Le relazioni pericolose tra cambiamento climatico e agricoltura/ Lavoro contadino 1

Mon, 30/11/2015 - 19:08
di
Laura Castellani

Pubblichiamo di seguito il primo di tre aritcoli di approfondimento sui nessi tra la crisi economica e ambientale e i modelli agricoli, tra i movimenti contadini e l'agricoltura industriale, tra forme di micro-resistenza, pratiche virtuose, ecosostenibili, solidali e le crisi attuale.

Per chi lavora o vive in campagna i segni del cambiamento climatico sono già evidenti: raccolte anticipate, periodi di siccità seguiti da fortissime piogge, fioriture fuori programma, insetti e parassiti che avanzano al di là della stagione incoraggiati dal clima umido. Dunque sempre più slittano i tempi dell'attività agricola, il consumo di acqua aumenta vertiginosamente a causa della scarsità delle piogge e non sempre la qualità e la resa delle colture è buona.
I responsabili di questi cambiamenti sono molteplici: l'IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) nel rapporto Climate Change 2014: Mitigation of Climate Change stima l'aumento delle emissioni totali di gas serra di origine antropica nel periodo compreso tra 1970 e il 2010 con una particolare intensità tra il 2000 e il 2010. Ciò significa che i diversi settori della vita economica globale sono complici del cambiamento climatico con una particolare responsabilità del sistema produttivo industriale che persegue crescita e profitto. L'intreccio tra fattori economico-sociali e il cambiamento climatico richiede una politica climatica che gestisca queste interazioni e intraprenda un'azione forte per il contenimento delle conseguenze negative che il riscaldamento globale ha ed avrà sulla vita della popolazione mondiale e il raggiungimento di obiettivi sociali relativi alla salute umana, alla sicurezza alimentare, alla biodiversità, alla qualità ambientale locale, allo sviluppo equo sostenibile. In questo quadro qual è (e quale potrebbe essere) il ruolo delle filiere agroalimentari? Oltre a subirne le conseguenze, cosa c'entra l'agricoltura con il cambiamento climatico?

Proprio in questi giorni si sta svolgendo a Parigi la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP21). Il Direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, e il Ministro dell'Agricoltura francese, Stéphane Le Foll, hanno espresso la volontà di porre al centro del dibattito la sicurezza alimentare e l'agricoltura: «Crediamo che l'agricoltura in senso lato - incluse la silvicoltura, la pesca e l'acquacoltura - può e deve svolgere un ruolo centrale nell'affrontare il cambiamento climatico, in particolare nell'adattamento al suo impatto, come la scarsità d'acqua, la salinità del suolo, l'aumento di parassiti e di malattie delle piante e degli animali».
Se da un lato dunque il sistema agroalimentare nel suo complesso (di cui l'agricoltura non è che un elemento) rappresenta una delle maggiori fonti di emissioni di gas serra (tra il 44 e il 57%): deforestazione 15-18%, agricoltura 11-15%, trasporti 5-6%, lavorazione ed imballaggio 8-10%, congelazione e distribuzione al dettaglio (GDO) 2-4%, rifiuti 3-4%; dall'altro proprio il cuore di questo sistema - l'agricoltura - può rappresentare una parte importante della lotta al cambiamento climatico e proprio per questo dovrebbe occupare un ampio spazio nel dibattito pubblico e politico. L'agricoltura contribuisce alle emissioni di gas serra attraverso l'uso di input industriali come fertilizzanti chimici che rilasciano nell'ambiente anidride carbonica, metano e protossido di azoto; carburante impiegato per l'uso di trattori e altre macchine; la sovraproduzione di letame ad opera degli allevamenti intensivi di bestiame. Essa però può costituire parte della soluzione al cambiamento del clima attraverso azioni volte alla mitigazione come il restauro della sostanza organica del suolo, una gestione ecosostenibile dei terreni coltivati e dei pascoli, la diminuizione dei capi di bestiame negli allevamenti e il rimboschimento.

La Via Campesina sintetizza in 5 passi il ruolo dell'agricoltura nella crisi climatica attribuendole il compito di raffreddare e nutrire il pianeta:
1. prendersi cura del suolo: la diffusione, nel secolo scorso, di pratiche agricole insostenibili (ad es. lavorazioni profonde del terreno, uso di diserbanti e fertilizzanti chimici) ha portato alla perdita di materia organica nel terreno che è responsabile dell'eccesso di CO2 nell'atmosfera terrestre. La CO2 può però essere riportata nella terra attraverso l'uso di pratiche agricole non invasive e l'immisione di sostanza organica nel suolo.
2. L'adozione di un'agricoltura naturale senza l'uso di sostanze chimiche: l'agricoltura industriale ha impoverito i terreni e ha reso i parassiti e gli infestanti immuni agli antiparassitari e agli erbicidi. L'agricoltura naturale migliora la fertilità del suolo e ne previene la sua erosione.
3. Ridurre le filiere e promuovere l'uso di prodotti freschi e locali: le filiere sempre più lunghe fanno viaggiare le merci da un capo del mondo all'altro utilizzando trasporti altamente inquinanti e metodi di conservazione degli alimenti poco sostenibili.
4. Dare la terra ai contadini e fermare le grandi piantagioni: oggi, i piccoli agricoltori sono schiacciati su meno di un quarto delle terre agricole del mondo, ma continuano a produrre la maggior parte del cibo del mondo - l'80% dei prodotti alimentari nei paesi non industrializzati, dice la FAO. Le grandi piantagioni principalmente di soia, olio di palma e canna da zucchero sono le maggiori responsabili delle emissioni di gas serra. Via Campesina sostiene che «una ridistribuzione planetaria delle terre ai piccoli agricoltori, insieme a politiche per aiutare a ricostruire la fertilità del suolo e a politiche per sostenere i mercati locali, è in grado di ridurre della metà le emissioni di gas serra nel giro di pochi decenni.»
5. dimenticare le false soluzioni.focalizzarsi su ciò che funziona: c'è una crescente attenzione sull'agricoltura e sul suo ruolo nelle politiche climatiche. Nonostante questa consapevolezza la politica internazionale propone una serie di false soluzioni non andando a colpire gli interessi economici che rappresentano una delle maggiori cause della crisi ambientale.

Dichiarazioni di intenti e volontà non sono più sufficienti per far fronte al disastro ambientale che stiamo vivendo, e neanche è più possibile affrontare separatamente le questioni che le crisi degli ultimi anni hanno portato alla luce. C'è un problema che riguarda le emissioni di gas serra e l'innalzamento della temperatura globale, c'è un problema demografico poiché la popolazione mondiale è in crescita e le risorse sono limitate, c'è un problema di utilizzo delle risorse disponibili, ma anche un problema energetico e la necessità di limitare l'uso dei combustibili fossili. Ci troviamo dunque di fronte ad un problema di modello produttivo e di sistema poiché, come sostiene Tanuro, bisogna scegliere ed è impossibile conciliare crescita e contrasto al cambiamento climatico.

Anche il sistema agroalimentare italiano è parte integrante di questo contesto con la sua specializzazione territoriale e l'avanzata di sistemi monocolturali; con gli allevamenti intensivi; con la deforestazione e la sottrazione all'uso agricolo di imponenti quantità di suolo, destinate alla costruzione di infrastrutture, centri residenziali e zone commerciali. Due sono i dati di particolare rilievo in riferimento al territorio italiano connessi al cambiamento climatico: l'aumento medio della temperatura e il consumo di suolo, che perde così la sua funzione riequilibratrice nelle emissioni di CO2. Il rapporto ISPRA 2014-2015 evidenzia che l'aumento della temperatura media registrato negli ultimi 30 anni è stato quasi sempre superiore a quello medio globale: nel 2014 in Italia la temperatura si è alzata di 1,57°C, a livello globale si è invece registrato un + 0,89°C. Un'anomalia anche rispetto alle tendenze positive che si verificano nel contesto italiano, come la crescita dell'agricoltura biologica sia in termini di superfici che di operatori (secondo i dati ISPRA nel 2013 l'agricoltura biologica ha interessato l'9,1% della Superficie Agricola Utilizzata nazionale, il 12,8% in più dell'anno precedente), e la riduzione delle emissioni di gas serra provenienti dall'agricoltura dovuta alla diminuizione del numero di capi per aziende zootecniche e dei fertilizzanti azotati inorganici (Rapporto ISPRA 2014-2015).
I dati inoltre mostrano una continua crescita del consumo di suolo per fini edificatori ed infrastrutturali, tendenza che si concentra nelle aree metropolitane e periurbane. Vaste aree rurali perdono così la loro vocazione agricola e vengono velocemente invase da nuovi complessi abitativi, zone artigianali, centri commerciali o capannoni industriali, causando in questo modo il degrado dei suoli e contribuendo al dissesto geomorfologico e idraulico.
Il contesto italiano risulta dunque piuttosto contradditorio: se l'agricoltura industriale e le filiere dominate dalla GDO rappresentano gli elementi dominanti, tra le pieghe di questo sistema sono riscontrabili piccole tendenze positive che riguardano l'adozione di metodi colturali sostenibili e lo sviluppo di forme di produzione e distribuzione ecologicamente sostenibili.
É proprio sugli elementi di controtendenza che è necessario investire, sostenendoli e mettendo in rete ciò che di buono sta nascendo in questo settore, se si vuole realmente rovesciare il tavolo su cui giocano i veri responsabili del “climate change”.
L'8 dicembre a Firenze ci sarà un'importante occasione per costruire una risposta collettiva ai disatri prodotti da questo modello di sviluppo e per promuovere l'affermazione nel dibattito politico dell'agricoltura contadina e dei suoi sostenitori.
Perché di certo non possiamo aspettarci che il Direttore della Fao e il ministro dell'agricoltura francese si facciamo portavoce del cambiamento radicale di cui ci sarebbe bisogno. È quindi lasciato ai movimenti sociali questo arduo compito e, questa volta tocca proprio ai contadini occupare con le proprie rivendicazioni lo spazio pubblico.