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MASCHERE INVISIBILI E CATENE IN MOVIMENTO

Ri-Maflow Occupata - Tue, 30/06/2020 - 12:27
L’ESPERIENZA DEL LABORATORIO DI MASCHERINE ANTIVIRUS DEL CARCERE DI BOLLATE RACCONTATA DA UNO DEI PROTAGONISTI.

Non è la prima volta che RiMaflow ha un’esperienza di lavoro con il carcere di Bollate vedi ad esempio Tracce di libertà . Oggi vogliamo valorizzare il lavoro di chi in carcere cerca di costruirsi in prima persona percorsi di liberazione dalla pena del carcere. Nello scorso mese di maggio avevamo pubblicato un post sulla nostra produzione di mascherine antivirus in cui accennavamo alla convenzione stipulata da RiMaflow con il carcere di Bollate che aveva permesso l’apertura in loco di un laboratorio. Di seguito il racconto di Matteo, uno dei protagonisti di questa bella esperienza lavorativa e umana, fatta insieme a Domenico, Cristian, Roberto e Cristian, detenuti nel carcere di Bollate. A tutti loro il nostro rigraziamento per l’impegno e per il contributo dato alla cooperativa RiMaflow/Fuorimercato che ha arricchito la nostra esperienza di comunità di lavoro unitamente alla fattiva e profìcua collaborazione con l’Associazione Catena in Movimento. Un ringraziamento alla dott.ssa Gallo che ha aiutato a realizzare l’esperienza e alla Direzione del carcere che ha autorizzato e valorizzato il progetto. Infine, grazie a Gianfranco Agnifili che ha curato il servizio fotografico che ci permette di mostrare il lavoro eseguito nel laboratorio.

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MASCHERE INVISIBILI E CATENE IN MOVIMENTO

Incontro RiMaflow a dicembre del 2019, dopo mesi di attese per intoppi comunicativi, perché voglio costruire con loro un’esperienza di imprenditoria sociale. Sono le prime persone sul mio cammino che non mi fanno muro di gomma. Capita che gli enti, anche chiamati istituzionalmente a supportare iniziative come la mia, dopo un primo interessamento innamorato si dileguano. RiMaflow mi dice che la forza che abbiamo io e il mio compagno Fernando è più unica che rara, che la loro è “una fabbrica aperta”, che possono anche darmi un piccolo sostegno economico.

Comincio a febbraio a fare un tirocinio (una modalità per tentare di generare reddito attraverso esperienze social-imprenditoriali) nella sede di Trezzano sul Naviglio. Intanto arriva l’emergenza sanitaria e non ho più la possibilità di recarmi in fabbrica. Il carcere ha chiuso le porte preventivamente ai detenuti che lavorano fuori ed escono tutti i giorni (Siamo ancora in quarantena, nonostante nel carcere non ci sia nessun caso covid e sia ormai luglio).  Tento di capire se stanno ledendo i miei diritti da lavoratore, visto che l’ordinamento penitenziario li tutela come se fossi libero.

Con i miei dieci minuti quotidiani di uso del telefono e di internet mantengo i contatti con RiMaflow per capire come fronteggiare la situazione e per trovare una soluzione al lock down. Per fare quei 10 minuti di telefonata devo attraversare tutto il carcere a piedi, accompagnato da un tot di guardie e detenuti, per recarmi alla porta carraia. Qui preleviamo e riponiamo i telefoni dopo quei pochi minuti di contatti.  Nonostante le difficoltà riusciamo a elaborare un progetto di produzione mascherine, grazie anche all’aiuto solidale di altre realtà e alla competenza di tante persone, anche se mettere in pratica il progetto non è semplice, soprattutto se si è inesperti e con scarsità di risorse finanziarie: trovare i materiali giusti, capire e organizzare il processo produttivo, la confusione normativa, contattare il Politecnico per fare i test… Dopo questa odissea arriva l’aiuto di Cristian, oltre ad essere un amico è il coordinatore di “Catena in Movimento”, associazione che lavora in carcere ma anche in generale per le classi disagiate e che ha già esperienza nel campo tessile e dei dispositivi di protezione. Mi affido a lui per cominciare con RiMaflow a sviluppare una produzione mascherine retribuita dentro al carcere.

Grazie alla disponibilità della Direzione/Amministrazione carceraria viene stipulata una convenzione che permette a RiMaflow di assumere 4 detenuti (retribuiti con contratto a domicilio). Il gruppo “Catena in movimento” confeziona le mascherine, RiMaflow si occupa di reperire i materiali, farli entrare in carcere e ritirare le mascherine finite per commercializzarle.

In due mesi ne facciamo circa 15 mila. Dalle mascherine tipo chirurigiche SMS, alle mascherine di cotone lavabili con tasca per il filtro anti-covid, fino alle maschere “I can’t breathe”, slogan che facciamo nostro come segno di protesta e solidarietà. Il lavoro in carcere va forte, i ragazzi prendono fiducia, solidificano la loro appartenenza e identità, il lavoro li fa sperare in un salto di qualità come gruppo di Catena in movimento. La produzione si diversifica e cambia, facciamo mascherine di cotone con filtro.

Attraverso questa esperienza comune di mutuo aiuto l’associazione “Catena in Movimento” del carcere di Bollate, trasferirà una sede operativa alla fabbrica recuperata di Trezzano e RiMaflow sta partecipando al bando Fondazione di Comunità per ottenere finanziamenti atti a sviluppare il ramo tessile della cooperativa.

Mentre dal carcere si attende di uscire con i permessi di lavoro, abbiamo realizzato migliaia di mascherine, grazie a una ex fabbrica occupata. A maggio i mass media hanno parlato di un progetto governativo che nei 3 carceri di Salerno, Bollate e Rebibbia permetterà di produrre 400mila al giorno. Auspico che questa opportunità di ulteriore lavoro possa essere gestita in modo virtuoso come lo è stato con RiMaflow.

RiMaflow,nel suo piccolo,nonostante la situazione di emergenza sanitaria e le conseguenti difficoltà che potevano mettere in discussione la sua stessa esistenza ha fatto di necessità virtù: da un bisogno collettivo ha creato la possibilità di un reddito per sé, per sarti-detenuti e sarti-disoccupati.Un risultato reso possibile da una comunità solidale e da percorsi di mutuo aiuto che mi hanno permesso di credere nel fatto che io possa fare l’imprenditore, perchè una volta l’ho già fatto. Durante i miei studi ho scritto una tesi magistrale, e mentre mi preparavo a discuterla, ho realizzato grazie a RiMaflow e a Catena in Movimento, quello che nella tesi teorizzavo. I sogni sono grandi, i progetti molti, la fede nel costruirli immensa. In più ho dimostrato a me stesso che lo posso fare. E se l’ho fatto durante una pandemia in carcere, allora è davvero possibile, basta trovare persone come quelle di RiMaflow.

Portare il lavoro in carcere è difficile, a volte pare quasi che più è la tua voglia di riscattarti, più ostacoli ti si fanno davanti. Più vuoi riparare più arrugginita è la burocrazia per fare della tua riparazione una concretezza. A me questo disgusta, perchè la pena è ontologicamente costituita sul “passaggio dal male al bene”, e invece sono proprio i penologici a farti tribolare, mentre lavorano retribuiti proprio per altro.

A parte la mia posizione abolizionista, questa volta raccontiamo uno spaccato in cui il carcere ha saputo utilizzare il il suo potere per favorire un’esperienza, e possiamo parlare di un lieto finale.Personalmente ho sperimentato di poter diventare un imprenditore sociale, mentre per il gruppo “Catena in Movimento” ha significato passare dal volontariato al reddito, dal sacrificio invisibile al riconoscimento economico utile a sopravvivere. Il progetto ha rinsaldato dei legami, creato amicizie e nuove relazioni, come dicono i migliori: “nessuno si salva da solo”, questa volta le persone fondamentali, che hanno dimostrato fiducia nel futuro, hanno dei nomi, sono scritti sopra.