Contadini vs fabbricanti di cibo/ Lavoro contadino 2

Wed, 09/12/2015 - 13:40

Sono sul mio trattorino 32 cavalli che con enorme fatica provo a vangare una fetta di orto. È stata un'estate troppo calda e la mia vangatrice vibra e fatica a lavorare la terra, quando nel campo vicino un trattore John Deere 200 cavalli con tutti i comfort in cabina, aria condizionata e autoradio comprese, rivolta il terreno in profondità con estrema facilità con il suo aratro reversibile che non teme nulla. Le ruote del trattore costano quanto il mio trattorino 32cv dotato di “vangatrice Frankenstein” attaccata artigianalmente e con vibrazione assicurata. I nostri sguardi si incrociano velocemente, con imbarazzo accenno un saluto, sono sudata e ricoperta di polvere, lui dall'alto dei suoi 200cv scambia un sorriso fiero e continua comodamente il suo lavoro. Due modi di concepire il lavoro agricolo e la vita rurale si contendono le campagne.

L'agricoltura viene generalmente concettualizzata come una qualsiasi attività imprenditoriale, nella quale il mercato costituisce il meccanismo regolatore delle scelte produttive e del modello agricolo delle grandi aziende. È l'allineamento o la lontananza dal mercato che definisce due modelli produttivi tra loro contrapposti, da un lato quello industriale: trattori di grossa cilindrata con un cospicuo utilizzo di combustibili fossili, uso di prodotti e fertilizzanti chimici, produzioni standardizzate e per lo più omogenee altamente spendibili sul mercato. Un modello che persegue una razionalità puramente economica attraverso l'intensificazione e l'”artificializzazione” del processo produttivo, ovvero il completo controllo sulle fasi produttive anche attraverso la loro meccanizzazione, e l'uso di prodotti chimici dissociando totalmente la produzione agricola dal contesto in cui si situa. Dall'altro, quello contadino, che si ritaglia quotidianamente spazi di autonomia dalle logiche di mercato adottando una logica multifunzionale su piccola scala: produzione diversificata (ortaggi, alberi da frutto, vigna, animali...), riutilizzo degli scarti produttivi attraverso i processi di compostaggio e di produzione di concime organico, riproduzione piante e sementi, vendita diretta organizzando e gestendo in questo modo la distribuzione dei propri prodotti. Il contadino esprime dunque un distanziamento istituzionalizzato dell'agricoltura dai mercati, intendendo appunto dire che le relazioni sociali, il rapporto di coproduzione con l'ambiente, le pratiche, le conoscenze, il saper fare contadini costituiscono strumenti autonomi rispetto alle dinamiche di mercato.

L'autonomia contadina è stata nel tempo corrosa, a partire dagli anni '50 viene introdotta nelle campagne europee una logica completamente nuova, ovvero una modalità di tipo imprenditoriale nello svolgimento dell'attività agricola. L'introduzione di nuove macchine e attrezzature agricole in campagna, di pari passo con politiche europee di accorpamento dei terreni e di meccanizzazione del settore agricolo, portano molti contadini all'adozione del modello industriale grazie anche ad un indebitamento massiccio sia per l'acquisto delle nuove attrezzature che di nuovi appezzamenti di terra. A partire dagli anni '60 la promozione nel settore agricolo di prodotti chimici, in particolare di fertilizzanti per l'aumento della produttività delle colture, oltre all'introduzione di sementi ibride non riproducibili fanno il resto condannando molti contadini ai debiti e in alcuni casi all'abbandono delle campagne. Il processo di modernizzazione ha significato per molti la dipendenza dal mercato sia per l'accesso alle risorse che per la distribuzione dei prodotti alimentari, comportando l'accorpamento fondiario e lo sviluppo della Grande Distribuzione Organizzata.

Due modelli, industriale e contadino, che non descrivono solamente metodi agricoli divergenti, ma anche relazioni sociali, economiche, ambientali profondamente diverse.
Laddove l'agricoltura contadina preferisce la tutela della biodiversità e delle colture locali, adotta metodi colturali conservativi della sostanza organica nei terreni, conserva e tramanda un saper fare contadino fondato sul riuso degli scarti e sulla costruzione di una base forte di risorse autonome, e instaura importanti relazioni di collaborazione e compartecipazione con le comunità locali. L'imprenditore industriale risponde alle esigenze di mercato con un prodotto perlopiù omogeneo e commerciabile, magari orientato all'export, riducendo al massimo i costi di produzione (meccanizzando il processo produttivo o ricorrendo a manodopera a basso costo) con l'obiettivo di risultare più competitivo sul mercato globale. Di fatto uno scontro tra due modelli agricoli che rappresentano due modelli di società: l'uno basato sulle relazioni e la cooperazione, alternativo a quello dominante; l'altro sulle logiche di mercato e competitività e in questo senso complice del capitale e dell'ingiustizia sociale.

I due modelli costituiscono processi dinamici che si sviluppano e si riformulano con ritmi e meccanismi differenti a seconda del contesto in cui si situano. Le colture, i metodi agricoli, le relazioni sociali, di cui si nutre il modello contadino, saranno diverse da contesto a contesto, nonostante le differenze ciò che lo caratterizza è la ricerca di autonomia relativa alla mercificazione dei processi produttivi e del lavoro. Lo stesso vale per l'agricoltura industriale: se in Italia è rappresentata da un mosaico di aziende di piccola-media grandezza che coltivano alcune decine di ettari (dati raccolti dall'ultimo censimento dell'agricoltura nel 2010), in Brasile essa sarà costituita da grandi latifondi, con monocolture estese, che viaggiano su quantitativi di prodotto che l'agricoltura italiana neanche riesce ad immaginare.

Il quadro italiano risulta piuttosto contraddittorio e continua a mantenere forti legami con la tradizione contadina, nonostante i processi di accorpamento fondiario che hanno caratterizzato gli ultimi dieci anni, la dimensione media aziendale rilevata dal Censimento dell'agricoltura del 2010 rimane largamente inferiore rispetto la media europea e si aggira sugli 8 ettari. I dati inoltre mostrano una diminuzione del numero di aziende di piccola e media dimensione (inferiori ai 30 ettari), mentre quelle con 30 ettari ed oltre sono aumentate sia in numero che in superficie coltivando così il 53,8% della superficie italiana. Detto in altre parole, la chiusura di numerose piccole-medie aziende agricole, sia per effetto dei costi del settore che a causa del mancato ricambio generazionale nella gestione aziendale, ha comportato l'accorpamento di queste terre ad aziende più grandi che continuano ad accrescere la loro dimensione; nonostante ciò l'agricoltura italiana non presenta un processo di industrializzazione portato a totale compimento, in essa infatti continuano a convivere tipologie di aziende diverse di dimensioni e vocazione produttiva differenti.
Un dato curioso che spiega la lentezza del processo di industrializzazione dell'agricoltura nel nostro paese è la dimensione media aziendale negli anni '60: la fotografia restituita dal primo censimento ufficiale dell'agricoltura italiana del 1961 è quella di un mosaico di tessere di ampiezza media di 1,7 ettari, per dirla con qualche dato «i ventisei milioni e mezzo di ettari costituenti la superficie agroforestale del nostro Paese apparivano organizzati in quasi 4,3 milioni di aziende frammentati in 15,6 milioni di corpi» (Barberis 2013). Insomma l'agricoltura italiana è storicamente stata piuttosto frammentata e a vocazione contadina ed è dura scalfire questa impostazione nonostante il “forte impegno” delle politiche agricole nazionali e comunitarie.

Il censimento infine mostra un'altra tendenza interessante ovvero la specializzazione di alcuni territori, resa evidente dalla proliferazione di marchi Doc e Igp per il vino e Dop per le “eccellenze” alimentari come carni e formaggi. La retorica delle eccellenze alimentari, benché elogiata dalla politica istituzionale e dal Farinetti di turno, nasconde in realtà una logica piuttosto pericolosa per i territori coinvolti. È infatti sempre più difficile produrre profitto in ambito della competizione globale di mercato, ecco dunque che Dop, Doc e Igp diventano a tutti gli effetti degli strumenti di promozione commerciale operando così una brandizzazione del territorio. Si pensi anche a quello che succede nelle Langhe con noccioleti e vigneti, e nella pianura Padana con gli allevamenti e le enormi estensioni coltivate a mais e soia. In quest'ottica la tipicità di un luogo non è più vissuta come l'insieme delle caratteristiche culturali proprio di uno specifico territorio ma come un marchio al quale il contesto rurale si adegua: pensiamo ad esempio alla proliferazione di vigneti di prosecco nella zona di Valdobbiadene, in provincia di Treviso, e come essa abbia cambiato la configurazione del paesaggio e orientato le aziende verso la produzione di questo prodotto ponendo in secondo piano altre attività del territorio. L'astrazione della produzione agricola dalle dinamiche sociali, economiche e culturali dei territori e il suo schiacciamento sulle esigenze del mercato globale comportano, quindi, la semplificazione di agro-ecosistemi complessi e la transizione verso un regime tendenzialmente monocolturale, con tutto ciò che comporta in termini di perdita di biodiversità e di capacità produttiva.

Negli ultimi anni il governo italiano, in applicazione delle direttive europee, ha emanato una serie di norme e regolamenti applicabili allo stesso modo alle diverse realtà agricole che compongono il quadro italiano. Un esempio di queste normative è l'obbligo per le aziende di possedere laboratori a norma per la trasformazione dei prodotti interamente piastrellati con mobilio in acciaio, per un costo totale di qualche decina di migliaia di euro. Questo ha comportato una forte difficoltà economica e strutturale delle piccole realtà, magari a vocazione contadina, ad uniformarsi alle regole; equiparando, di fatto, i piccoli agricoltori alle grandi imprese e definendo l'attività agricola esclusivamente come un'attività imprenditoriale. Questa volontà politica continua a creare una forte polarizzazione tra i due modelli agricoli, aprendo così una nuova fase di resistenza del mondo contadino. Se da un lato infatti l'agricoltura contadina risponde con i suoi metodi e le sue caratteristiche all'emergenza ambientale e climatica, dall'altro lo scontro con le istituzioni e con le logiche del capitale diventa sempre più forte in una condizione di mercato globalizzato. Una cosa è certa: l'emergenza ambientale e sociale che stiamo vivendo segnala la necessità di un cambio di paradigma non solo produttivo ma che investa l'intera società. Un progetto di trasformazione sociale appare urgente, ma per fare ciò è necessario l'impegno dei movimenti sociali, in primis dei contadini e dei consumatori che già praticano relazioni economiche e sociali differenti da quelle dominanti, nella promozione e nel sostegno di un paradigma differente, ma anche un investimento politico che vada in questo senso. È necessario dunque un ripensamento delle politiche agricole, che hanno da sempre favorito l'industrializzazione dell'agricoltura e gli interessi delle grandi aziende, e una loro ridefinizione nella direzione di un vero sostegno politico ed economico delle realtà contadine nel nostre Paese.

Bibliografia

Barberis C. (2013), Capitale umano e stratificazione sociale nell'Italia agricola secondo il 6° Censimento generale dell'agricoltura 2010, in http://www.istat.it/it/files/2013/07/Italia_agricola.pdf
Pérez-Vitoria S. (2012), I contadini come novità, in Lo Straniero No 141
Pérez-Vitoria S. (2011), La risposta dei contadini, Jaca Book, Milano
Pérez-Vitoria S. (2007), Il ritorno dei contadini, Jaca Book, Milano
Ploeg J.D van der (2009), I nuovi contadini. Le campagne e le risposte alla globalizzazione, Donzelli Editore, Roma
Ploeg J.D van der (2012), Terra e lavoro: due questioni apparentemente dimenticate, di nuovo nell'agenda europea, in Sociologia del lavoro n.128, 46-60
Poggio P. P (2012), Il ritorno alla terra, in Lo straniero n. 141, 42-52
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