piano storico e politico nella sua accezione di potere grazie al bagaglio teorico dei femminismi e dei movimenti lgbtq.
Questi ultimi, per condizione specifica che eccede i binari dell’eteronormatività e per le battaglie di cui sono stati protagonisti, hanno fornito strumenti indispensabili per individuare genesi, sviluppo e critica dei generi. Soprattutto il queer, se inteso in forma non banale o semplificata, indica un’interessante direzione attraverso cui decentrare il maschile e ripensarlo. E ripensarsi.
Come spesso accade sono le identità insorgenti ad aprire spazi di possibilità altrimenti preclusi e questo caso non fa certo eccezione. Senza la loro spinta non abbiamo gli strumenti minimi né per individuare il problema né per trovare possibili soluzioni.
È dunque solo nel rapporto e nel conflitto con esse che si può immaginare di raggiungere lo scopo.

Riconoscersi come parzialità in mezzo ad altre significa rivedere comportamenti, convinzioni, priorità politiche. Significa percepire il femminismo non come contributo parziale alla propria universalità (maschile), per quanto critica, ma come uno degli assi centrali attraverso cui riuscire a trasformare se stessi e l’esistente, nella formazione di universalità insorgenti, per usare le parole di Arruzza e Cirillo nella loro “Storia delle storie del femminismo”.
Ossia universalità dettate non più dalla riduzione a uno dei soggetti né dall’“idealizzazione di un’essenza comune e originaria”, quanto piuttosto dalla possibilità di obiettivi comuni dinanzi all’effetto universalizzante del capitale.
Significa non fermarsi all’autocoscienza o al semplice riconoscimento del problema, ma ricalibrare il proprio agire individuando nuove centralità creative e le potenzialità delle intersezioni possibili (Crenshaw).

In termini più concreti significa guardare al Piano femminista presentato a Roma non come ad una rivendicazione che in fin dei conti riguarda solo le protagoniste che lo hanno redatto, ma come ad un programma politico di interesse generale per la trasformazione radicale dell’esistente in chiave anticapitalista.
In questa fase di crisi profonda per la sinistra non possiamo evitare di individuare nella politica unicamente al maschile uno dei problemi principali pesati sulle organizzazioni politiche, sulle reti, sui movimenti e su come essi si sono concretamente articolati nel passato più o meno recente.
Priorità, modalità di discussione e decisione, gestione delle divergenze e espressioni di piazza: non c’è ambito della politica, anche di quella dal basso, che non sia stata e non sia fortemente segnata dal maschile.
Ma se è vero questo, allora questa battaglia è centrale per tutt* noi, non solo per qualcuna e il 25 novembre in piazza siamo chiamat* a esserci tutt*.