Riflessioni Degeneri n.1 - Patriarcato e/o capitalismo: riapriamo il dibattito

Thu, 13/02/2014 - 22:41
di
Cinzia Arruzza

Non è raro trovare riferimenti al patriarcato e alle relazioni patriarcali in testi femministi, volantini, articoli e documenti. Molto spesso il termine patriarcato viene utilizzato per sottolineare il fatto che l’oppressione e l’ineguaglianza di genere non hanno un carattere sporadico o eccezionale e non possono essere ridotte a fenomeni che si producono all’interno delle relazioni interpersonali, ma permeano piuttosto l’intera società e si riproducono sulla base di meccanismi che non possono essere spiegati semplicemente su base individuale. Insomma, spesso si usa il termine patriarcato per sottolineare che l’oppressione di genere è un fenomeno dotato di una certa costanza e di un carattere sociale, e non solo interpersonale. Tuttavia, le questioni si complicano un po’ se si prova ad andare a vedere cosa si intenda dire esattamente con “patriarcato” o “sistema patriarcale”. E si complicano ancora di più se si compie un passo ulteriore e ci si inizia a chiedere cosa c’entri il patriarcato con il capitalismo e che relazione abbia con esso.

Per una breve stagione, tra gli anni Settanta e metà degli anni Ottanta, la questione del rapporto strutturale tra patriarcato e capitalismo è stata oggetto di un serrato dibattito tra teoriche e attiviste appartenenti alle correnti materialiste e marxiste del femminismo (dal femminismo marxista a quello materialista di derivazione francese, passando per le diverse varianti di quello che viene spesso chiamato “socialist feminism”: femminismo marxista o materialista afroamericano, femminismo lesbico materialista, e così via...). Le domande fondamentali che ci si poneva erano di due tipi: 1) Il patriarcato è un sistema autonomo rispetto al capitalismo? 2) È corretto utilizzare il termine “patriarcato” per indicare l’oppressione e l’ineguaglianza di genere?

Questo dibattito, all’interno del quale sono stati prodotti scritti di notevole interesse, è progressivamente passato di moda col passare di moda della critica al capitalismo e l’affermarsi di correnti femministe che o non mettevano in discussione l’orizzonte liberale o essenzializzavano e dunque destoricizzavano il genere oppure eludevano la questione di classe e del capitalismo, pur elaborando delle nozioni che si sarebbero rivelate estremamente fruttuose sul piano della decostruzione del genere (la teoria queer degli anni Novanta, in particolare).

Ovviamente passare di moda non vuol dire scomparire, e nel corso di questi decenni diverse teoriche femministe hanno continuato a lavorare su queste questioni, a volte anche a costo di diventare delle mosche bianche o di essere considerate delle specie di residui bellici di cui si tollera l’esistenza con un po’ di fastidio. E probabilmente hanno avuto ragione. Insieme alla crisi economica e sociale di questi, infatti, si sta assistendo anche a un parziale, ma significativo, ritorno di attenzione rispetto al rapporto strutturale tra oppressione di genere e capitalismo. Nel corso degli anni precedenti non erano certo mancate le analisi empiriche o descrittive di fenomeni e questioni specifici, ad esempio la femminilizzazione del lavoro, l’impatto delle politiche liberiste sulle condizioni di vita e di lavoro delle donne, l’intersezione di genere, razza e classe, o il rapporto tra costruzione delle identità sessuali e i regimi di accumulazione capitalista. Un conto, però, è descrivere un fenomeno o un insieme di fenomeni sociali in cui un certo legame tra capitalismo e oppressione di genere appare più o meno evidente, un altro conto è offrire una spiegazione teorica del perché si dia, in generale, un legame tra capitalismo e oppressione di genere e del come si dia su un piano, per così dire, meno volatile. Insomma, esiste un principio organizzatore di questo legame?

Per brevità e chiarezza provo a sintetizzare le ipotesi più interessanti finora suggerite su questo piano. Nelle prossime Riflessioni degeneri analizzerò e discuterò queste diverse ipotesi individualmente. Per onestà intellettuale e per evitare fraintendimenti, specifico sin da subito che la mia ricostruzione delle posizioni in campo non è imparziale. Il mio punto di vista, infatti, può essere sintetizzato dall’ipotesi n. 3.

Ipotesi 1: dual or triple systems theory. La versione originaria di quest’ipotesi può essere sintetizzata in questi termini: i rapporti di genere o di sesso costituiscono un sistema autonomo che si intreccia e si contamina con il capitalismo, rimodellando i rapporti di classe, ma venendone a sua volta modificato, in un rapporto di influenza e interazione reciproche. La versione più aggiornata della teoria include anche i rapporti razziali, considerati anch’essi come un sistema di relazioni sociali a sua volta autonomo e intrecciantesi con i rapporti di genere e con quelli di classe. All’interno del femminismo materialista questa concezione si accompagna spesso a una considerazione dei rapporti di genere e di razza come sistemi di relazioni al contempo di sfruttamento e di oppressione. Generalmente, all’interno di questa ipotesi, le relazioni di classe vengono intese sostanzialmente in termini strettamente economici: è l’interazione con il patriarcato e il sistema di dominazione razziale che conferisce loro un carattere che va oltre il mero sfruttamento economico. Una variante alternativa di questa ipotesi, invece, è quella che vede nei rapporti di genere un sistema di rapporti culturali e ideologici derivante da precedenti modi di produzioni e formazioni sociali, indipendenti dal capitalismo, che interviene sui rapporti capitalistici, conferendo loro una dimensione di genere.

Ipotesi 2: il capitalismo indifferente. Oppressione e ineguaglianza di genere sono un residuo di precedenti formazioni sociali e modi di produzione, in cui il patriarcato organizzava direttamente la produzione, determinando una rigida divisione sessuale del lavoro. Il capitalismo di per sé è indifferente ai rapporti di genere e potrebbe fare a meno dell’oppressione di genere, tant’è che è stato il capitalismo a dissolvere il patriarcato nei paesi a capitalismo avanzato e a ristrutturare in maniera radicale i rapporti familiari. In soldoni, il capitalismo ha un rapporto meramente strumentale con l’ineguaglianza di genere: l’adopera laddove gli può essere utile e la mette in crisi laddove invece è un ostacolo. Questa posizione ha diverse varianti. Si va da chi sostiene che, all’interno del capitalismo, le donne hanno conosciuto un’emancipazione inedita per altri tipi di società e che questo dimostrerebbe che il capitalismo non costituisce un ostacolo strutturale alla liberazione delle donne, a chi invece sostiene che vanno distinti in maniera accurata piano logico e piano storico. Da un punto di vista logico il capitalismo potrebbe tranquillamente fare a meno dell’ineguaglianza di genere, ma se si passa dagli esperimenti mentali alla realtà storica, le cose non stanno esattamente così.

Ipotesi 3: unitary theory
. In base a questa ipotesi, nei paesi capitalisti non esiste più un sistema patriarcale autonomo rispetto al capitalismo. Altro discorso vale per le relazioni patriarcali, che invece continuano a esistere, pur non costituendo un sistema. Tuttavia, negare che nei paesi capitalisti il patriarcato sia un sistema non equivale a negare che l’oppressione di genere esista e permei le relazioni sociali e interpersonali nel loro insieme. E non equivale a ridurre qualsiasi aspetto di questa oppressione a una conseguenza meccanica e diretta del capitalismo o a spiegarli in termini meramente economici. Insomma, non si tratta in nessun modo di essere riduzionisti ed economicisti o di sottovalutare la centralità dell’oppressione di genere. Si tratta piuttosto di intendersi sulle definizioni e sui concetti che si usano e di non semplificare ciò che è per sua natura complesso. In particolare, le teoriche che hanno provato a sviluppare la unitary theory hanno negato che il patriarcato sia all’oggi un sistema dotato di leggi di funzionamento e di un meccanismo di riproduzione autonomi. E al contempo hanno insistito sulla necessità di considerare il capitalismo non come un insieme di leggi e meccanismi di natura puramente economica, ma piuttosto come un ordine sociale complesso e articolato, contenente al suo interno rapporti di sfruttamento, dominio e alienazione. Da questo punto di vista, il tentativo è di comprendere come la dinamica di accumulazione capitalista costantemente produca, riproduca, trasformi, rinnovi e mantenga relazioni gerarchiche e di oppressione, senza intendere questo meccanismo in termini strettamente economici e automatici.