Cop21a Parigi: le soluzioni pericolose

Sat, 05/12/2015 - 16:20
di
Simone Febbo

Si sta svolgendo in questi giorni la 21^ conferenza sul clima dove i rappresentanti di 195 Paesi sono chiamati a trovare un accordo per consegnare alla popolazione mondiale una soluzione al riscaldamento globale.

Il GIEC, gruppo di esperti dell'ONU che si occupa di studiare l'evoluzione dell'emergenza climatica, ha pubblicato nel 2014 il V rapporto dal quale emerge una verità già nota, che suona come una sentenza di condanna definitiva: l'aumento della temperatura media della Terra, provocato dall'accumulo di gas climalteranti in atmosfera a una velocità tale da compromettere l'equilibrio millenario tra emissioni e assorbimento, è un dato irreversibile e le cause sono da ricondurre non all'attività antropica in sé ma al modello di produzione che domina i processi storici da oltre 200 anni.
La responsabilità delle quantità di gas emessi in questo arco di tempo sono facilmente attribuibili e quantificabili: circa il 60% è dovuto all'attività produttiva dei paesi ad economia avanzata (USA, Europa e Giappone); attualmente nella classifica dei paesi più inquinanti sono presenti anche paesi in via di sviluppo, se così ancora definibili, come la Cina (primo inquinatore in termini assoluti, settimo come valori pro-capite), l'India, la Russia, l’Indonesia, il Brasile, il Messico.

L'allarme sull'emergenza non è recente; le 21 edizioni di conferenze, iniziate con quella di Rio nel 1992, ne sono la dimostrazione; le risposte elaborate invece sono state del tutto insufficienti, se si pensa che la quantità di gas serra è sempre crescente e nel 2014 ha toccato il nuovo record pari a 397,7 ppm di CO2 equivalente. L'accordo più famoso è figlio della cop3 tenuta a Kyoto nel 1997: il protocollo di Kyoto appunto. Scaduto nel 2012, doveva essere sostituito dalla conferenza di Copenaghen del 2009, ma l'incapacità e soprattutto la difesa degli interessi economici dominanti hanno impedito di arrivare a un nuovo accordo.
Parigi 2015 dovrà, secondo le dichiarazioni di intenti di tutti i principali capi di stato, portare a una serie di intese, che siano vincolanti e controllabili periodicamente. Lo stesso Obama nel discorso di apertura ha voluto ribadire la necessità di trovare una soluzione certa e valutabile; peccato che il congresso USA negli stessi giorni abbia bocciato le (blande) norme volute dall’Agenzia per la tutela dell’ambiente EPA, volte a limitare del 30% rispetto al 2005 le emissioni di gas climalteranti al 2030 (attenzione: ridurre le emissioni rispetto al 2015 è un obiettivo molto più comodo che ridurle ad esempio rispetto al 1990, perché nell’arco di tempo intercorso le emissioni USA sono aumentate del 16%); peccato inoltre che durante la sua presidenza Obama abbia appoggiato progetti in totale contrasto con le buone intenzioni green (shale oil, trivellazioni off shore, biocombustibili) pur di raggiungere l’autonomia energetica.

I fatti dicono che le politiche reali degli ultimi decenni hanno aggravato il problema, perché non si è affrontato il nodo reale della questione, talmente evidente da emergere come una bomba all'interno del V rapporto GIEC: se si vuole contenere l'aumento di temperatura entro i 2 gradi centigradi (obiettivo ritenuto insufficiente da molti esperti, che indicano in + 1,5 gradi l’aumento accettabile per evitare o almeno contenere conseguenze disastrose) occorrerebbe non utilizzare l'80% dei giacimenti noti di combustibili fossili, detenuti da multinazionali e paesi produttori di petrolio, gas e carbone. Per meglio valutare l'impatto di tale misura bisogna pensare che queste risorse fanno già parte degli attivi economici e condizionano direttamente le quotazioni finanziarie delle società petrolifere; l'impiego di questo 80% corrisponde inoltre a circa 1/5 del PIL mondiale. Vista con la logica produttivista della crescita illimitata non può che connotarsi come proposta semplicemente inaccettabile.

La crisi ecologica esplicita limiti e contraddizioni del sistema che la produce, in quanto, oltre a minacciare umanità e natura, essa determina un cortocircuito nel processo di accumulazione aumentando i costi di produzione e riproduzione e diminuendo i margini di profitto; il riscaldamento globale non è altro che la fine della discarica-mondo a basso costo: esternalizzare costi sociali e ambientali del sistema produttivo, o meglio internalizzare le frontiere di aria, terra e mare come grossi bidoni dove sversare tutti i veleni delle produzioni senza pagarne i costi, ha favorito le fasi economiche espansive e i processi di accumulazione in particolare nel secondo dopo guerra. Il riscaldamento globale pone limiti ambientali e sociali a tale modello e i governanti sono costretti a trovare soluzioni; il problema è quali soluzioni e a vantaggio di chi?

La grave crisi di rappresentanza che vivono le democrazie occidentali e i nuovi strumenti di governance basati sempre più sull’emergenza (finanziaria, ecologica, alimentare, terroristica) consentono a istituzioni economico-finanziarie lontane e prive di ogni legittimità democratica di incidere in modo sostanziale sulle scelte dei governi nazionali.
Nel caso specifico della crisi ecologica ciò ha prodotto nel passato soluzioni il cui principale obiettivo, oltre a quello mediatico del green-washing (pulirsi la coscienza e rifarsi un'immagine con politiche green), è stato quello di favorire veri e propri meccanismi di finanziarizzazione e privatizzazione dell’aria e della terra (strumenti come ETS, CDM, REDD+), oltre che di drenaggio di risorse pubbliche (incentivi alle fonti rinnovabili a vantaggio soprattutto dei grossi gruppi inquinanti): con i CIP6 in Italia sono state finanziate non solo le fonti rinnovabili ma anche le cosiddette “fonti assimilate” e quasi 20 miliardi di euro dal 2001 al 2013 sono finiti nelle casse dei petrolieri Moratti, della chimica Solvay oltre che di altri colossi dell’energia come A2A, Acea, Enel, Edison, Hera ed Erg; così come sussidi per la produzione di biocombustibili con saccheggio di terre e consumo di suolo agricolo nei paesi del Sud meglio noto come land-grabbing: il gruppo Maccaferri incassa soldi dalla cassa Depositi e Prestiti in Italia per la speculazione immobiliare e in Mozambico per la coltivazione della jatropha, biocombustibile tra i più dannosi per l’ambiente).
Meccanismi che non hanno risolto il problema, ma hanno consentito di tracciare nuove frontiere di accumulazione a vantaggio di pochi e a svantaggio delle popolazioni che vedono aumentare il tasso di povertà e peggiorare la qualità dell’ambiente in cui vivono.

Da Parigi probabilmente tale logica risulterà rafforzata e tra le soluzioni che troveranno spazio nei prossimi anni un ruolo fondamentale sarà rappresentato dalla geo-ingegneria. Il GIEC nel V rapporto, pur segnalandone possibili effetti collaterali, ascrive la geo-ingegneria (due tecnologie su tutte: creazione di uno scudo nella stratosfera con iniezione di zolfo per ridurre l'irraggiamento solare e cattura del carbonio negli strati geologici profondi) tra le soluzioni su cui investire per contrastare l'aumento di temperatura. Si tratta di soluzioni oggetto di numerosi studi e ricerche, delle quali è ancora sconosciuta l'efficacia rispetto agli obiettivi, mentre note sono le potenziali conseguenze in termini di sconvolgimento del ciclo dell'acqua nel primo caso e di instabilità idro-geologica nel secondo. Nonostante ciò molte sono le pressioni prima e durante Parigi per spingere in questa direzione: su tutti spicca l'iper-attivismo del filantropo Bill Gates che con la sua fondazione, già socia di Monsanto in progetti nel settore alimentare, ha radunato nei primissimi giorni della conferenza i leader dei principali Paesi inquinatori attorno al progetto “Clean Tech Initiative”, con l'obiettivo di raccogliere fondi per la ricerca di nuove forme di energia pulita e di nuovi strumenti per contrastare il riscaldamento, appunto la geo-ingegneria.
In questa operazione Gates non è solo: Zuckerberg di Facebook, Jeff Bezos di Amazon, Richard Branson di Virgin, Reid Hoffman di LinkedIn, Ratan Tata di Tata Group e Meg Whitman di HP, ma anche ricercatori e petrolieri come il re delle sabbie bituminose Murray Edwards. A partire dall'emergenza climatica si vogliono creare nuovi strumenti in grado di drenare risorse pubbliche, socializzando il rischio di impresa e privatizzando i profitti; sono chiare in questo senso le dichiarazioni dello stesso Gates che invita il suo ed altri Paesi a investire molte risorse economiche, in quanto solo le istituzioni pubbliche possono garantire alti livelli di ricerca adeguati agli obiettivi.
Nuovi strumenti economici, ma anche nuovi strumenti di governance attraverso il dominio tecnologico e gli accordi transnazionali (TTIP), da imporre sullo scenario internazionale post COP21. Tutto ciò richiama alla mente quanto accaduto con le emergenze alimentari degli anni 50-70, che produssero le rivoluzioni verdi (la prima basata su pesticidi e fertilizzanti, la seconda su bio-tecnologie e OGM) come strumenti di dominio economico e politico.

Queste soluzioni costruite a beneficio di pochi aggravano la crisi ecologica e sociale; come emerso nel tavolo sul cambiamento climatico nell'ultima 3 giorni nazionale di Genuino Clandestino tenutasi all'interno della fabbrica recuperata Ri-Maflow, vere soluzioni necessarie per rispondere all'emergenza climatica e sociale hanno bisogno di:
- costruire consapevolezza attraverso l'informazione e l'educazione;
- costruire solidarietà e iniziative di mutuo-soccorso per compensare gli effetti negativi del riscaldamento globale;
- costruire e sostenere conflittualità contro le grandi opere (trasporti, energia, infrastrutture, consumo suolo);
- sostenere, rafforzare e replicare nei territori tutte quelle iniziative esemplari collettive, sociali, democratiche che rappresentano già una risposta concreta alla crisi ecologica e alimentare: esperienze basate sull'agroecologia, sulla riappropriazione di terra, di spazi urbani, sulla conversione ecologica dei processi produttivi, sul valore d'uso e non di scambio, sul costruire comunità tra campagna e città; creare le condizioni affinchè tali esperienze siano ripetibili.

Oltre a valorizzare le esperienze esemplari è necessario, a partire da queste, elaborare una contro-narrazione generale per evitare di cadere nell'ecologismo fine a se stesso, che guarda soltanto alle questioni ambientali senza evidenziare nessi e interrelazioni sociali; una risposta efficace ha bisogno di ridefinire le relazioni eco-sociali in modo orizzontale, realmente democratico, in contrapposizione al modo di produzione dominante sempre più autoritario e violento.

Una prima risposta concreta in questa direzione è sicuramente l'iniziativa dell'8 dicembre a Firenze dove Mondeggi, fattoria senza padroni, e altre realtà contadine lanciano la sfida a Parigi testimoniando come l'agricoltura contadina dal basso rappresenti una soluzione concreta per raffreddare il Pianeta.

Tutt@ a Firenze!